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#Hipstory: Il massacro di Kwangju

Nel terzo episodio di #Hipstory vediamo insieme una pagina molto importante della Corea contemporanea grazie ad una canzone composta e prodotta da Suga dei BTS nel 2010 quando, membro della crew hiphop D-Town, aveva il soprannome di Gloss. Il brano è però cantato da Nakshun, leader della crew.

Il titolo simbolico rimanda con la memoria direttamente a quel giorno fatidico: 518 sta infatti ad indicare il giorno 18 maggio (05.18), ovvero la data che segnò l’inizio di ciò che ricordiamo come il Massacro di Kwangju, mentre 062 rappresenta il numero identificativo dell’area di Kwangju.

탁한 바람 가득 한 땅 위에 내린 새싹
5-1-8 어둡던 지난날의 밤
이 지나 탄생한
새 역사를 위해서
손을 들어 hands up (x2)

Un germoglio piovuto su un florido terreno sfiorato dal vento torbido
5-1-8, la notte di quell’oscuro giorno passato
per questa nuova storia che
è nata grazie al passato
alzate le mani, mani in alto (x2)

Era la primavera del 1980 quando a Kwangju, città metropolitana a Sud Ovest della Corea del Sud, centinaia di studenti scesero in piazza per protestare contro la legge marziale istituita dal generale Choon Doo Hwan.

La strada per la presa di potere del generale Choon Doo Hwan fu spianata nel decennio precedente dal Presidente Park Chung Hee (padre dell’ex presidentessa della Corea del Sud, Park Geun-Hye) il quale, nel corso dei suoi mandati, sciolse il Parlamento ed impose una Costituzione che conferiva poteri quasi dittatoriali al Presidente. Inoltre, questo nuovo ordinamento giuridico, che prese il nome di Costituzione Yusin (1972), estendeva il mandato del Presidente a 6 anni senza limiti di rielezione quando, in precedenza, erano tassativamente 2 (anche se Park Chung Hee fu talmente abile da farsi eleggere per ben tre volte – 1963 – 1967 – 1971 – grazie al sostegno dei servizi segreti coreani, KCIA).

Dopo l’assassinio del Presidente Park Chung Hee con l’accusa di corruzione proprio da parte del direttore della KCIA (1979), fu il militare Choi Kyu Ha a prendere il suo posto ma, a causa dei suoi discreti segnali di apertura, Choi Kyu Ha fu spiazzato nel giro di pochi mesi dal colpo di stato del generale Choon Doo Hwan che, alla fine dell’anno, era già al potere dell’intera Corea del Sud.

L’inizio della resa dei conti: studenti contro militari

Il 17 maggio 1980 il nuovo Presidente, col proposito ufficiale di combattere il “nemico comunista”, estese la legge marziale, fino a quel momento in vigore solo nella città di Busan, a tutta la penisola.

Bastò un solo giorno per radunare circa 200 universitari davanti alla Chonnam National University di Kwangju per protestare contro la chiusura del loro ateneo, riscontrando un consistente appoggio dal resto della popolazione. I manifestanti si imbatterono però in una trentina di soldati incaricati di tenerli fuori dal campus i quali, per portare a termine il lavoro assegnatogli, cominciarono a colpire gli studenti a bastonate. Gli universitari risposero quindi con lanci di pietre, decidendo infine di marciare verso il centro della città e trovando sempre più sostenitori lungo il loro cammino. In poche ore, circa 700 poliziotti si trovarono a fronteggiare più di 2.000 manifestanti. Noncuranti, i militari insorsero sulla folla, picchiando studenti e passanti e così, quel giorno, ci fu la prima vittima: Kim Gyeong-cheol un sordo di soli 29 anni il quale ebbe la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Nei giorni seguenti, sempre più residenti di Kwangju, dagli imprenditori alle casalinghe, dagli avvocati agli autisti di taxi, presero parte a questa marcia per la difesa della gioventù di Kwangju, raggiungendo la soglia dei 10.000 manifestanti: l’esercito fu quindi costretto a mandare altri 3.000 soldati che, spietatamente, si scagliarono contro gli innocenti bastonandoli, pugnalandoli, mutilandoli con baionette, lanciando gas lacrimogeni in mezzo alla folla per poi sparare indiscriminatamente.

