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Nido di vipere: recensione

Tratto dal romanzo originale Waranimosugaru Kemonotachi di Keisuke Sone, edito da Kodansha Ltd, Nido di vipere si propone come un thriller/black comedy dalle atmosfere noir ma ironiche dei film di Tarantino e dei fratelli Coen. Ma sarà riuscito nel suo intento?

Il film si struttura in sei capitoli, ognuno con un titolo specifico, e affronta le vicende di quattro personaggi molto diversi tra di loro ma tutti accomunati da un unico obiettivo: la sete di rivincita sulla vita e sulle esperienze che li hanno portati a condurre delle esistenze misere e annaspanti.

I capitoli sono:

  • Capitolo 1: debito (빛)
  • Capitolo 2: pollo (호구)
  • Capitolo 3: catena alimentare (먹이사슬)
  • Capitolo 4: squalo (상어)
  • Capitolo 5: Lucky Strike (럭키스트라이크)
  • Capitolo 6: borsa coi soldi (돈가방)

Se, dapprima, i titoli dei capitoli non hanno alcun senso e sembrano quasi scelti in maniera casuale, andando avanti con la narrazione tutti i dettagli e i tasselli iniziano a prendere posto nel puzzle, rivelando un complicatissimo intreccio di vite e storie che trascineranno lo spettatore nell’occhio del ciclone, impedendogli di uscirne.

Avevamo parlato di questo film in un altro articolo, quando ci è giunto l’invito alla visione della prima italiana del film e ora, dopo averlo visto in anteprima, proviamo a darvi la nostra opinione in merito.

Se vi siete persi l’articolo precedente, recuperatelo subito!

ATTENZIONE: SPOILER ALERT!

Il film inizia con il ritrovamento, negli spogliatoi di una sauna, di un borsone Louis Vuitton contenente numerose banconote da parte di Joong-man (interpretato da Bae Sung-woo): Joong-man è il primo personaggio che incontriamo e sin da subito scopriamo un pezzetto della sua storia, infatti dopo il fallimento della sua attività, riesce a sbarcare il lunario lavorando part-time in una sauna locale.

La sua vita non è affatto semplice, a stento riesce a pagare le tasse universitarie della figlia e ha a suo carico la madre (interpretata da una maestosa Youn Yuh-jung) sofferente del morbo di Alzheimer, e nonostante l’enorme tentazione di voler rubare il borsone misterioso, riesce a desistere e lo nasconde nel magazzino della sauna, in mezzo agli altri oggetti smarriti.

Joong-man (Bae Sung-woo)

Il secondo personaggio, invece, è Tae-young (interpretato da Jung Woo-sung), un ufficiale dell’immigrazione che deve ripagare un debito lasciatogli dalla fidanzata, sparita misteriosamente.

Il terzo personaggio è Mi-ran (interpretata da Shin Hyun-bin), una giovane prostituta incastrata in un matrimonio violento, la cui vita si incrocia con quella di un ragazzo conosciuto nel night club dove lavora, il quale le dà un barlume di speranza nel buio della sua esistenza.

Mi-ran (Shin Hyun-bin)

Tae-young, nel tentativo di liberarsi presto del debito contratto dalla fidanzata, architetta un grosso colpo e coinvolge un uomo, chiamato da lui “Carpa“, l’usciere del night club dove lavora Miran, ora nelle mani dei Park, gli uomini ai quali deve dei soldi: il colpaccio, però, non riesce e un astuto agente di polizia si inserisce nella vicenda, rendendo più intricata la storia.

Tae-young e “Carpa”

Proprio quando tutto sembra diventato quasi monotono e, in qualche modo, in ordine, appare il quarto personaggio, la proprietaria del night club Yeon-hee (interpretata da Jeon Do-yeon), che rimescolerà le carte in tavola e renderà la vicenda più caotica che mai.

Yeon-hee (Jeon Do-yeon)

Yeon-hee mostra da subito di avere molto a cuore la triste sorte di Mi-ran. Ma sarà davvero così?

Sarà a questo punto che la storia, nuovamente, prenderà una piega inaspettata e le vicende di tutti i personaggi si intrecceranno, quasi come il nodo scorsoio di un cappio, che via via si stringe intorno alle teste dei vari attori: l’intreccio si infittisce e la lotta per mettere le mani sul denaro diventa davvero all’ultimo sangue, senza esclusione di colpi.

In questo film, che sembra quasi una montagna russa nella follia umana, troviamo anche una morale, una lezione che ci viene impartita dall’anziana madre di Joong-man in un momento di sconforto, infatti questa affermerà che:

Un uomo grande e grosso come te non dovrebbe piangere. Durante la guerra di Corea, tutto il paese era in fiamme. L’importante è essere vivi, le cose poi s’aggiustano. Bastano due braccia e due gambe e si può ricominciare da capo.

Soon-ja (Youn Yuh-jung)

La fine del film, però, ci pone davanti ad un enorme e amletico quesito: il bene genera bene… o quasi?

Che dire di questo film?

Se pensavamo che non potesse esistere un film più disturbante, grottesco e folle di Parasite, ci sbagliavamo di grosso: Kim Yong-hoon è riuscito in un’impresa ardua ma grandiosa.

Il regista Kim Yong-hoon sul set

La storia è talmente surreale da diventare quasi fastidiosa, ma al tempo stesso cattura, in una sorta di gioco masochista che intrattiene lo spettatore e lo costringe a rimanere con gli occhi incollati allo schermo per capire fin dove possa spingersi la follia umana e la sete di rivincita.

Un po’ come animali in cattività, i personaggi di Keisuke Sone prima e di Kim Yong-hoon dopo provano uno spietato odio nei confronti del prossimo, dovuto alle innumerevoli tristi vicende che hanno costellato le loro vite, rendendoli quasi incapaci di provare sentimenti che si avvicinino soltanto alla pietà e alla fiducia verso il genere umano.

E proprio per questa ragione, per questa abissale differenza (forse solo apparente) tra lo spettatore e i personaggi del film, la visione diventa ancora più entusiasmante. Lo spettatore sa di essere diverso da loro, sa bene che non sarebbe mai in grado di compiere nemmeno mezza delle azioni riprovevoli che compiono i vari protagonisti, eppure in un angolino recondito della sua coscienza, una domanda si fa sempre più spazio: “cosa faresti al loro posto?“.

Ed è proprio partendo da questa domanda che Kim Yong-hoon ha basato la costruzione dei suoi personaggi, non con l’obiettivo di creare compassione nello spettatore ma empatia, due sentimenti spesso fraintesi ma estremamente diversi e complicati a loro modo: lo spettatore non deve provare pietà del povero Joong-man costretto a svolgere un lavoro part-time per poter mantenere la famiglia o per la povera Mi-ran, vittima del suo matrimonio, ma deve immaginarsi nei loro panni, deve rabbrividire nell’indossare quelle vesti e ragionare, non con freddezza, ma a cuore caldo.

Cuore caldo proprio come quello di chi si trova davanti ad uno squalo toro e deve capire cosa fare per potersi trarre in salvo.

La metafora dello squalo toro, di per sé, è incredibile perché rappresenta in modo chiaro e forte quella che è una società che spesso non concede seconde possibilità, spazzando dal proprio cammino coloro che falliscono alla prima occasione.

Per la prima ora di film, la narrazione appare in qualche modo confusionaria, gli eventi si susseguono con un ritmo serratissimo ed è quasi difficile stare dietro a tutto quello che avviene ma, ad un certo punto, tutto inizia a prendere forma e l’unica frase che vi verrà in mente, guardando il film, sarà “Non possono averlo fatto davvero”.

Arrivati alla fine del film, vi renderete conto che tutta la narrazione avrebbe avuto più senso se fosse stato o un enorme flashback o se fosse stato montato al contrario ma questo avrebbe tolto buona parte del divertimento e della follia disarmante della proiezione.

I dialoghi e la fotografia

Bravo, bravo, bravo! Alcuni dialoghi sono a dir poco geniali, Kim Yong-hoon è riuscito a inserire in contesti totalmente inappropriati, se visti sul piano realistico, ma perfetti, dal punto di vista cinematografico, delle battute esilaranti, in pieno contrasto con l’atrocità o la ferocia della scena in atto, creando dell’ottimo black humour e black comedy.

Lo “sventratore”, Tae-young e lo strozzino Park Doo-man

Al pari dei dialoghi, on point per la puntualità e per la sagacia, un altro punto a favore di questo film è la fotografia, ad opera del direttore della fotografia Kim Tae-sung (vincitore del premio per la miglior fotografia ai 38° Golden Cinematography Awards), e la scenografia, ad opera dello scenografo Han Ah-rum: gli spazi rappresentati nel film sono una perfetta riproduzione della psicologia dei personaggi, pensiamo alla casa di Mi-ran, la cui vita è stata distrutta da un debito di gioco, un appartamento triste e malconcio nei pressi dei binari del treno, oppure il night club di Yeon-hee, pomposo e arzigogolato come la sua mente ma che nasconde oscuri segreti nella privacy delle sue stanze.

La recitazione

Se i nomi presenti nel cast non lasciavano alcun dubbio circa la riuscita dell’impresa, una volta visti all’opera non possiamo dire altro che ogni attore, dal più importante a quello più laterale, ha svolto un grandissimo lavoro: si vede in modo palese lo studio dietro la psicologia dei personaggi, l’attenzione ad eventuali tic o dettagli da evidenziare per rendere la narrazione più realistica e meno forzata.

Tae-young e Yeon-hee

Ottima interpretazione di Shin Hyun-bin (Mi-ran), che avevamo visto di recente nei panni della giovane e impacciata dottoressa in Hospital Playlist, ma soprattutto di Jeon Do-yeon (Yeon-hee), in grado di mettere in luce tutte le sfaccettature del suo personaggio, dal lato più vendicativo a quello più folle e pericoloso: ultimo ma non per importanza, va menzionato lo “Sventratore“, un personaggio che non proferisce parola durante l’intera storia ma che, con la sua sola presenza scenica e facce inquietanti, è stato in grado di farsi valere dignitosamente.

Lo “sventratore”

Conclusioni finali

Nido di vipere è un ottimo prodotto, divertente e mai noioso, in grado di attirare l’attenzione e di reggere per l’intera durata della pellicola: forse qualche scena avrebbe potuto essere accorciata ma non necessariamente, poiché il ritmo è, di per sé, molto rapido e scattante.

Merita di essere visto? Se piacciono le black comedy e non ci si impressiona facilmente, assolutamente sì!

La visione è assolutamente sconsigliata ad un pubblico sensibile e ai minori di 16 anni per argomenti trattati, linguaggio scurrile e violenza di alcune scene.

Per noi, Nido di vipere è 9/10.

E voi? Lo andrete a vedere? Fatecelo sapere nei commenti!

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K-Drama

Nido di vipere (Beasts clawing at straws)

Il poster ufficiale
  • Nome: Nido di vipere
  • Genere: Thriller/Black comedy
  • Anno: 2021
  • Durata: 108 minuti
  • Distribuito da: Officine UBU

Se dopo l’enorme successo internazionale di Parasite pensavamo che nessun altro film coreano sarebbe riuscito ad arrivare nelle sale italiane, ci sbagliavamo di grosso. Perché?

Perché il 15 settembre uscirà nei cinema italiani Nido di vipere (Beasts clawing at straws), un thriller diretto da Kim Yong-hoon e tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore di gialli giapponese Keisuke Sone, distribuito da Officine UBU.

La trama

In Nido di vipere, i destini di quattro personaggi ai margini della società si intrecciano in modo imprevedibile quando un umile inserviente trova una borsa piena di denaro abbandonata in un armadietto. L’inatteso tesoro diventa ben presto un’arma a doppio taglio, nascondendo dietro di sé un intreccio di storie di spietati malviventi ed esistenze miserabili. Tra omicidi, tradimenti, colpi di fortuna e sfortuna, i destini beffardi dei quattro protagonisti s’incrociano, cacciandoli in guai sempre più profondi, in un disperato gioco senza esclusione di colpi.

Esiste uno squalo chiamato “Squalo Toro”. Quando incinta, la femmina porta nel ventre circa 50 uova. I piccoli iniziano a mangiarsi a vicenda nella pancia della madre.

Solo uno nascerà e diventerà un feroce predatore.

Questo film permette di vedere, ancora una volta, personaggi di tutte le estrazioni sociali scontrarsi nell’arena di battaglia, riprendendo quello che è un classico della cinematografia coreana, espediente spesso e volentieri ripreso da molti registi e sceneggiatori non solo nei film ma anche nei K-drama, per sottolineare ancora una volta le ambiguità e le ombre della società coreana.

Così com’era stato per Parasite, e più di recente con Squid Game e La casa di carta: Corea, i protagonisti di questa pellicola sono mossi da un istinto quasi primordiale di prevalere sugli altri, nel disperato tentativo di dare una svolta alla propria vita e porre un punto all’esistenza di stenti che stavano conducendo fino a quel momento: il denaro diventa uno spiraglio di luce, una remota possibilità di felicità e i protagonisti saranno disposti a tutto pur di mettere le proprie mani su quel denaro.

Il cast

Il cast di questo film vanta alcuni nomi molto interessanti della scena coreana, non solo attori di cinema ma anche di teatro e della tv, ad esempio vediamo Jeon Do-yeon (vincitrice del premio come Migliore Attrice al Festival di Cannes per Secret Sunshine di Lee Chang-dong nel 2007) nelle vesti della proprietaria di un night club che sogna di abbandonare il suo passato turbolento e ricominciare da capo, oppure Jung Woo-sung (famoso per il suo carattere ribelle alla James Dean e per le interpretazioni magistrali di personaggi molto solitari) che interpreta un uomo messo alle strette a causa della sua ragazza, misteriosamente scomparsa dopo avergli lasciato un grosso debito da colmare con uno strozzino, oppure ancora Youn Yuh-jung (presente nella serie Netflix delle sorelle Wachowski Sense8 e vincitrice nel 2021 del Premio Oscar alla Migliore Attrice non Protagonista per la sua interpretazione in Minari di Lee Isaac Chung) nei panni di una donna diffidente che vive nei suoi ricordi.

La regia

Nido di vipere segna il debutto ufficiale alla regia di un lungometraggio di Kim Yong-hoon.

L’atmosfera creata dal regista riprende molto quella di Pulp Fiction di Tarantino o dei film noir dei fratelli Coen, il tutto condito con una sceneggiatura fresca e mai banale: la pellicola mostra uno spaccato, talvolta ironico, talvolta demotivante, della natura umana e delle sue mille sfaccettature che è possibile osservare nelle situazioni estreme, come quella nella quale sono calati i personaggi.

Anche se il film descrive personaggi che si stanno lentamente trasformando in bestie che non esitano davanti a nulla e giustificano l’immoralità, questo film racconta una storia normale che può accadere nella vita reale, quindi ho fatto il possibile per mostrare la loro disperazione. […] Il desiderio di questi personaggi di vivere vite normali e senza imprevisti risulta molto ironico agli occhi del pubblico.