L’apice della violenza si raggiunse il giorno 21 maggio, quando gli studenti presero d’assalto stazione di polizia e armeria, rubando fucili, carabine e persino due mitragliatrici, una delle quali venne poi incorniciata sul tetto dell’università di medicina: grazie a questo evento, i cittadini furono in grado di presiedere Kwangju per ben cinque giorni, dato il ritiro delle truppe.

Il 27 maggio però, nel cuore della notte, cinque divisioni furono di ritorno a Kwangju, più agguerrite che mai: il tentativo dei cittadini di combatterli sia con la forza, sia stendendosi a terra per bloccarli, non diede i risultati sperati e dopo solo un’ora e mezza di scontri spietati, l’esercito riprese il controllo della città.

Le dichiarazioni ufficiali segnalarono la morte di circa 200 persone, ma il censimento della popolazione rivela che più di 2.000 cittadini residenti a Kwangju sparirono durante quel breve ma intenso periodo.

이 거친 느낌의 곡에 끄덕거리는 고갠
062 이 곳 에 권리는 위한 고생
담을 역사에 기록해놔 , 그들의 의지로
새겨진 인권제도를 느낄 수 있는 것
그 무엇이, 그들을 움직이는 팔 다리가 되어
배여 진 몸에 상철 태극기로 채워
그대여 나또한 당신의 의지를 불태워
형제여 상처 난 한국살 끊임없이 외워

Le teste che annuiscono su questa canzone riguardo un sentimento passato
In questo luogo, 062, avvenne la sofferenza per i diritti umani
Grazie alla loro determinazione hanno lasciato impresso nella storia il loro coraggio
In modo da far comprendere la costituzione così profondamente impressa
Quel qualcosa è diventato il movimento delle loro braccia e gambe
Colma il tuo corpo con la bandiera nazionale
Ravviverò la tua determinazione
Fratelli, le vostre ferite rimarranno per sempre nella nostra memoria

Una voce più forte della censura

A causa della censura operante in quel periodo, quasi tutto il resto della penisola era all’oscuro di ciò che stava succedendo nella città di Kwangju. Tuttavia, diversi giovani, tra cui alcuni studenti, intrapresero azioni drastiche per cercare di portare alla luce la verità sull’accaduto.

A Seoul, lo studente universitario Kim Uigi di soli 21 anni preparò dei volantini su Kwangju prima di gettarsi dal sesto piano di un edificio; poco dopo, Kim Jongtae si diede fuoco subito dopo aver gridato lo slogan del movimento democratico che chiedeva verità. Sacrifici di questo genere non facevano che continuare mentre il governo si ostinava a negare qualsiasi tipo di evento rivoltoso legato alla città di Kwangju: nel primo anniversario del 18 maggio, gli studenti si riunirono in una protesta silenziosa alla Seoul National University. Kim Taehun, di Kwangju, come Kim Uigi si lanciò dal quarto piano di un edificio invocando lo slogan delle proteste.

Nonostante i sacrifici, il governo militarista continuò imperterrito a negare la realtà dei fatti e a mettere a tacere i media coreani e, se non fosse stato per gli sforzi dei giornalisti stranieri, è probabile che gran parte del mondo sarebbe tuttora all’oscuro delle atrocità perpetrate a Kwangju. In particolare, un giornalista tedesco, Jürgen Hinzpeter, fu uno dei pochi in grado di provare cosa accadde realmente a Kwangju: quando, terminato il suo incarico a Tokyo, arrivò a Seoul decise di prendere un taxi per Kwangju dove, però, i militari avevano bloccato le strade. L’intraprendente tassista, chiamato Kim Sabok (probabile nome di fantasia), non si diede per vinto e riuscì ad aggirare le barriere militari accompagnando Hintzpeter fino a Kwangju in totale sicurezza. Hinzpeter fu così in grado di documentare parte degli eventi di Kwangju e, in seguito, riuscì a contrabbandare il filmato fuori dalla Corea e lo pubblicò, dando la possibilità al mondo di conoscere finalmente ciò che stava accadendo nella città coreana.

Per queste gesta eroiche, Hintzpeter fu in seguito nominato cittadino onorario di Kwangju gli venne reso un omaggio speciale nei memoriali più recenti.

Si è mai avuta giustizia?

Nonostante le prove concrete riportate nel corso degli anni, nell’aprile 2017 l’ex presidente Chun Doo-hwan, che ha guidato il governo dal 1980 al 1988, ha pubblicato le sue memorie, dove ha esplicitamente negato l’affermazione fatta dal defunto prete attivista, Cho Chul-hyun, il quale aveva testimoniato di aver assistito a sparatorie militari contro i cittadini dagli elicotteri durante la rivolta pro-democrazia di Gwangju nel maggio del 1980. Chun ha insistito nell’affermare che le parole di Cho fossero calunnie, chiamando il defunto prete “Satana con una maschera”.

Tre anni dopo, il 17 maggio 2020, in seguito ad una marcia di protesta partita da Yeouido per arrivare fino a casa di Chun, dove i manifestanti pretendevano delle scuse sincere nei confronti di vittime e familiari, l’ex presidente ha nuovamente negato il suo coinvolgimento nella strage, sostenendo di non doversi scusare per qualcosa che non ha commesso.

Fortunatamente, nonostante le continue smentite, il 22 maggio del 2011 Unesco ha riconosciuto questo tragico evento come Patrimonio Mondiale dei Ricordi e nel 2015 è stato aperto un sito web degli Archivi del 18 maggio dove vengono riportati video, storie ed immagini per non dimenticare.

La rivolta di Kwangju rimane senza dubbio una parte estremamente essenziale della storia coreana e non dovrebbe mai essere scordata. È importante ricordare ogni singolo caduto che si è immolato al fine di ottenere la democrazia di cui gode oggi la penisola, così da non permettere alla storia di ripetersi.  

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K-Food Korea

#K-food: Sundubu Jjigae (순두부 찌개)

Oggi vi mostro la ricetta di un altro stufato famosissimo della cucina coreana, il Sundubu Jjigae (순두부 찌개).

Jjigae (찌개) significa stufato in coreano e il sundubu jjigae è uno dei tre stufati coreani più popolari, insieme al kimchi jjigae e al doenjang jjigae: qual è la differenza tra i tre?

Mentre l’ingrediente principale del kimchi jjigae, come suggerisce il nome stesso, è proprio il kimchi, e quello del doenjang jjigae è la pasta di soia, il pezzo forte del sundubu jjigae è il tofu morbido, in coreano sundubu (순두부).

Cos’è il sundubu?

Il sundubu è il tofu non pressato (chiamato in inglese “silken tofu”), non lo troverete nella classica forma a blocchetto ed ha la consistenza, più o meno, di un formaggio molle, dunque non è poroso come il solito tofu e per questo è perfetto per gli stufati oppure per essere gustato insieme a del buon riso con le verdure.

Spesso non è presente nei supermercati standard, dunque vi converrà fare un giro o nei supermercati bio o nei supermercati asiatici: se non sapete dove trovare un supermercato asiatico nelle vostre vicinanze, passate a dare un’occhiata alla nostra Guida alla Corea in Italia!

Esistono molte versioni di questo piatto, che variano a seconda di quali ingredienti si vogliono accostare al tofu, infatti è possibile aggiungere molte verdure e proteine, come funghi, cipolle, zucchine, frutti di mare, pollo, maiale, manzo e gamberi.

Oggi vi mostrerò la ricetta classica, quella che prevede solo il tofu come ingrediente principale: in caso voleste aggiungere allo stufato carne, pesce o verdure, scrivetemelo nei commenti così vi spiegherò i vari passaggi!

Attenzione: ricetta piccante!