Kim Yong-hoon

Gli spazi del film

Il film è stato interamente girato nella città portuale di Pyeongtaek, nella provincia di Gyeonggi, e la scelta non è stata affatto casuale perché il porto è un luogo dal quale è possibile entrare e uscire facilmente dal paese e, allo stesso modo, il denaro contenuto nella borsa tanto contesa dai personaggi non può che essere visto come un porto, dal quale partire e lasciare indietro tutte le sfortune e i dispiaceri della vita passata.

La vera particolarità di questo film, però, sta anche nelle scenografie, il cui obiettivo principe era quello di esprimere la psicologia dei personaggi attraverso gli spazi in cui si muovono, infatti lo stesso scenografo Han Ah-rum affermerà che:

“Gli spazi dei personaggi dovevano dare l’impressione che tutto si stesse sgretolando attorno a loro e la loro decisione di trasformarsi in bestie doveva sembrare una progressione naturale, un posto da cui volevano fuggire”

Uno dei soggetti che ha permesso che questa esteriorizzazione della psicologia dei personaggi fosse possibile è stato il Direttore della Fotografia Kim Tae-sung, premiato ai 38° Golden Cinematography Awards per il premio per la migliore fotografia: infatti, è merito suo se i pensieri più reconditi nelle menti di questi personaggi verranno alla luce, senza mai scatenare alcun sentimento di compassione o pietà nello spettatore ma una empatia intima e profonda.

Noi non vediamo l’ora di poter assistere alla proiezione di questo film e siamo curiose di sapere quale altra sfumatura della società coreana ci verrà mostrata. E voi? Andrete a vederlo? Fatecelo sapere nei commenti!

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K-Music K-Pop

K-pop merch: cos’è e dove trovarlo

Avete mai provato quella sensazione di voler essere ancor più connessi e vicini ai vostri idol preferiti? Quando la musica non basta e vorreste proprio averli accanto a voi per poterci chiacchierare, scambiare opinioni, abbracciarli… Ecco, breve storia triste: questo rimarrà nel 99.9% dei casi soltanto un bellissimo sogno.

Però, ehi! Mai perdere la speranza, magari fate parte di quello 0.1%: 화이팅 e non dimenticate di menzionare Mondo coreano quando incontrerete i vostri idoli!

Per tutti quelli che non fanno parte di quello 0.1%, esiste però una soluzione: sicuramente non economica, sicuramente non soddisfacente al 100% ma è un valido compromesso alla consapevolezza di non poter mai scambiare due chiacchiere con Jungkook… Ops. Di cosa parliamo?

Ovviamente del merchandise K-pop, conosciuto anche come K-pop merch!

Innanzitutto, per chi è appena entrato nel mondo del K-pop e si sta approcciando per la prima volta a termini come bias, lightstick, comeback, concept, merch, photocard, urge fare un po’ di chiarezza e la vostra unnie è qui per risolvere tutti i vostri dubbi. Iniziamo?

Innanzitutto, quando parliamo di merchandise ci riferiamo ad oggetti di vario genere (dalle foto, alle magliette, ai portachiavi e chi più ne ha più ne metta) che rappresentano un idol o un gruppo in particolare, quindi possono avere i loghi, le foto oppure altri elementi rappresentativi stampati su di essi.

La cultura del K-pop merch inizia a prendere piede nell’industria musicale a partire dalla 2nd generation (se non sapete la distinzione tra le varie generazioni K-pop, vi consigliamo di leggere prima questo nostro articolo in merito), quando poster, stickers, segnalibri e photocard verranno inclusi per la prima volta all’interno degli album: sin dal primo momento, i prodotti che riscuoteranno più successo saranno i lightstick e le photocard.

Lightstick (응원봉)

Il nome originale dei lightstick è 응원봉 (eungwonbong), tuttavia poiché non è molto facile da pronunciare, si è preferito chiamarli “bongs” (o lightstick, in inglese) e il loro prezzo può variare tra i $30 and $150.

L’invenzione dei lightstick, in sé, è geniale perché ha preso un oggetto così banale come un bastoncino luminoso e l’ha trasformato in una delle più ambite conquiste tra i fan del K-pop e, nonostante il prezzo non esattamente economico di questi prodotti, rimane comunque al primo posto tra i preferiti dei fan: alcuni di questi lightstick hanno, ormai, una fama propria, pensiamo all’ARMY bomb dei BTS o il Yellow Bang Bong dei BIG BANG, e di alcuni ne esistono anche più versioni.

Photo by MoonSeokjin on BTS Wiki

I lightstick possono essere considerati un vero e proprio segno distintivo tra i fan ed è molto importante portarli con sé ai concerti. Perché? Perché alcuni lightstick, ad esempio l’ARMY bomb, possono collegarsi tramite bluetooth e cambiare colore in base al brano, permettendo ai fan di essere ancor più inclusi e coinvolti nelle performance e nello spettacolo in sé.

Photocard (포토카드)

E se T-shirt, felpe, bucket hat e lightstick possono sembrare un po’ assurdi ma accettabili agli occhi dei non K-pop stan, quello che sicuramente appare incomprensibile è l’esistenza delle photocard: definite da alcuni (ehm ehm eretici ehm ehm) come “santini“, le photocard sono foto degli idol, spesso selfie, stampati su carta laminata e dagli angoli arrotondati.

Le photocard faranno il loro debutto in società nel 2010, incluse per la prima volta nell’album “Oh!” delle SNSD e ottennero da subito un grande successo, tant’è che da quel momento in poi saranno sempre presenti negli album K-pop e presto dilagherà tra i fan la collecting mania, infatti non sono pochi i fan che fanno vere e proprie collezioni di photocard, conservandole in appositi album (un po’ come si faceva da bambini coi deck delle carte di Yu-Gi-Oh o dei Pokémon) e andando alla ricerca delle edizioni più rare.

Le prime photocard delle SNSD nel 2010 – cc blog

Ovviamente, le agenzie di intrattenimento hanno deciso di sfruttare e cavalcare quest’onda, rilasciando delle “edizioni speciali” degli album, contenenti altre photocard particolari, al doppio o al triplo del prezzo standard per incrementare le vendite: ad esempio, l’edizione limitata dell’album da solista di Lisa delle BLACKPINK è andato sold out varie volte sui siti online ed è stato rivenduto a prezzi ancora più alti.

Edizione limitata dell’album da solista di Lisa

Con lo stesso principio delle figurine, i fan spesso scambiano, vendono e acquistano photocard tramite i social o communities online.

Se, però, non vi fidate di acquistare da sconosciuti online, Mondo coreano è qui per aiutarvi a recuperare il merch dei vostri idoli!

Negozi online K-pop internazionali

Daebak

Nato dapprima come negozio online per le Korean snack box (sotto il nome di Snack Fever) a Los Angeles nel 2015, dal 2018 si è spostato a Seoul ed ha allargato il proprio business, vendendo prodotti coreani di vario genere, compreso il K-pop merch.

Attenzione: la spedizione è gratuita per gli ordini superiori a $199, $25.99 per gli ordini a partire da $70 e $39.99 per gli ordini sotto il $70.

KPop Merchandise online

KPopmart

Kpoptown

COKODIVE

Cokodive è uno dei migliori siti online dove acquistare album online, la spedizione è gratuita per chiunque e offrono vari prodotti, sia K-pop merch ma anche fashion e beauty; in questo sito è possibile acquistare buona parte dei prodotti dei BTS o BT21, oltre al “Learn Korean with BTS Book package”.

Kpopshop

Hanno una grande varietà di prodotti K-pop, dai lightstick ufficiali, agli album e le photocard: la spedizione è gratuita e spesso regalano prodotti a chi si iscrive alla loro newsletter; inoltre, hanno anche una sezione speciale dedicata ai più piccoli, chiamata “Kpop for kids”.

Weverse shop

Weverse è un social network coreano creato dalla società di intrattenimento HYBE Corporation ed è noto per avere contenuti multimediali ma anche canali di comunicazione tra artisti e fan: la sua app di e-commerce, Weverse shop (prima Weply), provvede sia abbonamenti per contenuti su Weverse ma anche aggiornamenti e merchandise dei vari artisti.

Dapprima esclusiva dei gruppi legati alla HYBE, ora è tra i primi shop online per tutti i gruppi K-pop, infatti vi basterà cercare il vostro gruppo preferito e vi ricondurrà direttamente al loro merch ufficiale.

Negozi online K-pop italiani

Se, invece, non vi fidate a comprare da siti stranieri e preferite affidarvi a siti italiani, noi consigliamo:

No gravity

La Corea a 360°

Saranghae

Trovate tutti i link e ulteriori siti nella nostra Guida alla Corea in Italia!

Negozi K-pop a Seoul

Dato che ultimamente il traffico aereo ha ripreso i suoi ritmi del pre-pandemia, sempre più persone stanno approfittando di quest’occasione per viaggiare e coronare finalmente il sogno di visitare la Corea! Nel caso in cui voi facciate parte di questa categoria, ecco i negozi K-pop che non potete assolutamente perdervi:

Buru’s Ddeurak

Aperto nel 1979, è un negozio di musica molto famoso nell’area di Myeongdong e all’interno troverete non solo album ma anche tanti prodotti K-pop degli EXO, delle Blackpink, dei BTS e di tanti altri.

  • Address: 37-1 Myeongdong 8na-Gil, Jung-gu, Seoul, South Korea
  • Open hours: 10:00 – 22:30
  • +82-2-776-6353
  • Accepts Credit Card

Myeongdong Underground Shopping center

Considerato un po’ il paradiso del K-pop, troverete di tutto e di più, dagli album, ai vestiti, ai calendari, all’abbigliamento; per raggiungerlo dovrete prendere gli autobus numero 463, 421 o 104 oppure la linea 4 della metro e prendere l’uscita numero 6.

  • Address: 124 Toegyero, Jung-gu, Seoul, South Korea
  • Open hours: 09:00 – 23:00
  • +82-2-776-8932
  • Accepts Credit Card

SUM Market

Il Sum Market è un noto convenience store che si trova nel seminterrato della SM Entertainment, è possibile acquistare il merch ufficiale dei gruppi della SM, così come prodotti personalizzabili (ma anche gli snack alle alghe preferiti dagli EXO o il vino delle Girl’s Generation) e utensili per la casa; il modo migliore per raggiungerlo è prendere la linea verde, blu o rossa dell’autobus oppure tramite la metro ed è possibile accedervi dall’uscita 5 e 6 alla stazione di Samseong.

  • Address: 648 Samseong-ro, Gangnam-gu, Seoul, South Korea
  • Open hours: 10:00 – 22:00
  • +82-2-6240-9800
  • Accepts Credit Card

SM Town Pop-up Store

Questo è il paradiso dei fan della SM, infatti troverete il merch ufficiale delle Girl’s Generation, EXO, Super Junior, Henry, TVXQ e tanti altri: si trova a Young Plaza ed è vicino al Lotte Department Store e si può raggiungere tramite la linea 2 della metro dalla stazione di Euljiroipgu e prendere l’uscita numero 7.

  • Address: 67 Namdaemun-ro, Jung-gu, Seoul, South Korea
  • Open hours: 11:30 – 20:00
  • +82-2-771-2500
  • Accepts Credit Card

Purtroppo, come abbiamo detto all’inizio, stare dietro a tutti questi prodotti può essere dispendioso e non tutti possono permetterselo: non avere nessun prodotto originale dei vostri preferiti non significa essere “meno fan” ed è proprio per questo che noi di Mondo coreano siamo qui.

No, ancora non abbiamo trovato una soluzione alla povertà nel mondo e non abbiamo ancora organizzato un colpo alla zecca di stato (La casa di carta: Corea, chi? Cosa?) però abbiamo pensato che un modo carino per far sapere il nostro amore per i nostri gruppi preferiti è avere degli sfondi carini che li rappresentino! Quindi, che aspettate? Cliccate qui sotto!

Avete mai acquistato il merch ufficiale del vostro gruppo K-pop preferito? Se no, cosa vorreste comprare? Fatecelo sapere nei commenti!

Fonti:

Best Places to Buy K-pop Goods in Seoul – IVisitKorea

10 of Best K-Pop Albums & Goods Online Stores – Updated 2022 – IVisitKorea

What is the charm of Kpop merchandise, which has long extended outside of CDs and albums? (kbizoom.com)

A Guide to KPop Lightsticks: What to Know and Where to Get Them – The Soul of Seoul

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K-Drama Recensioni

La casa di carta: Corea

Titolo: La casa di carta: Corea (종이의 집: 공동경제구역)

Genere: azione, drammatico

Anno: 2022

Stagioni: 1

Episodi: 12

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 8/10

Era già dal giugno 2020 che si vociferava la possibilità che la BH Entertainment, sussidiaria della Kakao Ent., e la Zium Content, sussidiaria della JTBC, fossero in contatto con i vertici di Netflix per fare un remake della pluripremiata e famosissima serie originale Netflix, la Casa de papel e oggi, a distanza di un anno e mezzo, ci troviamo davanti a questo nuovo prodotto: la casa di Carta: Corea.

Il cast de La casa di carta: Corea – @hancinema

Trama

Essendo un remake, è chiaro che l’intento degli autori sia stato quello di rimanere il più possibile legati alla trama originale, mantenendo buona parte dei nomi dei personaggi, ma senza perdere l’occasione per dare quel tocco “coreano” in più che segna la netta differenza tra le serie coreane e quelle occidentali.

Questa volta la storia è ambientata nella penisola coreana in un ipotetico futuro intorno alla metà del 2020, dove le due Coree sono state riunite, dopo anni e anni di conflitti, sotto un’unica zona economica e moneta comune: tuttavia, seppure i presupposti fossero dei migliori e le intenzioni le più buone, come spesso ci ha insegnato la storia, non tutto va per il verso giusto e di questa unificazione ne beneficiano soltanto i più ricchi.

Sarà proprio per questo che il Professore, interpretato da Yoo Ji-Tae, attore di cinema e regista coreano, deciderà di mettere su una squadra di criminali per portare a termine un colpo alla zecca di Stato coreana.

Il Professore (Yoo Ji-tae) – @hancinema

Le Coree unite: sogno o realtà?

It was clear that everyone on the train smelled the same thing. It was the smell of hope.

Tokyo – Ep.1

Era chiaro che tutti [quelli che erano] sul treno sentivano lo stesso odore. Era l’odore della speranza.
Tokyo – Ep.1

Con questa frase, oltre che un paradossale ma simpatico discorso sul ruolo dei BTS nell’esportazione della cultura coreana ma anche dei valori dei quali si fanno portatori nel mondo, si entra subito dal primo episodio nell’argomento clou della serie: l’unificazione delle due Coree.

In effetti, la serie non racconta uno scenario così improbabile. Perché?