  • Difficoltà: Facile
  • Tempo di preparazione: 30 Minuti
  • Tempo di cottura: 10 Minuti
  • Porzioni per: 2/3 Persone

Ingredienti

  • 350 g Tofu Morbido coreano
  • 100 g Funghi Enoki (privati del gambo inferiore, di 4-5 cm e sciacquati brevemente in acqua corrente fredda)
  • 2 Funghi Shiitake (20 g), puliti, privati del gambo e affettati sottilmente
  • 1 uovo
  • 1 Cipollotto, affettato in diagonale e sottile

Per la Zuppa:

  • 60g Alghe Essiccate (kelp)
  • 350 ml brodo di acciughe essiccate (è venduto già pronto in alcuni supermarket asiatici)
  • 15 ml Olio di Peperoncino coreano o Olio da cucina neutro
  • 30 g Peperoncino Coreano in polvere o fiocchi di peperoncino coreano (gochugaru)
  • 5 g Aglio Tritato
  • 7 ml Salsa di Pesce coreana
  • 7 ml Salsa di Soia, normale o per zuppa
  • Sale marino fino, a piacere
  • Qualche spolverata di pepe nero macinato
  • Un goccio di olio di sesamo, circa 2 ml

Preparazione

1- Iniziare a scaldare la pentola sul fornello a fuoco medio basso e aggiungere l’olio, il peperoncino in polvere e l’aglio. Mescolare bene per circa 1 minuto.

2- Aggiungere la salsa di pesce e la salsa di soia e mescolare.

3- Aggiungere l’alga essiccata e il brodo di acciughe e far bollire a fuoco medio-alto finché non inizia a bollire (da 2 a 3 minuti).

4- Aggiungere il tofu e i funghi e cuocere per altri 3 o 4 minuti. Salare a piacere.

5- Completare con il cipollotto, l’uovo fresco aperto direttamente sulla zuppa (se non volete potete cuocerlo insieme al tofu nel passaggio 4), il pepe nero e l’olio di sesamo.  Servire caldo con riso accompagnato da riso (facoltativo)

Uovo aperto direttamente sulla zuppa

Avete mai assaggiato questo piatto? Quali altre ricette vorreste in questa rubrica? Fatecelo sapere nei commenti!

맛있게 드세요!

Fonti: https://mykoreankitchen.com/sundubu-jjigae/

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K-Culture K-Travel Korea

#K-living: dating culture

Sono sicura che almeno una volta a tutti noi sia capitato di vedere qualche video con l’hashtag #국제커플 (#internationalcouple) e di aver pensato a come sia frequentare un/una coreano/a: in questo articolo vi parlerò di tutti gli aspetti che riguardano la dating culture coreana.

Primo punto: come e dove ci si conosce?

I coreani, o più in generale gli asiatici, difficilmente vi verranno a parlare o vi fermeranno per strada per chiedervi di uscire, se volete incontrare qualcuno le app di incontri fanno al caso vostro: Tinder, Meef, come anche le app per gli scambi linguistici (HelloTalk per esempio) sono i modi più diretti per incontrare un possibile appuntamento.

Ci sono però un paio di cose alle quali dovete prestare attenzione: evitate i profili con sole foto di animali, sfondi tutti neri e quelli nei quali i soggetti sembrano troppo belli per essere veri, perché infatti non lo sono. Consiglio a tutti di chiedere il contatto instagram o kakaotalk non appena iniziate a scrivervi con qualcuno. Nel caso in cui vi dicano di non averli e sul loro profilo ci sono scritte del tipo FWB o ONS, vi consiglio di chiudere la conversazione all’istante.

Purtroppo, molte delle persone che vi contatteranno sono solamente in cerca dell’avventura con una/un occidentale perché vogliono “provare” qualcosa di differente: i coreani tra di loro difficilmente usano Tinder, solitamente ci si conosce tramite amici di amici.

E se incontrassi qualcuno in un pub? In Italia spesso succede, no?

Per quella che è stata la mia esperienza i club sono dei grandi NO, in particolare a Seoul. Gran parte dei ragazzi che incontrerete nelle discoteche sono lì per un solo motivo, ovvero, “hunting”: le ragazze bianche, o comunque occidentali, sono letteralmente un “trofeo” ambito da molti, dunque, se cercate una relazione, non fatelo nei club.

P.S. i coreani non sono gli unici ai quali fare attenzione in discoteca, abbiate un occhio di riguardo anche per le uniformi a stelle e strisce (chi vuole intendere intenda).

Secondo punto: l’appuntamento

Quasi sicuramente vi chiederanno di andare a mangiare fuori per poi spostarvi in qualche pub: normalmente in Corea si divide il conto, ma generalmente per il primo appuntamento il ragazzo paga la cena e la ragazza i drink. Se non andate al ristorante, vi inviteranno in un cafè o per un picnic.