Perché, dopo la guerra di Corea (1950-1953) e l’armistizio firmato da entrambi i paesi – armistizio che ha portato alla costituzione della zona demilitarizzata -, ci sono stati vari tentativi di riunificazione negli anni, tentativi spesso falliti a causa delle continue ostilità e controversie tra la Corea del nord e la comunità internazionale.

Nel 2007 sono riusciti a firmare un accordo comune ma già nel 2009 la situazione era nuovamente degenerata.

Nel 2018, però, c’è stata una grande svolta e, per la prima volta nella storia della Corea del Nord, Kim Jong-un, Leader Supremo della Repubblica popolare democratica di Corea, ha varcato il confine tra i due paesi per incontrare l’ex presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, in occasione di un summit inter-coreano tenutosi proprio nella zona demilitarizzata che separa i due paesi.

Quello che la serie mostra, in maniera abbastanza illuminante, è il contrapporsi di due situazioni: da un lato, la voglia di rivalsa e di ricchezza che accomuna tanti coreani, dall’altro la paura – e talvolta la certezza – che, di quel sogno di libertà, ne avrebbero beneficiato soltanto in pochi.

Questi temi, in effetti, sono cari alla produzione coreana, non a caso li troviamo ricorrenti in molti K-drama, pensiamo a Squid Game, ultimo per uscita ma non per importanza, ma anche Itaewon class, Fight for my way, The sound of magic: la critica sociale e l’analisi della società sono un must have delle serie coreane che, con attenzione e senza troppi fronzoli, mettono lo spettatore davanti ad una, purtroppo triste, verità e visione della vita.

Critica sociale: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri

Nonostante i migliori intenti legati all’unificazione, la natura “perfida e ingorda” degli uomini non tarda a palesarsi e la stessa protagonista, Tokyo (interpretata da Jeon Jong-seo, The call), si trova a dover affrontare molte difficoltà e si troverà coinvolta in alcuni eventi spiacevoli.

Tokyo (Jeon Jong-seo) – @hancinema

Tuttavia, proprio quando pensa di non poter più sopportare quella vita, il Professore entrerà nella sua vita, proponendole di aggregarsi alla sua squadra per fare un ultimo colpo alla zecca di stato, prima di “svanire nel vento“.

La squadra messa su dal Professore, a dirla tutta, è composta quasi al cento per cento da disagiati, da persone che non hanno nulla da perdere, oltre alla loro vita, e sono quindi disposte a compiere anche i gesti più folli, pur di avere una chance di redenzione: vi ricorda qualcosa questa premessa?

Ex galeotti, immigrati dalla Corea del nord, membri di gang pericolose, scapestrati di vario genere e ladri: la squadra ha tutte le carte in regola per essere definita come “quelli che la mamma ti dice di non frequentare” e, a dirla tutta, la mamma avrebbe anche ragione.

Però, questi personaggi, seppur abbiano le caratteristiche per essere i classici “cattivi” della vicenda, non sono altro che l’ennesima prova di quanto, talvolta, la vita sappia essere crudele e non faccia altro che mettere i bastoni tra le ruote di alcune persone: ad esempio, una delle regole fondamentali del gruppo è quello di non uccidere nessuno nell’esecuzione del loro piano e interessante appare il paragone con i membri della “high-society” che, spesso, vengono descritti come senza scrupoli e senza coscienza.

I personaggi

Essendo un remake, i nomi dei personaggi sono stati lasciati come nella versione originale, quindi assistiamo al ritorno dei nomi delle capitali come modo per proteggere le identità di tutti i membri.

Tra gli attori, oltre ad alcuni nomi grossi della scena coreana, come Park Hae-soo (Squid game, Prison playbook, Racket boys), che interpreta il ruolo di Berlino, Lee Won-jong (Ms. Hammurabi, Delayed justice), che interpreta Mosca, e Kim Ji-hoon (Flowers of evil), che interpreta Denver, abbiamo anche l’occasione di vedere alcune facce nuove dell’intrattenimento coreano. Per esempio?

Per esempio, l’attrice che interpreta Tokyo, ma anche lo stesso Lee Hyun-woo (Rio) così come l’attrice Yang Joon-ju (Nairobi).

Rio (Lee Hyun-woo) – @hancinema

Meritano un plauso anche gli attori Kim Yun-jin (Lost, Mistress, Ms. Ma) e Kim Sung-oh (The great shaman Ga Doo-shim), che interpretano rispettivamente la team leader dell’unità di crisi della polizia sudcoreana Seon Woo-jin e il Capitano Cha Moo-hyuk, un ex agente, incaricati di risolvere il caso.

Seon Woo-jin e il Capitano Cha Moo-hyuk – @hancinema

La recitazione è, qualitativamente, molto molto valida, gli attori sono in grado di mostrare a 360° i caratteri e le peculiarità dei vari personaggi, rendendoli molto credibili, non solo nelle scene di follia generale ma anche in quelle più lucide e, a volte, anche emotive.

In amore e in guerra tutto è lecito?

Gli internazionalisti e gli esperti di diritto internazionale di guerra avrebbero da ridire, ma questo non lo diciamo agli sceneggiatori di questo K-drama. Perché?

Perché questa serie ci mostra come l’amore possa essere un’arma molto potente, capace di compiere le gesta più eroiche ma anche i più grandi tradimenti, trasformandosi in un’arma a doppio taglio: tra amori impossibili, sindrome di Stoccolma, amori nati per il solo scopo di ottenere più informazioni, questa serie ci darà la possibilità di osservare tutte le varie sfumature di questo strano sentimento.

Tuttavia, abbiamo una domanda: ma che problema hanno i coreani con le isole dove andare a rilassarsi insieme alle persone che amano?

Conclusioni

Che dire? Finora sembra un prodotto molto valido, non ha niente da invidiare alla versione originale ma, al tempo stesso, non pecca di mancanza di originalità, rendendo la serie piacevole da guardare, tiene incollati allo schermo e permette comunque di riflettere su quella che è la società moderna: unica pecca, è un tantino lenta ma niente che un x1.25 non possa risolvere!

Ultimo, ma non per importanza: i colori scelti sono molto interessanti, aiutano a creare bene l’atmosfera e le stesse scelte di regia sono astute, facendo spesso paragoni e richiami alla versione originale della serie.

Per ora, questo è il nostro commento sui primi sei episodi de La casa di Carta: Corea. Voi che ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

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K-Drama

Legal K-drama: i nostri consigli

Siete sempre stat* interessat* alle serie tv che avessero come protagonisti team di avvocati, intrighi tra le aule del tribunale e colpi di scena a suon di arringhe davanti ai giudici?

Se la risposta è sì, siete nel posto giusto perché oggi parleremo di legal K-drama e di quelli che, secondo noi, meritano di essere visti almeno una volta se piace il genere!

Cos’è un legal drama?

I legal drama, come suggerisce lo stesso nome, sono delle serie tv che si svolgono, prevalentemente, dentro le aule dei tribunali e che narrano le vicende di avvocati, giudici, criminali e, talvolta, anche poliziotti.

Hanno come tematiche principali i dilemmi morali che possono capitare nell’arco della pratica forense o nella vita normale da banali “spettatori”: spesso, nel corso della narrazione, è possibile assistere a episodi di cattiva giustizia, di corruzione, di difficili scelte morali ma anche di giustizia fatta non con la violenza ma con la parola e il diritto.

In proposito, l’American Bar Association Journal ha analizzato che il sempre crescente interesse del grande pubblico verso questo genere di intrattenimento è dovuto all’intreccio tra le questioni più strettamente legali e la vulnerabilità tipica dell’uomo, rendendo queste serie più aderenti alla realtà di ogni persona rispetto ad altri generi.

Quali sono i legal K-drama che più ci sono piaciuti?

Abbiamo selezionato 7 K-drama che, secondo noi, meritano di essere visti. Siete pront*?

I nostri consigli

Military prosecutor Doberman (군검사 도베르만)

Andata in onda dal 28 Febbraio al 26 Aprile 2022, contando ben 16 episodi, prodotta e trasmessa da tvN, questa serie racconta le vicende di Do Bae-man (interpretato da Ahn Boh-hyun, My name, Itaewon class, Yumi’s cells), un che ha intrapreso la carriera di procuratore militare soltanto per avere garantiti soldi e fama e senza alcuna vocazione in merito, e di Cha Woo-in (interpretata da Jo Bo-ah, Temperature of love, Tale of nine tailed), una ragazza nata in una famiglia molto ricca e che decide di intraprendere questa carriera per ottenere vendetta.

Do Bae-man ha un triste e complesso passato alle spalle, un passato fatto di lutti, di dolore e di tanta sofferenza, sofferenza alla quale riesce a sopravvivere, almeno per un po’: infatti, riuscirà a laurearsi in legge e tenterà di essere assunto da vari studi legali ma senza successo; il punto di svolta nella sua carriera lo avrà quando incontrerà un losco avvocato, Yong Moon-goo, il quale gli farà una grande offerta alla quale difficilmente Bae-man potrebbe rifiutare.

Dall’altro lato abbiamo Cha Woo-in, unica figlia del proprietario di una multinazionale, ha tutte le carte in regola per essere il procuratore militare perfetto ma, in realtà, nasconde delle abilità che la rendono tutt’altro che innocua, infatti è molto abile nelle arti marziali.

@Pinterest

Un giorno il padre viene accusato di corruzione e le azioni e i profitti dell’azienda crollano a picco, causandone la bancarotta e il successivo acquisto ad un prezzo stracciato da parte di un cliente di Yong Moon-goo: quando Woo-in incontra Bae-man e scopre per chi lavora, decide di sfruttarlo per mettere in atto il suo piano di vendetta contro Yong Moon-goo per riscattare l’onore dell’azienda del padre e del padre, ormai defunto.

Le tematiche trattate e alcune scene non sono adatte ai più sensibili, quindi se siete facilmente impressionabili, meditate bene se procedere nella visione!

Ahn Bo-hyun e Jo Bo-ah per BAZAAR Korea – @Pinterest

Juvenile Justice (소년 심판)

Serie originale Netflix uscita nel febbraio 2022, questo K-drama narra le vicende di Shim Eun-seok (interpretata da Kim Hye-soo, Tazza: The high rollers, Hyena), una giudice dal carattere freddo e distaccato assegnata ad un tribunale per minori: Eun-seok è famosa tra i suoi colleghi per la severità dei suoi giudizi nei confronti dei minorenni che capitano al banco degli imputati, infatti è noto anche all’opinione pubblica la sua totale avversione nei confronti dei “giovani criminali“.

Kim Hye-soo – @hancinema

Durante questa sua esperienza come procuratore, dovrà fare i conti con il suo passato, con le sue paure e con i suoi stessi traumi, cercando pian piano di cambiare il suo approccio alla vita e alla professione: in questo suo percorso, avrà al suo fianco il giudice Cha Tae-joo (interpretato da Kim Mu-yeol, Forgotten, My beautiful bride), totalmente opposto rispetto alla collega, fervente sostenitore della riabilitazione dei condannati e in un approccio molto più aperto al dialogo e all’ascolto verso i più giovani che hanno perso la retta via.

Kim Mu-yeol – @hancinema

Inoltre… Non lo sapete? Abbiamo fatto un’analisi più approfondita di questo K-drama: se non l’avete ancora letta, andate a recuperarla qui!

Law school (로스쿨)

Serie originale JTBC dell’aprile 2021 e trasmessa da JTBC e Netflix, Law school è ambientata alla Hankuk University Law School e affronta le vicende di un gruppo di studenti del corso di legge, le cui vite verranno presto sconvolte da un terribile evento che li terrà legati tra di loro in un’improbabile e sempre più stringente morsa: durante un processo simulato tra gli studenti, uno dei docenti viene trovato morto nel suo ufficio nei pressi dell’aula bunker dove si stava tenendo la simulazione e l’accusato principale sarà il Professor Yang (interpretato da Kim Myung-min, Detective K, VIP, Six flying dragons), docente di diritto penale presso l’università ed ex procuratore.

Gli studenti della Hankuk Law school – @hancinema

Da quel momento, la realtà dei vari studenti diventerà una vera e propria simulazione, saranno costantemente messi sotto torchio dall’accusa e dovranno districarsi tra i non pochi imprevisti e sabotaggi per scagionare il professore, portando alla luce, però, numerosi intrighi e allargando l’intera vicenda ad un vero e proprio caso di stato.

Kim Bum, Ryu Hye-young e Kim Myung-min – @hancinema

I protagonisti principali sono Kang Sol-A (interpretata da Ryu Hye-young, Reply 1988), studentessa del primo anno entrata grazie ad una borsa di studio, volenterosa ma estremamente disordinata, ha una sorella gemella che è il suo totale opposto (ndr: ricordate questa informazione, sarà molto importante!), Han Joon-hwi (interpretato da Kim Bum, Boys over flowers, Tale of the nine tailed, Ghost doctor), un brillante studente dall’intelligenza acuta e pianificatrice, è il nipote del docente trovato morto, e Kang Sol-B (interpretata da Lee Soo-kyung, Where stars land, Yaksha), la compagna di stanza di Sol-A, appartiene ad una famiglia di avvocati molto ricca, è costantemente torturata dalla madre perché sia la migliore studentessa del corso e proprio questo la porterà a compiere un gesto molto controverso.

Ryu Hye-young e Kim Bum – @hancinema

Un plauso deve essere fatto a Lee Jung-eun, che in questa serie interpreta Kim Eun-sook, docente di diritto civile, apparentemente bonacciona e affabile, in realtà è una donna molto tenace e capace di farsi rispettare, non solo come donna ma anche come professionista.

Anche in questo caso, le tematiche trattate (violenza, sangue, omicidi, corruzione) non sono adatte ad un pubblico facilmente impressionabile.

Un motivo valido per guardare questa serie è una delle OST!

Vincenzo (빈센조)

Vincenzo Cassano: un nome, una garanzia!

Il primo episodio di questa serie ha raggiunto il 7.7% di share, classificandosi al quarto posto tra gli episodi pilota più votati di tutti i tempi: originale tvN e distribuita su larga scala da Netflix nel 2021, è stata inserita da Forbes al quarto posto tra i K-drama più visti del 2021.

Vincenzo, come suggerisce lo stesso titolo, ruota tutt’intorno al personaggio di Park Joo-hyung (interpretato da Song Joong-ki, Descendants of the sun, Arthdal Chronicles) che, all’età di otto anni, viene adottato da una famiglia mafiosa italiana – i Cassano – e, di conseguenza, ribattezzato Vincenzo Cassano: Vincenzo diventa un avvocato e consigliere di mafia e braccio destro del boss Don Fabio, scatenando l’ira del figlio biologico di quest’ultimo.

Song Joong-ki nei panni di Vinenzo Cassano – @hancinema

Vincenzo, per questioni di business, deciderà di tornare a Seoul e recuperare una tonnellata e mezza d’oro, appartenente ad un magnate cinese morto poco tempo prima, che aveva aiutato a nascondere nel seminterrato di Geumga Plaza: tuttavia, la missione non va esattamente come previsto e, arrivato a Seoul, Vincenzo scoprirà che una sussidiaria del Babel Group ha ottenuto con mezzi illegali la proprietà dell’immobile e Vincenzo dovrà usare tutte le sue abilità da avvocato per cercare di strappare il palazzo al gruppo e recuperare finalmente il suo bottino.