Finito il vostro date, una cosa che i coreani tendono spesso a fare è scrivere per dire che si sono trovati bene non appena vi siete salutati (e intendo letteralmente 5 minuti dopo), se non lo fanno probabilmente vogliono ghostarvi.

Se arrivate fino al terzo appuntamento, consideratelo come un punto di svolta! I coreani, infatti, considerano la regola dei “three dates” come uno step abbastanza fondamentale, oltre al quale ci si inizia a considerare quasi come fidanzati.

Non stranitevi se il vostro partner o la vostra partner vi chiederanno ufficialmente di mettervi assieme: gli anniversari in Corea sono molto importanti (specialmente i 100 giorni) e stabilire la data nella quale vi siete ufficialmente fidanzati è obbligatorio.

Una cosa che nelle relazioni in Corea vedrete spesso sono i vestiti di coppia: dalle felpe alle scarpe, i #coupleclothes sono un vero e proprio simbolo delle coppie, infatti, spesso nei negozi vedrete abbinati il capo femminile e quello maschile.

Un altro elemento simbolo delle relazioni sono gli anelli di coppia: a noi potrebbe sembrare strano, a meno che non ci si stia preparando per un futuro matrimonio, ma in Corea di certo non è così perché essere fidanzati, per i coreani, rappresenta un vero e proprio status sociale, e quale miglior modo per farlo notare se non con le fedine?

Ultimo punto: non aspettatevi di vivere la vostra storia d’amore come i K-drama

Se vi dovessero mai chiedere di incontrarvi in posti strani ad orari strani evitate! Potrebbe sembrare scontato ma purtroppo si tende a romanticizzare troppo questo Paese, dunque tenete bene a mente che tutto il mondo è paese!

Detto questo, uscire con qualche local sicuramente sarà un plus della vostra permanenza in Corea: che sia per una cena, un caffe o degli scatti nei photoboot, l’esperienza del dating va fatta.

A un possibile appuntamento parlerete probabilmente voi per la maggior parte del tempo, ma una cosa è certa, i coreani adorano l’Italia e gli italiani: oltre ad essere un punto a favore non appena vi presenterete, può anche essere un buon argomento di discussione, provare per credere!

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K-Food Korea

#K-food: Hotteok (호떡)

Lo scorso sabato vi ho mostrato la ricetta dei pancake salati coreani (pajeon), questo invece vi mostro quella dei pancake dolci!

Gli Hotteok (호떡), i pancake dolci coreani anche chiamati “frittelle ripiene”, sono uno dei dolci street-food coreani più famosi.

Sono nati come dolce invernale, ma sono diventati talmente popolari che ormai vengono venduti durante ogni stagione.

Tipicamente, sono ripieni di zucchero di canna scuro, cannella in polvere e alcune noci o semi macinati, ma si possono trovare anche con formaggio, cioccolato e vari tipi di marmellata.

Ultimamente sta spopolando una loro versione aromatizzata al tè verde; se vorrete provarla vi basterà aggiungere il tè verde in polvere, o matcha, all’impasto!

Non fatevi scoraggiare dal procedimento un pochino lungo, ne varrà la pena!

  • Difficoltà: Media
  • Tempo di preparazione: 1 Ora e 35 Minuti
  • Tempo di cottura: 15 Minuti
  • Porzioni per: 8 Persone (8 hotteok)

Ingredienti

  • 250 ml Acqua
  • 26 g Zucchero Bianco
  • 10 g Lievito
  • 3 g Sale
  • 14 ml Olio Vegetale
  • 240 g e 60 g Farina
  • 100 g Zucchero di Canna
  • 3 g Cannella in Polvere
  • 19 g Noci Tritate

Preparazione

Per l’impasto:

1- Mettere 250 ml di acqua tiepida in una ciotola.

2- Aggiungere lo zucchero bianco, il lievito, il sale, l’olio vegetale e mescolare bene.

3- Aggiungere 240 g di farina universale e mescolare con una paletta o a mano.

4- Lasciare lievitare l’impasto. Lasciarlo con il coperchio chiuso, o coperto da pellicola, a temperatura ambiente per un’ora.