Jeon Yeo-been nelle vesti di Hong Cha-young – @hancinema

Il Geumga Plaza, però, è abitato da alcuni personaggi ambigui ma esilaranti, tra i quali Hong Yoo-chan (interpretato da Yoo Jae-myung, Itaewon class, Reply 1988) , un avvocato che combatte a spada tratta contro le ingiustizie, il cui studio legale si trova proprio in quello stabile: all’inizio Vincenzo entrerà in conflitto con la figlia di Yoo-chan, Hong Cha-young (interpretata da Jeon Yeo-been, Save me, Be melodramatic), avvocatessa della Babel Group ma, dopo la morte del padre, deciderà di rilevare lo studio di famiglia e si aggregherà a Vincenzo e agli inquilini del Geumga Plaza contro la Babel.

Gli inquilini del Geumga Plaza – @hancinema

La serie è un po’ lenta ma davvero ben fatta, i dialoghi sono talvolta esilaranti ma mai privi di significato: attenti ai colpi di scena! Ma soprattutto, volete davvero perdervi Song Joong-ki che parla in italiano? Guardare per credere!

Hyena (하이에나)

Serie SBS TV e trasmessa da SBS e da Netflix nel 2020, questa serie analizza la vita e le vicende di due avvocati di uno studio legale d’élite dai modi di fare completamente opposti.

Da un lato abbiamo Jung Geum-ja (interpretata da Kim Hye-soo, Tazza: The high rollers, Juvenile Justice), un’avvocatessa spericolata e dai bollenti spiriti con la brutta abitudine di superare la soglia tra il legale e l’illegale quando si tratta di dover chiudere un caso, infatti il suo obiettivo principale è guadagnare sempre di più a qualunque costo.

Kim Hye-soo – @hancinema

Dall’altro lato abbiamo, invece, Yoon Hee-jae (interpretato da Ju Ji-hoon, Kingdom, Jirisan), il cavaliere senza macchia e senza paura, con un’altissima considerazione e venerazione nei confronti delle regole e insofferente davanti a chi le trasgredisce: è un ottimo avvocato ma pecca di malizia che, nel loro mestiere, può proprio fare la differenza e molte volte verrà superato da Geum-ja che, per questa sua caratteristica, verrà presto rinominata “iena“.

Ju Ji-hoon – @hancinema

Ms. Hammurabi (미스 함무라비)

Serie JTBC del 2018, narra delle vicende di alcuni giudici e dei casi e difficoltà che si trovano ad affrontare nell’arco della loro giornata e professione. Perché abbiamo scelto questa serie?

I giudici protagonisti della serie – @hancinema

Per il suo background! Sapete da dove nasce questa serie?

Nasce proprio da un omonimo romanzo pubblicato nel 2015 in serie dal The Hankyoreh, un giornale di centro-sinistra liberale coreano attivo dal 1988, e poi reso un romanzo a tutti gli effetti nel 2016 sotto l’egida della Munhakdongne Publishing Group: cosa avrà mai di speciale questa serie?

L’autore del libro, nonché sceneggiatore della serie, si chiama Moon Yoo-seok ed è il giudice capo del tribunale del distretto est di Seoul: proprio in ragione di ciò, essendo l’autore stesso dentro l’ambiente che ha descritto e romanzato, il grande pubblico ha apprezzato particolarmente la serie, soprattutto per il punto di vista onesto e preciso sul ruolo e sul lavoro dei giudici nelle corti coreane ma anche per la critica e l’analisi alla società coreana attuale.

I protagonisti sono Park Cha Oh-reum (interpretata da Go Ara, Do Do Sol Sol La La Sol, Reply 1988, Reply 1994), una giovane e appassionata, ma forse troppo idealista, giudice innamorata della verità e della giustizia, Lim Ba-reun (interpretato da Kim Myung-soo, The Emperor, Angel’s Last Mission: Love), un giudice d’élite che antepone i principi e le regole a qualunque distrazione e Han Se-sang (interpretato da Sung Dong-il, Ghost Doctor, Moon Lovers, Jirisan), un giudice capo coi piedi per terra che, grazie agli anni d’esperienza alle spalle e alla sua conoscenza, diventa un punto di riferimento per i nuovi giudici, conoscendo meglio di chiunque altro quanto dure possano essere le prove della vita.

Go Ara e Kim Myung-soo – @hancinema

Piccolo indovinello: sapete dire in quali altre serie hanno lavorato insieme Go Ara e Sung Dong-il? Vi diamo un indizio: una ha una OST molto famosa, fatta da qualcuno molto molto famoso!

Suspicious partner (수상한 파트너)

Uscita nel 2017 e trasmessa da SBS, Suspicious Partner ha un cast assolutamente invidiabile, infatti vede come protagonisti Ji Chang-wook (The sound of magic, Lovestruck in the city) e Nam Ji-hyun (100 days my prince, The witch’s diner), accompagnati da Choi Tae-joon (So I married an anti-fan, 2521) e Kwon Nara (Bulgasal, Itaewon class): la serie conta 40 episodi da 30 minuti e, seppur non abbia raggiunto livelli incredibili di share, è comunque tra le serie del genere legal drama più seguite dalla fascia 20-49 anni.

La serie tratta di Noh Ji-wook (Ji Chang-wook), un procuratore, e Eun Bong-hee, una aspirante procuratrice, e del loro lavoro insieme per risolvere un caso riguardante uno scaltro omicida psicopatico: mentre lavorano su questo caso, i due si rendono presto conto di quanto i loro passati siano connessi tra di loro e presto le cose diventeranno più intricate e complicate, riportando a galla vecchi traumi del passato e sensazioni che erano ormai sepolte nel punto più profondo dei loro cuori.

Avete visto questi K-drama? Avete altri da consigliarne di questo genere? Fatecelo sapere nei commenti!


Note:

Foto di copertina di jessica45 da Pixabay, grafica originale di Mondo coreano.

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K-Pop

#BTS: it’s comeback time!

ARMY di Mondo coreano: a rapporto!

Svegliatevi dal letargo, rispolverate le vostre Army bomb, recuperate gli ultimi episodi di BANGTAN BOMB, andate a ripassare i fanchant. Perché?

Perché, finalmente, il 10 Giugno, dopo più di 500 giorni dall’uscita di BE, avremo un nuovo comeback dei BTS: annunciato durante l’ultimo giorno del mini-tour di 4 date a Las Vegas, il 4 Maggio con uno streaming totalmente inaspettato, è stato rivelato il nome ufficiale del prossimo album, PROOF.

PROOF, da quello che appare dai due teaser resi pubblici (e che potete reperire sul canale Youtube BANGTAN TV) e dall’ultima dichiarazione rilasciata proprio dalla BigHit, è un album antologico che porta alla riscoperta di alcune delle vecchie canzoni del gruppo con l’aggiunta di cinque brani inediti.

Cosa sappiamo di questo nuovo album?

Il filo rosso che lega questo nuovo album è la celebrazione dei nove anni di carriera del gruppo, dei loro sforzi e sacrifici ma anche l’inizio di una nuova era.

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Il programma previsto per gli ARMY per scoprire, pezzo dopo pezzo, quello che ci riserba questo nuovo album è stato molto fitto: siete riuscit* a sopravvivere?

Abbiamo subito numerosi attacchi, tra le tracce scelte, i nuovi titoli, per non parlare delle concept photo (ndr: l’autrice di questo articolo non si è ancora ripresa dal ritorno dell’acconciatura da emo di Jungkook) e del trailer del video di Yet to come: insomma, è stato un mese pesante… molto pesante. Proviamo a fare un recap delle tracce?

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In questo CD troviamo esclusivamente brani cantati dall’intero gruppo, compresa la grandissima collaborazione con Halsey per Boy with Luv, e il titolo della prima nuova canzone, Yet to come (The most beautiful moment): sorpresa delle sorprese è l’inserimento di Born Singer, brano molto amato dai fan e dal gruppo stesso, che però era una cover (o meglio, sfruttava l’instrumental di un brano di J Cole, Born sinner) fatta dal gruppo nel lontano 2013 e cantata l’ultima volta nel 2017 durante uno degli ultimi appuntamenti del tour.

In questo secondo CD, invece, troviamo sia solo che sub-unit/group songs, mentre la title-track è proprio una delle novità, intitolata RUN, BTS (Dallyeora Bangtan): a quanto pare, ogni membro del gruppo ha scelto un singolo del proprio repertorio e un brano di gruppo/sub-unit, spiegando la propria decisione in una serie di short video chiamati “Proof of inspiration“.

FUN FACT: se notate, i brani dei singoli membri sono messi nell’ordine seguito dal fanchant, alternati da una canzone dell’intero gruppo! Non ci credete? Guardate bene: RUN BTS – Persona (Kim Namjoon) – Stay (OT7) – Moon (Kim Seokjin) – Jamais Vu (OT7) – Trivia: Seesaw (Min Yoongi) … Dobbiamo continuare?

Purtroppo le tracce presenti in questo album saranno disponibili solamente su CD e non sulle piattaforme streaming, tranne For Youth, una delle novità previste per questo album insieme alla traccia 02, Young love, e la 04, Quotation mark.

Da quanto rilasciato alla stampa, questo terzo CD, a differenza degli altri due che, invece, ripercorrono la carriera del gruppo e mostrano le loro diverse sfumature, sembrerebbe proprio essere dedicato agli ARMY, all’amore verso di loro e al rapporto che, indissolubilmente, li lega da ormai nove anni.

Ma, a proposito di ere, siete sicuri di ricordarle tutte? Se la risposta è negativa, Mondo coreano è qui per voi!

PS. Per questioni logistiche, prenderemo in considerazione solamente la discografia coreana ma consigliamo comunque a tutti di ascoltare anche la discografia giapponese che contiene alcune perle firmate Bangtan Sonyeondan.

School trilogy (2013-2014)

La “school trilogy” è la prima vera era che segna l’inizio del percorso dei Tannies, a partire dal loro debutto con il brano No more dream.

Questa trilogia è composta dagli album:

2 Cool 4 Skool, pubblicato il 12 giugno 2013

O!RUL8,2?, pubblicato l’11 settembre 2013

Skool luv affair, pubblicato il 12 febbraio 2014

Il leitmotiv di tutti e tre gli album, oltre alla musica hip hop e l’ambiente scolastico, è una forte critica nei confronti della società opprimente nella quale gli adolescenti d’oggi si trovano a vivere, schiacciati dalle aspettative e dalle pressioni di genitori e insegnanti e costretti ad abbandonare i propri sogni per seguire quelli altrui.

Dark & Wild (2014-2015)

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Questo album è stato rilasciato il 19 agosto 2014 ed è da molti considerato come un periodo (o album) di transizione perché iniziamo ad assistere ad un cambiamento, non solo stilistico e di genere, ma anche nelle tematiche perché dall’ambiente scolastico si passa alle relazioni sociali generalmente intese, nello specifico i sentimenti amorosi, prevalentemente adolescenziali, e quanto possa esservi correlato.

Una delle tracce di questo album, War of hormone, seppur sia tra le più amate dai fan, ha messo in grandi difficoltà il gruppo e l’agenzia, criticata per il testo e per un’eccessiva oggettivizzazione delle donne: questo porterà la BigHit a scusarsi pubblicamente e avviare un processo di revisione dei testi più attenta.

Personally, I received a lot of criticism regardin misogyny in 2015 and 2016, which led me to get my lyrics reviewed by a women’s studies professor. That experience, in turn, was an opportunity for me to self-reflect and question whether I’d been insensitive to gender equality. I want to do the best I can to take interest in the topic, learn and make improvements. That’s my perspective now.
RM (Kim Namjoon) to ABC News in 2021

Personalmente, ho ricevuto molte critiche in merito alla misoginia intorno al 2015/2016, [ciò] mi ha portato a far rivedere i miei testi da un docente di studi femminili. Questa esperienza, col senno del poi, è stata un’opportunità per me per fare autocritica e chiedermi se non fossi insensibile in merito alla questione di genere. Voglio fare il mio meglio per interessarmi alla questione, imparare e migliorare. Questo è il mio obiettivo.
RM (Kim Namjoon) a ABC News nel 2021

Hwa-yang-yeon-hwa (2015-2016)

Questa era è caratterizzata dalla serie di mini-album intitolati The most beautiful moment in life (o 화양연화, hwa-yang-yeon-hwa).

Si compone di tre album:

HYYH pt.1, pubblicato il 29 Aprile 2015

HYYH pt.2, pubblicato il 30 Novembre 2015

HYYH: Young Forever, pubblicato il 2 maggio 2016

The most beautiful moment in life segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e si concentra in buona parte sulla paura di crescere ma anche sul voler realizzare i propri sogni ed è ispirato ad una conversazione realmente avvenuta tra Bang PD e Suga, durante la quale quest’ultimo avrebbe affermato di non voler ancora diventare adulto per continuare ad inseguire i propri sogni di ragazzino.

Inoltre, è possibile osservare anche un cambiamento nello stile, assistendo ad un progressivo passaggio dal genere hip hop al più classico pop-rock.

Wings e You never walk alone (2016-2017)

Rilasciato il 10 ottobre 2016, rappresenta la trasformazione più matura dei BTS, in quanto unisce temi vicini alla giovinezza – già affrontati negli album precedenti – ma anche la tentazione e le difficoltà: ispirato prevalentemente al romanzo Demian di Hermann Hesse, non sono rari i riferimenti al confronto tra il bene e il male e la filosofia jungiana.

A Wings seguirà l’album You Never Walk Alone, rilasciato il 13 febbraio 2017, che consiste in una continuazione proprio di Wings, infatti contiene molti brani del precedente album insieme a qualche brano nuovo: fiore all’occhiello di questo YNWA è il brano Spring Day, al quale è tristemente collegato il tragico evento che ha coinvolto il traghetto Sewol nel 2014.

Love yourself trilogy (2017-2018)

Anche in questo caso ci troviamo davanti ad una serie di album tutti intitolati Love yourself.

Gli album in questione sono:

Love Yourself: Her, pubblicato il 18 settembre 2017

Love Yourself: Tear, pubblicato il 18 marzo 2018

Love Yourself: Answer, pubblicato il 24 agosto 2018

Her è il primo disco della trilogia e rappresenta la gioia e la bellezza dell’innamoramento, mentre Tear affronta il dolore e la sofferenza dovuti alla separazione ma, soprattutto, la consapevolezza di potersi trovare davanti un amore non corrisposto: l’ultimo album, Answer, rappresenta un po’ la conclusione del percorso di crescita e cambiamento iniziato con HYYH.

Se il filo conduttore dei primi due EP è l’amore verso gli altri e la ricerca disperata di attenzioni e risposte dagli altri, Answer, proprio come suggerisce il titolo, dà un consiglio fondamentale agli ascoltatori, cioè quanto sia necessario amare se stessi prima di cercare l’amore negli altri.

Questa costruzione non è affatto casuale e, come abbiamo avuto modo di vedere molte volte nei contenuti proposti dai BTS, si fa un grande riferimento a quella che è la tradizione letteraria cinese, coreana e giapponese, infatti Love Yourself è impostato secondo il Kishotenketsu (起承転結), un termine giapponese che indica proprio l’impostazione della narrazione e della retorica tradizionale asiatica.

Tra il primo e il secondo album della serie Love Yourself verrà pubblicato il 4 aprile 2018 anche l’album giapponese, Face Yourself, al cui interno troviamo, tra le varie versioni in lingua giapponese delle canzoni presenti in Her, anche il brano Don’t leave me che, seppur non abbia un suo video musicale, ha riscosso molto successo tra gli Army.

Map of the soul (2019-2020)

La serie Map of the soul consiste in una serie di tre album, due in lingua coreana e uno in lingua giapponese, nello specifico:

Map of the soul: Persona, pubblicato il 12 aprile 2019

Map of the soul: 7, pubblicato il 12 febbraio 2020

Map of the soul: The Journey, pubblicato il 14 luglio 2020

L’intera serie coglie ispirazione dal libro di psicologia analitica di Murray Stein, incentrato sulle teorie dello psicanalista Jung, e si concentra sul percorso che hanno dovuto affrontare, come individui, come giovani e come gruppo, per arrivare al successo che stanno ricevendo negli ultimi anni.

BE (2020-2021)

Be è l’ultimo album del gruppo, rilasciato il 20 novembre 2020, e in base a quanto dichiarato durante la conferenza stampa dalla stessa agenzia, in questo album i BTS si aprono, esternando le loro sensazioni e timori, specie in seguito alla pandemia e il terrore dei giovani membri di non riuscire a rimanere in contatto con i propri fan: in particolar modo il brano Life goes on cerca di riassumere in note e parole queste sensazioni e la loro ricerca di sicurezza e certezza.

Butter (2021)

Per quanto non possa essere considerato un vero e proprio album, questo EP contiene gli ultimi due brani dei BTS, Butter (uscito nel maggio 2021) e Permission to dance (uscito nel luglio 2021), brani che li hanno consacrati ulteriormente nell’olimpo della musica internazionale, portando anche alla vittoria di numerosi premi.

Che ve ne pare di questo concept? Siete pront* per il grande ritorno dei Tannies?

Sappiate, però, che le sorprese non finiscono qui! Eh no, perché saprete bene che gli Army sono conosciuti tra tutti i fandom per essere tra i più generos* che esistano e, anche noi di Mondo coreano, non abbiamo saputo resistere a questo richiamo. Siete curiosi di sapere cosa abbiamo preparato per voi? Cliccate il pulsante qui sotto e non dimenticate di commentare!

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K-Culture Korea

16/04/2014: il naufragio del Sewol

Breve introduzione all’argomento

Il 16 Aprile 2014 è una data fondamentale per la storia contemporanea coreana, data passata tristemente alla storia a seguito del naufragio della nave Sewol ed è ricordato come uno dei più grandi naufragi mai avvenuti in Corea e, soprattutto, uno degli eventi più disastrosi accaduti in tempi di pace.

A causa del naufragio perderanno la vita 304 persone, 250 dei quali erano studenti della Danwon High School di Ansan e i 172 sopravvissuti verranno tratti in salvo prevalentemente da pescherecci e navi civili, arrivate sul luogo almeno 40 minuti prima della Korean Coast Guard (해양경찰청, Haeyang-gyeongchal-cheong).

This aerial image shows part of the damaged Sewol ferry between two barges during a salvage operation Thursday.
Immagini aeree delle operazioni di recupero del Sewol avvenute nel 2017 (Credits to AFP/Getty Images)

Ricostruzione dell’evento

naufragio-korea

Il Sewol (세월) era un traghetto costruito in Giappone nel 1994, nel 2012 verrà acquistato dalla Cheonghaejin Marine Company e, a seguito di ciò, subirà delle modifiche rivelatesi poi illegali.

Il traghetto ha iniziato ad essere attivo il 15 Marzo del 2013, compiendo tre viaggi a settimana dal porto di Incheon all’isola di Jeju, tragitto di 425 km e della durata di 13 ore e mezza.

Il Sewol, al momento della partenza, trasportava 443 passeggeri, 33 membri dell’equipaggio e 185 macchine, per un totale di 2,142.7 tonnellate di carico, nonostante il peso massimo consentito fosse pari a 987 tonnellate: il carico che non rientrava in quello consentito non era stato adeguatamente messo in sicurezza e questo squilibrio di peso sarà una tra le tante motivazioni che porteranno all’infausto evento.

La partenza del Sewol avverrà alle ore 09:00 p.m. KST del 15 Aprile 2014 e, per buona parte della navigazione, tutto andrà secondo i piani; tuttavia, a circa tre quarti di viaggio, avverrà qualcosa che darà il via alla concatenazione di eventi che porteranno al naufragio: alle ore 08:27 a.m. KST, mentre il Sewol entra nel canale di Maenggol, l’ufficiale di coperta Park ordinerà al timoniere Cho di correggere la rotta da 135 a 140 gradi.

A questo punto, però, la vicenda inizierà a farsi confusionaria perché verranno presentate due versioni differenti degli avvenimenti che, all’esito delle indagini, permetteranno alla Corte di concludere che i tentativi di Cho hanno portato la nave ad affrontare una svolta di 15 gradi per 40 secondi e che Cho (spaventato dall’eccessiva velocità della nave nella risposta ai comandi quando gli era stato dato l’ordine da Park di cambiare la rotta di 145 gradi) stesse già cercando di svoltare a sinistra quando ha ricevuto le altre indicazioni dall’ufficiale di coperta, portando la prua della nave a girare rapidamente a destra.

Il susseguirsi di brusche manovre porterà buona parte del carico del Sewol a spostarsi su un lato, implicando la perdita di tutta la forza di reazione della nave, permettendo così all’acqua di fluire dentro tramite i portelloni laterali per l’ingresso delle automobili e del carico localizzati nella poppa. Ma dov’era, in tutto questo trambusto, il capitano della nave?

Il Capitano Lee, nel frattempo, si trovava nella sua cabina ma, una volta sentito dell’incidente, si precipiterà sul ponte di comando della nave, raggiunto poco dopo dal resto dell’equipaggio e sarà all’incirca in questo momento che il timoniere Cho spegnerà i motori dell’imbarcazione, lasciando che questa andasse alla deriva.

Mentre il Sewol iniziava ad affondare, i membri dell’equipaggio e il Capitano Lee ordineranno ai passeggeri tramite l’interfono della nave di rimanere fermi perché ogni minimo movimento sarebbe potuto essere pericoloso e, contestualmente, verrà effettuata la prima chiamata al numero nazionale di emergenza da Choi Duk-ha, uno studente della Danwon presente sul traghetto: l’equipaggio procederà con le dovute chiamate d’emergenza al servizio di assistenza al traffico marittimo o VTS soltanto qualche minuto dopo.

Di lì in poi inizierà un “botta e risposta” tra la Guardia Costiera e il Sewol circa lo status dell’imbarcazione, dei passeggeri e le procedure da seguire: alle 08:57 a.m. KST la Guardia costiera invierà il pattugliatore No. 123 sulla scena e lo incaricherà di seguire le procedure della Guardia costiera per il salvataggio dei passeggeri.

Questo passa parola di informazioni proseguirà fino alle 09:38 a.m. KST, quando si interromperanno definitivamente le comunicazioni tra la nave e il VTS: nel frattempo, qualche minuto prima lo stesso servizio di assistenza esorterà il Capitano a prendere una rapida decisione sul da farsi e questi ribadirà, un’ultima volta, l’ordine di rimanere fermi, ordine che condannerà definitivamente a morte buona parte dei passeggeri.

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Alle 09:46 a.m. KST il Capitano Lee e parte del suo equipaggio verrà tratto in salvo, abbandonando la nave e i suoi passeggeri al loro triste destino.

Le successive operazioni di recupero dei corpi delle vittime e dei loro oggetti da restituire a genitori e amici verranno condotte prevalentemente da sommozzatori civili, lasciati da soli nell’esecuzione di queste difficilissime e pericolose operazioni: il 10 Luglio 2014 il governo ordinerà improvvisamente ai sub di interrompere il tutto e di abbandonare il sito.

Cause principali del naufragio

Ma quindi, quali sono le cause di questo terribile incidente?

Per quanto cercare un solo colpevole sia – sostanzialmente – impossibile, siamo in grado, anche grazie alle indagini e ai processi che si sono svolti, di individuare alcune motivazioni che hanno portato a questo esito, innanzitutto possiamo imputare alla pericolosità della zona di mare del canale di Maenggol un primo motivo che avrebbe dovuto comportare una maggiore attenzione nella navigazione.

Purtroppo, però, in questo caso le cause e gli errori umani sono sicuramente quelli che hanno maggiormente influito nella determinazione degli eventi, partendo dalle modifiche inopportune al progetto originale del traghetto e al difetto nel meccanismo di governo del timone (informazione che era stata fatta presente dal Capitano Lee il 1 Aprile di quello stesso anno ma che era stata completamente ignorata dalla compagnia che gestiva la manutenzione della nave).

Un altro errore umano è stato quello commesso dall’ufficiale di coperta Park e dal timoniere Cho, dovuto all’improvvisa e irragionevole virata a tribordo tra le 08:48 e le 08:49 che ha causato lo scivolamento del carico a babordo (= sinistra) e a ciò si deve aggiungere la totale inesperienza e inadeguatezza dell’equipaggio nelle situazioni emergenziali: un’indagine sulla contabilità della Chonghaejin ha rivelato, poi, che l’azienda avesse speso appena 521 dollari per l’addestramento dell’equipaggio, comprese le esercitazioni per le evacuazioni.

I ritardi nelle operazioni di salvataggio rientrano sicuramente tra le concause di questa tragedia, infatti è stato notato come una maggiore repentinità nell’attivazione delle operazioni avrebbe sicuramente portato in salvo molte più persone rispetto ai numeri effettivi ma in questo caso si inserisce un’altra componente, cioè quella dell’insensatezza dell’ordine di rimanere a bordo da parte del Capitano Lee, ordine che è stato eseguito ad occhi chiusi dai passeggeri: da questa dinamica è stato, poi, tratto un articolo di critica sociale da parte del giornale Korea Times dal titolo Culture can’t explain it all, nel quale si affronta il ruolo della cultura e della rigida educazione coreana.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo il comportamento del Capitano, il quale ha impiegato ben 40 minuti prima di rendersi conto dell’irrecuperabilità della situazione e non si è prodigato immediatamente per l’attivazione dei protocolli di salvataggio: a ciò va aggiunto, soprattutto, la sua decisione di mettersi in salvo prima di essersi assicurato del benessere dei propri passeggeri, violando quella che è una legge non scritta del mare, cioè “Il comandante affonda con la nave“.

Tra i vari responsabili, certamente non si può escludere la Guardia costiera, sospettata di aver deliberatamente ignorato il proprio manuale interno nello svolgimento delle operazioni di soccorso, infatti, secondo il Manuale di soccorso marittimo la polizia marittima è tenuta a designare un Coordinatore per supervisionare le operazioni: effettivamente, la Guardia costiera di Mokpo aveva sì inviato il vascello No. 123 ma senza dargli grandi spiegazioni sulla situazione, infatti questi non soltanto aveva una scarsissima conoscenza delle coordinate reali della nave, del numero dei passeggeri e – soprattutto – del nome del traghetto, ma anche non era a conoscenza delle comunicazioni avvenute tra il Sewol e il VTS di Jindo, così come non aveva ricevuto alcuna informazione dall’elicottero che era arrivato sulla scena dell’incidente 10 minuti prima.

Il vascello No. 123 è arrivato sulla scena totalmente impreparato, trovandosi davanti la nave già inclinata di 45 gradi, rendendo impossibili i tentativi di evacuazione con i mezzi che aveva a bordo e, inoltre, secondo il Manuale di soccorso, i sommozzatori sarebbero dovuti intervenire immediatamente appena giunti sul posto ma ciò non è avvenuto, anzi soltanto due sommozzatori hanno tentato di entrare nel traghetto verso le 11:24 a.m. KST, quando già il Sewol era capovolto e quasi totalmente affondato, rendendo vani i loro tentativi.

Proprio a causa dell’inadeguatezza della Guardia costiera coreana, l’ex Presidentessa Park Geun-hye dismetterà l’organismo in risposta alla fortissima pressione sociale e verrà ristabilito soltanto nel 2017 dal Presidente Moon Jae-in.

Il caso mediatico e il caos politico

La prima cosa che è apparsa agli occhi di tutti è stato il fallimento epocale della leadership e dell’apparato statale nella gestione della tragedia, pensiamo semplicemente al fatto che Park Geun-hye non è apparsa in pubblico per circa sette ore dopo l’avvenuto naufragio, rimanendo chiusa nella sua stanza da letto: il governo coreano verrà aspramente criticato in quei concitati giorni, non soltanto accusato di aver ritardato troppo i soccorsi, ma anche per le notizie imprecise – e talvolta false – date dalle fonti governative, tanto che il 27 Aprile 2014 il Primo Ministro Chung Hong-won darà le sue dimissioni dopo essersi scusato con la popolazione.

Park Gyun-hye si scuserà per essere stata incapace di gestire la situazione soltanto 13 giorni dopo l’evento, il 29 Aprile 2014, e visiterà la scuola di Ansan dalla quale provenivano gli studenti, promettendo alle testate giornalistiche e ai cittadini di avere l’intenzione di riformare il paese affinché un evento del genere non si verificasse più: tuttavia, questo sarà soltanto l’ennesimo tentativo del governo di proteggere maggiormente la propria reputazione che la verità.

Il 16 Novembre 2016 verrà pubblicato un report sulla tragedia del Sewol compilato dal Servizio nazionale di intelligence coreano diretto alla Presidentessa Park, nel quale ci si riferiva al naufragio come ad un “banale incidente di un traghetto” (그저 하나의 여객선 사고) e si affermava di dover “controllare le proteste in merito al naufragio” (여객선 사고를 빌미로 한 투쟁을 제어해야 한다): nel report non si fa alcun riferimento né alle indagini, né al recupero del relitto né al supporto verso le famiglie delle vittime ma, anzi, si incita al controllo delle proteste da parte dell’opposizione, suggerendo di manipolare l’opinione pubblica tramite manifestazioni organizzate dal governo stesso.