Impasto Hotteok

5- Trascorsa un’ora, impastare per rimuovere le bolle di gas nell’impasto.

6- Lasciare lievitare per altri 10-20 minuti.

Per il ripieno:

1- Mescolare lo zucchero di canna, la cannella in polvere e le noci in una ciotola.

Assemblare gli Hotteok:

1- Lavorare di nuovo l’impasto per rimuovere le bolle di gas.

2- Mettere e spargere circa 60 g di farina su un tagliere.

3- Mettere l’impasto sul tagliere e lavorarlo. Creare un panetto e dividerlo in 8 palline di uguali dimensioni.

Palline d’impasto

4- Prendere 1 pallina di impasto, appiattirla, mettere un po’ di ripieno al centro dell’impasto e poi sigillarla per formare una palla.

5- Ripetere questa operazione 8 volte per fare 8 palline ripiene (usare un po’ di farina del tagliere per evitare che le dita si attacchino all’impasto).

6- Scaldare una padella antiaderente a fuoco medio e aggiungere un po’ di olio vegetale.

7- Mettere 1 pallina sulla padella e lasciarla cuocere per 30 secondi.

8- Quando il fondo della pallina d’impasto è leggermente dorato, girarla e premerla con una spatola per formare un cerchio sottile e largo (circa la dimensione di un CD).

Dischetti di impasto

9- Lasciare cuocere circa 1 minuto fino a quando il fondo diventa dorato.

10- Girare di nuovo il pancake e abbassare il fuoco a molto basso.

11- Mettere il coperchio sulla padella e cuocere ancora 1 minuto.

12- Servire caldo!

맛있게 드세요!

Fonti: https://www.maangchi.com/recipe/hotteok

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Lezioni di storia coreana: la Corea del ‘900

Benvenuti al terzo episodio di “Lezioni di storia coreana“, la rubrica di Mondocoreano per gli amanti della storia e per chi vuole saperne di più su questo fantastico paese che è la Corea del sud!

Come visto nelle precedenti puntate, la storia della penisola coreana è costellata di alti e bassi, di periodi di grande splendore e periodi di buio e disperazione e, proprio in ragione di ciò, non possiamo non parlare di un capitolo fondamentale per lo sviluppo contemporaneo e moderno della – attuale – Repubblica di Corea. A cosa ci riferiamo?

Ovviamente alludiamo all’occupazione giapponese, ma proviamo a ricostruire piano piano tutti i tasselli di questa storia.

Periodo storico

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Soldati giapponesi arrivano a Seoul, Korea, durante la guerra russo-giapponese (1904-1905 circa), credits to yooniqimages

Quando parliamo dell’occupazione giapponese della Corea ci riferiamo ad un arco temporale che va dal 1910 fino al 1945 e rappresenta uno dei momenti più tristi e dolorosi della storia coreana, durante il quale gli abitanti persero, nel corso degli anni, quell’indipendenza che avevano faticosamente raggiunto durante l’epoca Joseon.

Possiamo dividere i 35 anni di colonizzazione nipponica, in 3 fasi distinte:

  1. Primo periodo (1910-1920);
  2. Secondo periodo (1920-1930);
  3. Quindicennio finale (1930-1945);

Il primo periodo: gli anni ’10 del 900

Nel primo periodo, noto tristemente per la crudele repressione generale verso il popolo coreano, i giapponesi cercarono di distruggere l’orgoglio coreano sfruttando le risorse del Paese e cercando di colonizzare sempre di più la penisola: in questi anni venne instaurato un vero e proprio Stato di polizia al fine di reprimere e punire ogni sorta di ribellione da parte del popolo colonizzato. Cosa intendiamo con “stato di polizia”?

Lo stato di polizia è un’evoluzione dello stato assoluto, concetto che ha visto i suoi albori a partire dalle Grandi monarchie del 1700 in Europa (in particolare con Maria Teresa d’Austria e con Federico il Grande), e che ha come caratteristiche generali il raggiungimento del benessere dei cittadini tramite una fortissima centralizzazione dei poteri dello stato.

In risposta alla forte oppressione dei giapponesi all’interno del Paese, si formarono piano piano, al di fuori della Corea, delle associazioni patriottiche coreane, unite dal desiderio di liberare il Paese dalla furia nipponica.