Il naufragio del Sewol contribuirà fortemente al crollo dell’amministrazione Park, infatti mentre aumentavano le critiche nei suoi confronti, l’amministrazione istituiva una commissione per monitorare e perseguire i detrattori: nel 2016 questo piano uscirà definitivamente allo scoperto e causerà lo scoppio di uno scandalo per corruzione che porterà all’avvio del procedimento di impeachment nei confronti di Park Geun-hye.

Dopo l’elezione di Moon Jae-in, verranno rivelati dei documenti che l’ex Presidentessa aveva creato contenenti una lista nera segreta di artisti cui era vietato ricevere ogni sorta di riconoscimento governativo o sponsorizzazione e, successivamente, si scoprirà che l’obiettivo iniziale di questa lista era proprio quello di censurare coloro che avevano commemorato le vittime del Sewol tramite la loro arte.

Gli indagati e il processo

Come in tutte le storie, anche in questo caso dobbiamo identificare i “cattivi”, o meglio, dobbiamo capire chi sono i responsabili e, in effetti, sin dal primo momento l’attenzione è ricaduta, giustamente, su alcuni soggetti specifici. Cioè?

  • Il Capitano della nave e 14 membri dell’equipaggio;
  • Il Governo (nella figura di Park Geun-hye e della Guardia costiera);
  • Il proprietario della Chonghaejin Marine, Yoo Byung-eun;

Cosa c’entra il proprietario della compagnia?

Dalle indagini è emerso che questi non fosse un soggetto particolarmente raccomandabile, anzi tutt’altro, infatti, era noto come il “milionario senza faccia” a causa delle sue rare apparizioni in pubblico: ex fotografo e membro del culto religioso chiamato Odaeyang (il che lo aveva reso sospetto nel caso del suicidio-omicidio di massa del 1987, in cui più di 30 persone del suo gruppo furono trovate morte, legate e imbavagliate in una fabbrica a sud di Seoul, senza però che gli investigatori trovassero alcuna prova del suo coinvolgimento), nei primi anni ’90 passerà quattro anni in prigione per il reato di frode.

Illustrato, quindi, il quadro sulla sua persona ma senza voler scadere nel “giudicare un libro dalla sua copertina”, non appare affatto strano che dietro il disastro del Sewol vi sia anche il suo zampino e, non a caso, non appena verrà rilasciato un mandato d’arresto nei suoi confronti, questi si darà alla macchia: per la sua ricerca verranno impiegati 9000 poliziotti, tuttavia, nel giugno del 2014 verrà trovato un cadavere a 415km a sud di Seoul corrispondente a quello dell’imprenditore (identificato per mezzo del suo DNA) ma le cause della morte rimarranno ignote. Che, quindi, sapesse più del previsto e che, quindi, la verità fosse ancora più sconvolgente di quanto fosse già emerso?

Ad ogni modo, i principali sospettati sono 11 membri dell’equipaggio, accusati di negligenza professionale e di altri reati minori circa la sicurezza della nave, e 4 membri dell’equipaggio (il Capitano Lee, il Primo Ufficiale Kang, l’ufficiale in seconda Kim e il capo ingegnere Park), accusati di omicidio per grave negligenza, la cui pena nell’ordinamento giuridico coreano può anche corrispondere alla pena di morte.

Il processo per il disastro del Sewol inizierà qualche mese dopo e fondamentali saranno le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla tragedia e dei sommozzatori civili, specie per la ricostruzione degli eventi e per ridisegnare meglio i profili di responsabilità in capo all’equipaggio a bordo e alle autorità: ciò che, purtroppo, emergerà dalle loro testimonianze sarà l’ingiustificato ritardo nelle operazioni e i vaghi e insensati tentativi di camuffare la verità.

I want to question the high-ranking officials. I remember everything with acute pain. I cannot forget. But how come you, the élite of the society, claim that you don’t know and you don’t remember?
Kim Gwan-hong, civilian diver – First hearings for the Sewol ferry disaster 14-16/12/2015

Voglio fare una domanda alle persone importanti qui presenti [letteralmente “ai funzionari di alto rango]. Io ricordo tutto con estremo dolore. Non posso dimenticare [quello che ho visto]. Come fate voi, élite della società, ad affermare di non sapere e di non ricordare [di quel giorno]?
Kim Gwan-hong, sommozzatore civile – Prima udienza per il caso Sewol 14-16/12/2015

Durante una delle udienze, il pubblico ministero chiederà la pena di morte per il Capitano Lee, sostenendo fortemente la sua totale responsabilità nel non aver adempiuto ai suoi obblighi da capitano, mentre l’11 Novembre 2014 il Tribunale del distretto di Gwangju affermerà che questi fosse sì, colpevole di negligenza, ma che questa non fosse sostenuta dall’obiettivo di uccidere, condannandolo a 36 anni di carcere: nei vari appelli, poi, la sentenza è stata ulteriormente aumentata passando da 36 anni al carcere a vita, tuttavia questa sentenza non sarà affatto ben accetta dai cittadini, che sosterranno vivamente che la Corte abbia “anteposto la vita del Capitano a quelle dei loro figli“.

Anche gli altri imputati subiranno una condanna al carcere, seppur con qualche sconto di pena.

The “Yellow ribbon campaign”

Credits to Korea.net

The parents have been desperate to know the truth. But why are they trying so hard to hide it? I need to know the truth, and I want them to apologise sincerely.
Jeong Bu-ja, mother of late Shin Ho-seong

I genitori sono disperati di sapere la verità. Perché [loro, le autorità] stanno cercando così tanto di nasconderla? Ho bisogno di sapere la verità e voglio che si scusino sinceramente.
Jeong Bu-ja, madre del defunto Shin Ho-seong

Tra le cose che più lasciano di stucco davanti tragedie di questo calibro è l’utilizzo del cellulari, diventati involontariamente testimoni e strumento per raccontare l’agonia e la disperazione dei passeggeri del Sewol e proprio i video e i messaggi inviati dalle vittime ai propri cari sono stati ulteriore benzina per la già ustionante e divampante rabbia dei parenti delle vittime, assetati come non mai di giustizia e di verità: è proprio in quest’occasione che è nata la “Yellow ribbon campaign“. Cos’è?

Il fiocco giallo è, da sempre, usato come simbolo di speranza, così quando il Sewol è naufragato e divenne chiaro che le vittime non avrebbero fatto ritorno e i cittadini presero a interrogarsi circa le responsabilità del governo, i fiocchi assunsero il significato di resistenza civile e di democratizzazione.

Un gruppo di studenti universitari, noto come “Active Autonomous Alter Life Together” (ALT), durante i giorni successivi alla tragedia posterà online il progetto di un disegno che rappresentava un fiocco delineato in nero su uno sfondo giallo accompagnato dalla didascalia “Che possa un piccolo movimento generare un grande miracolo” e incoraggeranno tanti altri a partecipare alla campagna in sostegno delle vittime del Sewol: i fiocchi gialli riceveranno subito una grande risonanza, diventando un simbolo anti-governativo e delle proteste che scoppieranno di lì a poco.

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Credits to Korea Times

Durante una di queste proteste, i manifestanti marceranno verso il quartier generale della Korean Broadcasting System (KBS) per criticare la loro collaborazione alla rappresentazione distorta (e filo governativa) della tragedia, da lì la protesta si sposterà verso la Blue House, dove vive il presidente, chiedendo maggiore neutralità da parte del governo e delle commissioni istituite ad hoc per il caso Sewol: questa protesta alla Blue House durerà per ben 76 giorni, a seguito dei quali i manifestanti si sposteranno verso Gwanghwamun Square, luogo dal grande valore artistico e storico per i coreani.

Si può avere paura di un simbolo?

In questo caso sì, perché presto i fiocchi gialli verranno targhettizzati dal Governo come simboli di protesta e di ribellione e non come simboli di lutto e memoria e ne verrà vietato l’uso o l’esposizione nelle scuole.

La risposta del K-pop

Il mondo dell’arte, specie del K-pop, non rimarrà silente davanti questa tragedia e, a dimostrazione del fatto che arte e realtà camminano da sempre – e per sempre – fianco a fianco, negli anni saranno tanti i gruppi che si esporranno in favore della verità per le vittime del Sewol e, velatamente, contro l’operato del governo. Proviamo a fare qualche esempio:

I BTS, nel febbraio 2017 (circa un mese prima il recupero del relitto del Sewol), pubblicheranno il brano Spring day (봄날) il cui messaggio, già profondo di per sé, richiama la nostalgia nei confronti di qualcuno caro che magari non è più con noi, tuttavia ha un significato nascosto e che, in qualche modo, si può collegare alla vicenda del Sewol: infatti, molti ARMY hanno notato le numerosissime – e forse non poi così casuali – somiglianze con il naufragio del Sewol. Ad esempio?

Come illustra magnificamente il canale Youtube “Italian Army” nel video in sovraimpressione, già solo guardando la copertina dell’album cui fa parte la canzone – WINGS: You Never Walk Alone – è possibile notare la presenza di quattro fiocchi gialli su uno sfondo nero, così come sono molti i riferimenti sparsi qui e lì nel video, a partire dalla scena d’apertura che ritrae V che cammina su delle rotaie vuote, attendendo un treno che non arriverà mai (come il Sewol e i suoi passeggeri), la scena della lavanderia e degli oblò delle lavatrici che richiamano molto quelli di una nave ma anche la scena della giostra arrugginita alla quale sono attaccati tanti nastri gialli.

추운 겨울 끝을 지나
다시 봄날이 올 때까지
꽃 피울 때까지
그곳에 좀 더 머물러줘
머물러줘

Past the end of this cold winter
Until the spring comes again
Until the flowers bloom again
Stay there a little longer
Stay there

Non soltanto i BTS ma anche il gruppo femminile The Ark ha avuto modo di esprimere la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, infatti nel video della canzone The light viene rappresentato un amorevole rapporto madre/figlia, nel quale la madre viene vista lavorare e farsi in quattro per consentire alla figlia di vivere un’esistenza dignitosa, tuttavia quando questa si lamenta di voler comprare uno zaino nuovo, la madre glielo negherà: qualche giorno dopo, la figlia andrà in gita con la scuola, gita dalla quale non farà ritorno perché il bus sul quale viaggiava avrà un incidente, portando con sé tutti i passeggeri.

I know always got my back back,
And you know I always got you right back,
No matter what anyone says to me, now I’ll always be by your side.

Io so che mi hai sempre coperto le spalle,
E tu sai che io ti ho sempre con me,
Non importa quello che mi dicono gli altri, io sarò sempre al tuo fianco.

Anche le Red Velvet parteciperanno a questo movimento di massa, infatti nel 2016 pubblicheranno il brano One of these nights (7월 7일) il cui video reca molti riferimenti all’acqua, ai lunghi corridoi delle navi e persino, ad un certo punto, abbiamo modo di vedere una dei membri del gruppo giacere su di una piccola imbarcazione che, con il passare del tempo, va via via sprofondando: anche in questo caso, come in Spring day, troviamo come tema comune la nostalgia e la perdita di qualcuno a noi caro e il disperato bisogno di rivederlo.

Oh, I can’t forget easily
Even if I turn the calendar, I’m still in the same place

Oh, non posso dimenticare facilmente
Anche se giro [i fogli] del calendario, rimango sempre nello stesso posto

Infine bisogna citare Shin Yong Jae, membro dei 4MEN, il quale pubblicherà la canzone You who my love: la particolarità di questo brano sta nel fatto che è stato scritto da uno studente vittima del naufragio, grande fan del cantante, ed è stata inviata dai genitori dello studente perché questi la finisse e la pubblicasse.

Ulteriore materiale per conoscere meglio l’argomento

Nel caso in cui foste particolarmente interessati alla vicenda, vi consigliamo la visione dei seguenti prodotti:

Documentario sul naufragio del Sewol:

The truth shall not sink with Sewol” (= la verità non deve affondare con il Sewol), uno slogan che ne richiama un altro già noto a noi italiani, “Don’t clean up the blood“, diventato tristemente famoso dopo le vicende del G8 di Genova, slogan che invita a non dimenticare gli eventi e non lasciare che lo scorrere del tempo e lo svanire dei ricordi permetta alla mala politica e amministrazione di passarla liscia.

Intervista di Korea Now ad una sopravvissuta:

Ricostruzione della vicenda da parte del giornale “The New Yorker”:

“When we left the scene, there were small birds in the rain and wind. Those tiny birds… were flying around… in the storm. The birds were so tiny and beautiful. And their call so touching… But it sounded like the students’ wailing, asking me not to leave them behind.
Kim Gwan-hong (1973-2016), civilian diver

Quando abbiamo lasciato il sito, c’erano dei piccoli uccellini [che volavano] tra la pioggia e il vento. Quei piccoli uccelli… volavano… nella tempesta. Erano così piccoli e belli. E il loro canto era così emozionante… Ma quel canto suonava come i lamenti degli studenti che mi chiedevano di non lasciarli indietro [e di non abbandonarli].
Kim Gwan-hong (1973-2016), sommozzatore civile

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K-Culture Korea

FKFF: la nostra esperienza

Questo weekend, come avete ben potuto vedere e seguire dalle storie Instagram, siamo state a Firenze per il Florence Korea Film Fest. Che cos’è?

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Il Florence Korea Film Fest è un festival del cinema coreano organizzato nella città di Firenze dal 2003 dall’Associazione culturale Taegukgi, ideato con lo scopo di promuovere la cultura cinematografica e artistica coreana in Italia, non solo tramite la proiezione di film, documentari e cortometraggi ma anche tramite incontri con gli autori stessi.

Inoltre, dal 2007, il FKFF si prodiga per l’esportazione del cinema italiano in Corea del sud, collaborando con il JIFF – Jeonju International Film Festival e il BIFF – Busan International Film Festival: proprio in ragione di ciò, in sala era presente tra gli ospiti d’onore il direttore del BIFF!

Come redazione, appena abbiamo saputo di questo evento, ci siamo mobilitate sin dall’inizio affinché potessimo partecipare, richiamate da questo filo conduttore tra l’Italia e la Corea, che è un po’ il nostro stesso leitmotiv e obiettivo.

Ospite d’eccezione, tra i tanti grandissimi attori e registi presenti nelle varie giornate, c’era Lee Jung Jae, ormai sulla bocca di tutti e su tutte le copertine e red carpet a seguito del successo planetario della serie Squid Game: un attore e persona disponibile, molto sorridente e aperto al dialogo con il quale abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere durante la permanenza al Festival!

Lee Jung Jae è stato presente in sala in due diverse occasioni, la prima venerdì sera a seguito della proiezione del film che lo vede nel ruolo di co-protagonista, Deliver us from evil, a seguito del quale ha risposto ad alcune domande del pubblico, e la seconda volta alla masterclass di sabato mattina, durante la quale ha dispensato consigli, opinioni e ha risposto a tantissime domande, dimostrandosi molto umile e alla mano.

Deliver us from evil – 다만 악에서 구하소서

Deliver us from evil è un film d’azione del 2020 diretto dal regista Hong Won-Chan: il film è ambientato in Thailandia e narra le vicende di un ex agente segreto, diventato un mercenario, il quale partirà alla ricerca disperata di una persona a lui cara che è stata rapita, purtroppo, però, questo rapimento si intreccerà con il cammino di un efferato e violento criminale con il quale il protagonista ha un conto in sospeso.

Il nostro Lee Jung Jae riveste il ruolo dell’antagonista – un cattivo cattivissimo – che darà non poco filo da torcere al protagonista, interpretato da Hwang Jung-min: se vi aspettate di trovare il genuino Gi-Hun di Squid Game vi sbagliate di grosso, perché in questo lungometraggio vedrete il “lato oscuro” di Lee Jung Jae, infatti darà caratterizzazione ad un personaggio spietato, determinato a raggiungere i propri obiettivi criminali.

Il film sicuramente non è adatto ai deboli di cuore e ai soggetti facilmente impressionabili, c’è tanto sangue e tanta violenza, ma se vi piace il genere e volete vedere un po’ di azione a regola d’arte, è il film che fa per voi.

Masterclass con Lee Jung Jae

Sabato mattina, invece, alla presenza di una platea gremita – e probabilmente sold-out – si è tenuta la Masterclass che vedeva come ospiti Lee Jung Jae e il regista di Squid Game, Hwang Dong-hyuk, un’occasione per ripercorrere le carriere dei due artisti, per scoprire i segreti nascosti dietro il loro successo e avere un momento di confronto e unione: seppure il regista non abbia potuto partecipare e abbia dovuto lasciare il Festival prima del previsto, l’intento di questo incontro è comunque riuscito, dando luogo ad una splendida chiacchierata “tra amici“, dal tenore sereno e piacevole.

L’intera masterclass è stata concentrata sulla fama internazionale dell’attore, fama che non nasce con Squid Game ma molti anni addietro, infatti già dagli anni ’90 Lee Jung Jae è diventato tra i maggiori e più famosi artisti dell’industria cinematografica e televisiva coreana, grazie anche ad opere d’arte della televisione come The young man e Sandglass, serie tv che l’hanno consacrato sull’altare dei big dello schermo, ma anche e soprattutto il film City of the rising sun (태양은 없다) del 1998.

Tra le questioni più interessanti trattate durante l’incontro c’è sicuramente l’attenzione dell’industria cinematografica e televisiva coreana nei confronti delle differenze sociali e della narrazione di queste ultime, infatti non è raro vedere nei K-drama e K-movies scorci di vita quotidiana dei coreani di tutte le classi sociali, raccontate in modo onesto, crudo e imparziale: questa è una scelta che, ai nostri occhi, appare quasi curiosa, in quanto molto lontana dal nostro modo di raccontare, per esempio, le periferie – spesso eccessivamente romanzate o criticate aspramente senza troppe possibilità di trovare un compromesso – .

La scelta delle differenze sociali, a dire di Lee Jung Jae, non è affatto una scelta casuale ma, tutt’al più, è un modo per esorcizzare la paura, uno spunto di riflessione per rendersi conto che quelle sfortune, quei crolli, quelle crisi possono accadere a chiunque, in qualunque momento e proprio per questo motivo, come società, dobbiamo impegnarci tutti affinché si possa costruire un mondo più a portata di tutti, cercando di ridurre al minimo queste possibilità di esclusione sociale, di ghettizzazione e di allontanamento dalla “vita normale”: in quest’ottica può essere rivisto anche lo stesso Squid Game, infatti, non deve essere inteso come un gioco al massacro fine a se stesso quanto piuttosto deve essere analizzato come la più lampante manifestazione del bisogno reciproco che abbiamo tutti della presenza e dell’aiuto altrui.

“Proviamo a pensare di più al prossimo come leitmotiv di Squid Game.”

Lee Jung Jae

Strettamente collegata alla questione delle differenze sociali troviamo anche la narrazione della violenza, talvolta portata all’estremo nei K-drama, e anche in questo caso deve essere vista da una prospettiva differente, perché, sempre secondo l’attore, la violenza narrata non è mai fine a se stessa, non è “violenza per la violenza“, bensì è un modo per realizzare l’esistenza di un problema, primo passo per comprenderlo e capire come risolverlo: quindi, anche qui, occorre un’analisi sociale molto più profonda che non può fermarsi alla banale violenza fisica mostrata sullo schermo ma che presuppone un’attenzione particolare alla pressione sociale dei genitori, della società, dei social media nei confronti di ogni individuo.

All’attore è stato, poi, chiesto come costruisse i suoi personaggi, quale fosse lo studio affrontato per poter creare nei minimi dettagli la psicologia dei soggetti che interpreta, cosa li rende così speciali e diversi e unici gli uni dagli altri. Sapete il suo segreto?

Osservare le persone comuni, andare in giro per la città ma, soprattutto, tanto allenamento fisico! Perché? Perché “faticare e sudare fa avere nuove idee”!

Al termine della Masterclass, l’attore si è reso disponibile per fare una breve sessione di autografi, confermando il suo animo gentile e disponibile ma anche il suo amore per i fan italiani.

A song for my dear – 그대어이가리

E se due giorni non erano sufficienti, domenica non abbiamo potuto proprio farne a meno e siamo tornate nuovamente al cinema per un’altra proiezione: questa volta, però, abbiamo visto un film drammatico. Di quale parliamo?

Abbiamo assistito alla proiezione di A song for my dear, film indipendente del 2021 diretto dal regista Lee Chang-Yeoul, che narra la triste vicenda di una coppia sposata da tanti anni e che vive la propria esistenza con i soliti alti e bassi, fin quando un fulmine non piomba sulle loro teste, perché alla moglie viene diagnosticata una grave forma di Alzheimer e al marito toccherà prendersi cura di lei, fin quando gli sarà possibile, assistendo al lento e doloroso degenero della malattia e delle condizioni dell’amore della sua vita.

Si tratta di un film molto profondo ed emozionante, l’intera sala era in lacrime e non mancano di certo gli spunti di riflessione.

A rendere il tutto ancora più emozionante è stata la presenza degli attori e del regista in sala durante la proiezione, i quali hanno ringraziato il pubblico per aver assistito al loro lavoro e hanno esternato il loro amore per l’Italia e per il Florence Korea Film Fest.

Opinioni complessive sul Festival

Che peccato averne scoperto l’esistenza solo quest’anno!

Un’esperienza unica nel suo genere, è stato entusiasmante vedere così tanti appassionati alla Corea del Sud, italiani e non: è un festival ben organizzato, con una programmazione interessante, fresca e colma di occasioni per poter scoprire nuovi attori, registi e pellicole magari meno note al vasto pubblico.

Vedere che, finalmente, l’Italia sta iniziando ad aprirsi alla Corea del Sud, stringendo rapporti sempre più stretti, è un piacere per chi ama entrambi i paesi e spera in una maggiore vicinanza e connessione tra le due nazioni: che l’arte diventi il ponte che unisce Occidente e Oriente?

Nel dubbio, noi sappiamo già che il prossimo anno saremo nuovamente in prima fila! Verrete con noi?

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K-Drama Recensioni

“Juvenile Justice”: qual è il peso della giustizia?

Titolo: Juvenile Justice (소년 심판)

Episodi: 10

Genere: Legal drama

Cast principale: Kim Hye-soo, Kim Mu-yeol, Lee Sung-min, Lee Jung-eun

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 9.5

Trama

Le persone tendono a mostrare la loro vera natura quando sono messe all’angolo. Per questo motivo le persone sono cattive.

(Ep. 1, min. 31:40)

Io odio i teppisti“: è questa una delle prime battute che sentiamo pronunciare a Sim Eun-seok (Kim Hye-soo, Tazza: The high rollers, Hyena), la giudice protagonista di questo K-drama, ed è già da queste poche parole che possiamo immaginare bene quale sarà il tenore dell’intera narrazione. Ma chi è Sim Eun-seok?

Donna dal passato misterioso e doloroso, all’inizio della serie viene trasferita al Tribunale minorile del distretto di Yeonwha: sin dalle prime scene appare come molto distante, fredda, una sorta di calcolatore apatico della legge – non a caso è conosciuta tra i suoi colleghi come “Judge Max” a causa della sua eccessiva rigidità nei giudizi -, e si trova a dover avere a che fare con casi molto complessi che, purtroppo o per fortuna, metteranno a dura prova anche le sue più profonde convinzioni, facendole scoprire un altro lato del proprio mestiere e della propria persona.

Accanto a Eun-seok troviamo il giudice Cha Tae-joo (Kim Mu-yeol, Forgotten, My beautiful bride), diametralmente opposto rispetto alla protagonista, infatti questi è molto più affabile, dalla mentalità aperta, sempre disposto ad offrire un’altra possibilità ai giovani delinquenti che si trovano al suo cospetto: mentre Eun-seok è più propensa ad un’applicazione ferrea delle regole, Tae-joo è più per la rieducazione e la riabilitazione dei trasgressori e questo porterà i due giudici a scontrarsi spesso su questioni etiche e metodologiche nella conduzione delle indagini e dei processi.

La serie affronta, nell’arco dei 10 episodi, fattispecie di reato differenti che spaziano dall’omicidio, alle baby gang fino alla violenza sessuale e domestica e, purtroppo, ciò che sconvolge, oltre alla crudeltà dei reati in sé, è la realisticità dei racconti, i quali non sono tratti dall’inventiva di Kim Min-seok, l’autore della serie, bensì dalla cronaca nera coreana: non a caso, il K-drama è vietato ai minori di 18 anni per le tematiche trattate e per le scene violente.

Juvenile justice è il secondo prodotto di questo genere proposto (e prodotto, in questo caso) ultimamente da Netflix, difatti l’anno scorso sempre in questo periodo era stato già mandato in onda il K-drama “Law school” (로스쿨) creato dalla JTBC che vedeva come protagonisti Kim Myung-min (Detective K, VIP, Six flying dragons), Kim Bum (Boys over flowers, Tale of the nine tailed, Ghost doctor), Ryu Hye-young (Reply 1988, The Mayor) e ultima, ma non per importanza, la stessa Lee Jung-eun (Parasite, My Holo love) che, in Juvenile justice non vestirà i panni di una docente della Hankuk Law School ma quelli di un Giudice supremo!

I due K-drama si assomigliano molto, sia per ambientazione che per tipologia di recitazione ma anche per i temi trattati: a dirla tutta, anche le stesse OST sono molto simili!

Ma c’è anche un’altra somiglianza che non passa certo inosservata agli spettatori più attenti: ovviamente parliamo del famosissimo Vincenzo (빈센조), che vede come protagonisti attori del calibro di Song Joong-ki (Descendants of the sun, Arthdal Chronicles), Ok Taec-yeon (Bring it on, ghost, Save me), Jeon Yeo-been (Save me, Night in paradise), Kim Yeo-jin (Itaewon class, Extracurricular) e Kwak Dong-yeon (Gangnam Beauty, It’s Okay to not be okay), e anche in questo caso ci riferiamo ad una serie crime/legal drama che ci porta nei meandri della legge e del business.

Non trovate anche voi una certa somiglianza tra le tre OST qui proposte?

Che Netflix abbia capito che il genere legal drama piace ai suoi spettatori e abbia deciso di investirci maggiori finanze?

Il ruolo del giudice

Non è soltanto [una questione] di chi sia nel torto. L’obiettivo del Tribunale minorile è assicurarsi che i ragazzini non compiano nuovamente crimini.

(Ep. 2, min. 17:24)

Al di là dei singoli casi ed episodi, trattati in maniera magistrale nonostante siano romanzati, ciò che realmente offre questo K-drama è una serie di spunti di riflessione per il grande pubblico su questioni che, normalmente, vengono trattate all’interno delle aule delle scuole di Giurisprudenza e tra “tecnici del mestiere“, prima fra tutti il ruolo del giudice come rappresentante della legge.

Il giudice, nell’immaginario comune, è spesso visto o come una figura maestosa che sta al di sopra delle parti o come qualcuno troppo lontano dalla realtà, circondato comunque da un’aura di potere e di conoscenza: questa serie, invece, ci mostra quanto il giudice viva, giorno dopo giorno, nello svolgimento delle sue funzioni, a stretto contatto con la realtà e con la società, cercando di diventare il miglior interprete possibile tra questa e la legge stessa.

Nell’arco dei vari episodi abbiamo modo di osservare diversi modi di “fare legge” ma, soprattutto, è possibile osservare come si cerchi di sviscerare una questione fondamentale nello studio della legge, in particolare del diritto penale, cioè la funzione della pena, rispondendo alla domanda vecchia come il mondo “bastone o carota?“: se Eun-seok, all’inizio della narrazione, appare più vicina al bastone che picchia duramente chi commette un reato, nel corso degli eventi cambierà approccio, ritrovando un lato più umano, anche nella giustizia.

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Il mondo della giustizia e la sua bolla

In altre parole, questo significa che lo stato si poggia esclusivamente su sacrifici individuali. In un certo senso, la Corte è colpevole.

(Ep. 5, min. 46:10)

La citazione in sovraimpressione rappresenta uno dei problemi principali dell’apparato statale, cioè quanto le Corti, chi commette dei reati, le vittime e le loro famiglie siano abbandonate su una sorta di isola in mezzo al mare, in un mondo che funziona solo per loro e che, purtroppo, viene considerato troppo distante dalla realtà di tutti i giorni: due episodi, infatti, sono dedicati all’enorme ruolo e fatica svolto, in tutti i paesi, dalle case e istituti che si occupano di prendersi cura dei giovani criminali che vengono mandati dai Tribunali affinché ricevano assistenza, educazione e supporto psicologico perché non ricadano nel terribile incubo della recidiva.

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Che ne è di quelli che non tengono il passo e rimangono indietro? Che ne è delle vittime? Chi è responsabile per loro? [Questo] non è essere efficienti. Questo è essere irresponsabili. Perché non ha un po’ di senso del dovere?

(Ep. 10, min. 06:50)

Al tempo stesso, quando si parla di questi temi, si tende a ridurre tutto il discorso nei “banali” ruoli di reo e vittima, chi ha commesso il fatto e chi l’ha subito, dimenticando però dei protagonisti indiscussi della vicenda, spesso spettatori inermi e indifesi dell’intera pièce, cioè le persone vicine alla vittima e al carnefice, spesso si parla delle loro famiglie, inevitabilmente e indissolubilmente stravolte dagli eventi: purtroppo, però, quando si cerca di fare giustizia in maniera rapida – anche e soprattutto a causa dell’aumentare dei casi e delle pochissime risorse -, sono proprio questi personaggi secondari ad essere lasciati indietro, quasi come se il fatto non riguardasse anche loro, quasi come se non fossero anche loro coinvolti.

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Purtroppo, però, questa serie ci mette davanti ad una triste verità, ovvero che la legge non è in grado di salvare tutti e di proteggere tutte le vittime, nonostante i suoi sforzi e i suoi tentativi.