Con la fine della Grande Guerra, i coreani videro nella Russia un possibile aiuto nella lotta contro i giapponesi e in questo clima di entusiasmo, ma anche di incertezze e paure, nacque il cosiddetto “Movimento del 1° marzo” per l’indipendenza del Paese (Samil undong).

Nel frattempo, il 22 gennaio 1919 morì l’ex re coreano Kojong e iniziò presto a circolare la voce che fosse stato avvelenato da un soldato giapponese e, ovviamente, questo non fece altro che aumentare notevolmente il malcontento all’interno del Paese e i capi della resistenza coreana ne approfittarono per unirsi ancora di più contro il nemico comune; il 1° marzo 1919 ci fu la lettura in piazza della dichiarazione di indipendenza davanti a una folla numerosissima che si sparse per le strade della capitale inneggiando all’indipendenza: purtroppo, però, la repressione fu brutale e migliaia di cittadini coreani vennero uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre altri vennero rinchiusi in loculi senza uscita, lasciati morire tra le fiamme, così come vennero bruciate case, scuole e chiese.

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Manifestazione del 1° Marzo 1919, una delle prime manifestazioni apertamente contro l’occupazione nipponica, credits to pilgrimwithapassport

Mai, fino ad allora, c’era stata una reazione così violenta ai danni del popolo coreano e il Giappone mostrò il suo lato più brutale e razzista e si pensa, infatti, che alla fine ci furono quasi 10.000 morti, 15.000 feriti e più di 50.000 imprigionati e, purtroppo, la natura pacifica della protesta coreana servì a ben poco, anzi tutto ciò aveva portato al massacro generale di un Paese che aveva cercato di tornare a splendere come una volta.

I coreani, però, non si lasciarono abbattere dalla brutalità e dai massacri messi in atto dai nipponici, infatti, la resistenza continuò nel suo durissimo percorso e il 10 aprile 1919 venne costituito a Shanghai un governo provvisorio coreano mentre i coreani esuli in Manciuria attaccavano le unità giapponesi: se, da una parte, il governo provvisorio avviava attività diplomatiche col resto del mondo, la lotta armata della resistenza, riprese più forte che mai.

Il secondo periodo: gli anni ’20 del 900

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Seoul, Korea, durante il periodo d’occupazione giapponese, credits to OoCities

Il decennio che venne a seguire, visti gli esiti del primo periodo, non prometteva nulla di buono, eppure, il Giappone decise di ridurre in parte la propria dominazione in terra coreana e questo fu l’inizio della cosiddetta “politica illuminata”, in cui vennero usati metodi più umani e data qualche concessione in più ai colonizzati, permettendo addirittura a qualche coreano di entrare nei ruoli dell’amministrazione, venne anche consentita la stampa di quotidiani coreani (seppur sotto parziale censura), che ancora oggi esistono e sono tra i maggiori quotidiani della Corea. Quali sono questi giornali?

Il Chosun Ilbo (조선 일보, 朝鮮 日報)!

Comunque, nonostante queste piccole concessioni date ai coreani, questi furono gli anni in cui il Giappone, provato anche dalla prima guerra mondiale, sfruttò al massimo le risorse coreane, sarà infatti in questo periodo che la Corea diventerà il “Granaio del Sol Levante”, con le sue industrie e la manodopera a basso costo, fornita dai lavoratori locali, non a caso, in questi anni, molti coreani, in preda alla disperazione, emigreranno in Manciuria e nello stesso Giappone per fuggire alla dominazione nipponica.

In questi anni, l’odio tra le due etnie divenne sempre più grande e la lotta armata continuò per tutto il decennio, insieme a quella politica. Il 1° settembre 1923 Tokyo fu gravemente danneggiata da un terremoto e i nipponici sfogarono la loro rabbia e frustrazione facendo strage dei coreani presenti sulla loro terra.

La “politica illuminata” fu un fallimento e il decennio si chiuse in un turbinio di violenza.