La vita di chi perde un caro per colpa di qualcun altro, la vita di chi subisce uno stupro, la vita di un figlio che viene allontanato dal genitore per evitare che continui a subire violenze, la vita di un giudice che ha il durissimo compito di valutare in maniera imparziale l’operato altrui, la vita di chi viene condannato a passare una buona fetta della propria vita in carcere: sono loro i veri protagonisti e destinatari della legge, sono loro quelli che devono essere protetti, in tutte le loro sfaccettature, sono loro quelli dei quali lo Stato deve occuparsi perché non si sentano lontani, non si sentano abbandonati nella loro sofferenza e nella loro “diversità”.

“Io sono la vittima. Ma perché sono io quella che viene ostracizzata? Quando potrò tornare alla mia vecchia vita? Potrò mai tornarci?”

“C’è una verità assoluta che ho realizzato lavorando in questo ambito. Chiunque può essere una vittima. E’ una cosa così scontata, ma nessuno lo capisce.”


(Ep. 10, min. 43:20)

Sotto questo punto di vista, Eun-seok ha proprio ragione: “Chiunque può essere una vittima” e questo K-drama ce l’ha ricordato, per l’ennesima volta.

Conclusioni

Gli attori, dai più giovani ai veterani del mestiere, sono di una bravura incredibile, capaci di trasmettere tutte le emozioni provate dai vari personaggi allo spettatore, rendendolo tristemente partecipe del susseguirsi degli eventi.

Questa serie vi farà piangere, rabbrividire, vi farà arrabbiare ma soprattutto riflettere, non solo su di voi ma anche su tante tematiche sempre presenti “sulle nostre tavole” ma spesso ritenute troppo spinose per essere affrontate: Juvenile justice vi obbligherà ad aprire gli occhi, a rendervi conto che queste realtà esistono ed è compito di tutta la comunità quello di riportare sulla corretta strada coloro che, per colpa o per diletto, se ne sono allontanati.

È una serie ben fatta, mai noiosa né banale, forse il ritmo è stato un po’ troppo rallentato – senza grande motivo – negli ultimi due episodi ma la cosa, nel complesso, non crea chissà quale problema e non è poi così fastidiosa: non sarà certamente la serie della vita, di quelle che si riguardano volentieri nei momenti di noia, ma rientra a gamba tesa tra i migliori prodotti dell’ultimo anno.

Se vi piace il genere legal drama, questa serie è un assoluto must-have nella vostra lista, non potete assolutamente perdervelo!

Avete visto questa serie? Cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

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K-Drama Recensioni

“Our beloved summer”: certi amori fanno giri immensi e poi…

Titolo: Our beloved summer (그 해 우리는)

Network: SBS Tv

Episodi: 16

Genere: Romantic comedy

Cast principale: Choi Woo-shik, Kim Da-mi, Kim Sung-cheol, Roh Jeong-eui

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 8/10

Trama

Our beloved summer” (그 해 우리는) è una serie rom-com diretta da Kim Yoon-jin e scritta da Lee Na-eun che racconta le vicende di due giovani, Kook Yeon-su (Kim Da-mi, Itaewon class) e Choi Ung (Choi Woo-shik, Train to Busan, Parasite), ex compagni di scuola e ex fidanzati che, ai tempi del liceo, si erano trovati ad improvvisarsi attori durante le riprese di un documentario girato proprio nella loro scuola.

Seppur in un primo momento i due protagonisti non riuscissero neanche a stare nella stessa stanza senza battibeccare, presto le cose prenderanno un’altra direzione e, come in tutti gli enemies-to-lovers che si rispettino, anche in questo caso i sentimenti avranno la meglio, infatti i due da acerrimi nemici inizieranno ad avvicinarsi sempre di più, diventando poi una coppia a tutti gli effetti.

Purtroppo, la fortuna non sempre gioca a loro favore e per una serie di motivazioni contingenti, incomprensioni, paure, si allontaneranno, promettendosi di non incontrarsi mai più.

Scherzi del destino e seconde chance

Passano cinque anni dalla loro rottura, Ung diventa un famosissimo illustratore sotto lo pseudonimo di “Go-oh” mentre Yeon-su, nonostante la difficile situazione economica familiare, riesce finalmente ad ottenere un lavoro che le permette di tirare un sospiro di sollievo: nel complesso, i due sono certi di non doversi incrociare mai più.

Il fato, però, ha altri piani per loro e ci dimostra, ancora una volta, come un incidente di percorso non debba sempre essere visto come un impedimento bensì come un’occasione per riflettere e riprendere fiato: un po’ come abbiamo già visto in molti altri K-drama e K-movies (ricordate quanto abbiamo dovuto soffrire per colpa del destino e delle infinite pene che ha afflitto ai poveri Mi-soo e Hyun-woo di “Tune in for love” oppure dell’amore -quasi- impossibile tra Se-Ri e Jeong-hyuk di “Crash landing on you”?), il Destino svolge un ruolo fondamentale nella narrazione e questo k-drama non è da meno. Perché?

Perché il caso vuole che il documentario girato al liceo sia nuovamente tornato alla ribalta grazie all’avvento dei social e molti netizen abbiano iniziato a chiedere sempre più insistentemente un sequel per sapere che fine avessero fatto i protagonisti, che ne fosse stato del loro rapporto: insomma, il mondo dell’internet aveva parlato e sappiamo tutti che non è affatto facile zittirlo!

Ed è in questo contesto che conosciamo un altro personaggio importantissimo, Kim Ji-Ung (Kim Sung-cheol, Prison playbook), regista e migliore amico di Choi Ung, con il quale condivide il nome e proprio questo, sin dall’inizio della loro amicizia, porterà ad una serie di situazioni esilaranti ma anche ad un eterno confronto tra i due, dovuto principalmente alla situazione familiare tutt’altro che pacifica in casa di Ji-ung.

Kim Ji-ung e Choi Ung

L’amore e il valore del tempo

“Everyone has unforgettable memories from a certain year of their life. They cherish those memories so much that it lasts a lifetime. And our year hasn’t ended yet.”

L’intera serie ruota intorno al concetto del tempismo, del momento perfetto e, a dirla tutta, ogni personaggio perde un’infinità di occasioni e possibilità di svoltare la propria vita per colpa di tante, troppe insicurezze e pensieri ingombranti: persino la rottura tra Ung e Yeon-su sarebbe stata evitabile se soltanto entrambi avessero colto la palla al balzo per non fare ingigantire gli eventi e per riprendere le redini della loro storia.

Questa serie ci insegna che, talvolta, andando avanti nella nostra vita, tendiamo a pensare di dover per forza fare una classifica delle nostre priorità, pensiamo di dover necessariamente scegliere dove focalizzare le nostre attenzioni, dimenticandoci però di essere umani e che, certe cose, non è proprio possibile eliminarle del tutto dalla nostra vita.

“10 things I hate about you”

Julia Stiles nei panni di Kat Stratford in “10 things I hate about you”

Richiamando un po’ l’emblematica scena del film omonimo con Heath Ledger e Julia Stiles, anche in questo caso ci troviamo dinnanzi ad una crisi o meglio, l’inizio di una crisi, infatti in questo episodio vediamo gli infiniti tentativi di Ji-ung, direttore incaricato dall’emittente televisiva alle riprese del documentario che vede come protagonisti i suoi due amici, di convincere il cast a partecipare al suo progetto, consapevole della rottura e del pessimo sangue che scorre tra i due ex fidanzati.

Questa volta, però, la situazione è ben più complessa perché, come ormai sappiamo, i coreani hanno una certa passione per le storie intricate e non sarebbe un vero K-drama senza una second-lead: ebbene sì, il nostro caro Ji-ung altro non è che innamorato, sin dal primo giorno di liceo, della giovane Yeon-su, la quale però non ha mai avuto occhi se non per Ung.

I sentimenti di Ji-ung nei confronti di Yeon-su diventeranno via via più forti e ingombranti, rendendogli il lavoro molto complesso, specie quando si renderà conto, molto prima dei diretti interessati, dell’amore ancora vivo tra i protagonisti, relegandolo ancora una volta al ruolo di osservatore esterno: questo perché, in più occasioni, Ji-ung ripeterà di essersi sempre sentito un semplice osservatore in molte situazioni della sua vita, quasi un estraneo nei confronti di chiunque, persino di se stesso.

Il ruolo dei personaggi secondari

C’è da dire, però, che questa volta i coreani l’hanno proprio combinata grossa e hanno voluto rendere le cose ancora più complicate del solito, infatti non si parla più solo di second-lead ma ci troviamo davanti ad un enorme intreccio sentimentale: un po’ il classico “lui ama lei ma lei ama un altro e l’altro ama un’altra”.

Ecco un breve frame che raffigura il team di Mondocoreano mentre cerca di ricordarsi tutti gli intrighi amorosi:

Infatti, è proprio in questo contesto che troviamo l’inserimento di altri due personaggi fondamentali nello sviluppo della vicenda, cioè NJ (Roh Jeong-eui, 18 Again) e Jeong Chae-ran (Jeon Hye-won, Love (ft. Marriage and Divorce)): la prima è una famosissima idol senza amici né persone care che si infatua del giovane Choi Ung e della sua arte, mentre la seconda è una collaboratrice di Ji-ung che, come tutt* almeno una volta nella vita, si innamora del classico ragazzo “cattivo e inavvicinabile“.

Oltre a loro due, anche gli altri personaggi che ruotano intorno ai nostri protagonisti svolgono un ruolo fondamentale, infatti a differenza di tante altre serie, stavolta vediamo come anche i personaggi secondari hanno la possibilità di splendere, nella loro semplicità e unicità, rendendo il tutto molto più corale e piacevole allo spettatore: pensiamo al ruolo svolto dagli amorevoli genitori di Choi Ung, la scorbutica nonna di Yeon-su, così come Gu Eun-oh (Ahn Dong-goo, Sweet home), manager e amico di Ung, oppure Lee Sol-yi (Park Jin-joo, It’s okay to not be okay), migliore amica di Yeon-su e pessima imprenditrice.

What if…?

Una delle prime cose che notiamo è la strana abitudine di Yeon-su di fare domande ipotetiche nei momenti più improbabili e sulle questioni più disparate, portando allo stremo il povero letargico Ung: in realtà, anche in questo apparente dettaglio insignificante troviamo un riferimento tutt’altro che stupido, infatti la nostra Yeon-su, fintamente forte e indipendente, nasconde una profondissima fragilità e un estremo bisogno d’essere rassicurata. Perché?

Perché, purtroppo, nella sua vita non sempre tutto è andato per il verso giusto, anzi, tutt’altro: cresciuta senza genitori e con la sola nonna, si è sempre dovuta scontrare con la triste vita e realtà di chi non può permettersi molto e, soprattutto, di chi deve spaccarsi la schiena fino all’ultimo giorno della sua vita per andare avanti. Questo la porterà a diventare molto egoista, a mettere se stessa al primo posto, più per paura che gli eventi la trascinino in profondità, dimenticandosi però di essere solo una giovane ragazza con un’intera esistenza davanti a sé.

Il ruolo della famiglia, in questa serie, è particolarmente enfatizzato e abbiamo modo di vedere tutte le sfaccettature di questa dimensione, avendo così un quadro complesso di tutti i personaggi: pensiamo, per esempio, ai genitori di Ung che, nonostante il grande dolore che portano nel cuore, non hanno mai fatto mancare nulla al figlio, oppure pensiamo all’assente madre di Ji-ung.

Ji-ung è uno dei personaggi con la caratterizzazione più intricata e interessante, appare come un “cattivo” ma, anche lui, ha un passato molto difficile alle spalle, dovuto prevalentemente alle sparizioni costanti da parte della madre, sparizioni alle quali il ragazzo ha cercato di sopravvivere, costruendosi una corazza impenetrabile, convincendosi al tempo stesso di non essere meritevole di ricevere amore dagli altri.

Every life is a work of art. And it becomes complete when all the pieces come together. My life couldn’t be complete because of a piece I’ve never had before. I couldn’t see why though. A piece everyone has and isn’t that hard to obtain. I didn’t know why I was the only one who didn’t have that piece. […] so I got curious, I wanted to know the reason why I couldn’t have that piece. […] that’s when I realized that I was a useless piece in her life. The thing I wanted so desperately was hell for her. So I decided that I would never have that piece. My life wasn’t a work of art. It was just an episode of a boring documentary series that no one watches.

Ji-ung sul rapporto con la madre, ep. 15 “Three idiots”

Riferimenti cinematografici e scelte di regia

Parlando, ora, in termini più tecnici, una scelta molto interessante è stata quella della telecamera – quasi sempre – singola, in stile cinema verità, consistente nella narrazione oggettiva della realtà soggettiva, tipico dei documentari.

Va detto, inoltre, che non sono pochi i riferimenti alla cinematografia occidentale, ad esempio: avete notato la somiglianza tra la scena del bacio sotto la pioggia tra Ung e Yeon-su e l’emblematica scena di “Orgoglio e pregiudizio” tra Mr. Darcy ed Elizabeth Bennet? Esatto, infatti, non è un caso che proprio uno degli episodi si intitoli “Pride and prejudice”!

Oppure ancora, avete notato il riferimento al film “No strings attached”, diventato famoso per il “You said no flowers”, e la scena del corn-dog in riva al mare?

Protagoniste indiscusse: le OST!

Ultime, ma non per importanza, vanno analizzate le OST, fiore all’occhiello di questa serie, tra i cui autori spiccano nomi non da poco come V dei BTS e la cantante BIBI, in grado di creare il perfetto sottofondo musicale alla moltitudine di scene e vicende.

So, I’ll tell you
A million tiny things that
You have never known
It all gets tangled up inside
And I’ll tell you
A million little reasons
I’m falling for your eyes
I just want to be where you are

Christmas tree – V

Avete notato come V sia sempre pronto a fare nuove OST per gli altri membri della Wooga Squad?

만약에 우리 우연히
다시 또 만난다면
만약에 내가 널 위해
조금 달라진다면

Maybe if – BIBI

If, by some chance, we meet again
If I change a little bit for your sake
Even the reason why we had to part
I would try, try, try
Would I be able to hug you?

Conclusioni

Volgendo al termine di quest’analisi, cosa possiamo dire? Senz’altro è una serie piacevole da guardare, forse un po’ troppo lunga verso la fine, probabilmente avrebbero potuto tagliare qualcosa e chiudere con 12/13 episodi invece di 16.

Due ulteriori appunti meritano di essere fatti: in primis va detto che, seppur siamo ormai abituati all’eccessivo romanticismo coreano, in questo caso la serie, nonostante sia dolce come il miele, a tratti diventa stucchevole e quasi fastidiosa; in secondo luogo, alcune informazioni sono “too much” e non aggiungono nulla alla narrazione, quindi potevano essere eliminate e rendere il tutto un filo più scorrevole.

Nel complesso è gradevole da guardare e non richiede troppo sforzo, quindi può essere anche messo come sottofondo mentre si fanno altre cose!

Avete visto questo k-drama? Che ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!