Il quindicennio finale: gli anni dal 1930 al 1945

Questi ultimi 15 anni segnarono l’ultima fase del dominio giapponese in terra coreana, fu il periodo dell’alleanza col nazi-fascismo e di un Giappone più che mai imperialista e nazionalista: in questi anni i nipponici tenteranno di allargare sempre di più i loro confini, con la conquista della Manciuria nel 1931 e la repressione sui coreani divenne sempre maggiore.

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Soldato giapponese colto mentre si prende gioco – forse – di due anziani coreani, credits to imgur

Questa volta, però, i coreani non si fermarono alla semplice guerriglia e presero anche loro a rispondere alla violenza giapponese con altra violenza, dando il via ad una serie di attentati e, uno dei più importanti, fu quello ai danni dell’imperatore giapponese Hirohito a Tokyo e, poco più tardi, seguì quello a un ambasciatore giapponese in Manciuria, da parte di una donna coreana sessantenne, che una volta catturata, si lasciò morire di fame in cella.

A questo punto i giapponesi, stanchi delle rivolte da parte dei coreani, iniziarono ad attuare una repressione forzata, volta ad annullare completamente l’identità coreana, un’autentica operazione di “pulizia etnica”, infatti i programmi didattici nelle scuole cambiarono drasticamente dando maggiore importanza allo studio della lingua giapponese e anche alla conoscenza della storia, secondo i canoni giapponesi, e si arrivò al punto che fu vietato completamente l’uso della lingua coreana in pubblico: anche la religione, subì delle conseguenze, infatti dal 1935 in poi, tutti i coreani dovevano seguire le cerimonie Shinto e questo, ovviamente, portò all’ennesimo malcontento che sfociò in ribellione da parte dei fedeli dell’altro credo e, anche in questo caso, la punizione dei nipponici non tardò ad arrivare e molti sacerdoti vennero arrestati ed espulsi i missionari.

Slogan come “Nissen yuwa” (armonia fra Giappone e Corea) e “Naisen ittai” (Giappone e Corea, una sola nazione) non facevano che confermare l’estrema ipocrisia e, allo stesso tempo, ferocia del popolo colonizzatore che non aveva alcuna intenzione di allentare la presa e lasciare libertà ai cittadini schiavizzati, ormai allo stremo delle forze.

Gli ultimi anni del dominio giapponese furono, forse, quelli più drammatici: nel 1937 scoppiò la guerra tra Giappone e Cina, vennero arruolati soldati coreani che, volenti o nolenti, dovevano combattere al fianco dei nuovi padroni, contro un nemico che non era il loro, così come tutti i soldati coreani furono costretti ad assumere nomi giapponesi; nello stesso periodo (intorno al 1939), tutti i giornali in lingua coreana furono soppressi, ad eccezione di uno, il “Maeil Sinbo” (Nuovo quotidiano).

Nel 1941, con l’attacco a Pearl Harbor, il Giappone entrò ufficialmente nel secondo conflitto mondiale e non mancò occasione per infierire ancora sul popolo coreano, infatti in questi anni migliaia di donne vennero sequestrate e usate per soddisfare i piaceri personali dei soldati giapponesi: si parla in proposito delle “comfort women”, termine vivo ancora oggi in Oriente e utilizzato dal popolo coreano che rivendicava la propria dignità e libertà, completamente distrutta in quei drammatici anni.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Un gruppo di “comfort women” appena reclutate, credits to pilgrimwithapassport

NB: lo sapevate che è ancora in corso una questione legale (e sociale, prevalentemente) secondo la quale il popolo coreano vorrebbe essere risarcito dal Giappone per i danni subiti?

Con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki terminò l’oppressione dei giapponesi sulla Corea che, piano piano, lasciarono il paese e, il 15 agosto 1945, finalmente la Corea poté ritenersi libera dai colonizzatori: una libertà amarissima, costata milioni di vittime e che lasciò profonde cicatrici, sul popolo coreano, oppresso per più di 30 anni.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Abitanti di Seoul esultano e festeggiano per strada la liberazione dall’occupazione giapponese insieme ai prigionieri del carcere di Seodaemun appena liberati (15 Agosto 1945), credits to fmkorea

Se siete curiosi di sapere come hanno reagito gli artisti moderni e le nuove generazioni a questo triste periodo della storia coreana, passate a dare un’occhiata alla nostra rubrica #Hipstory dove potrete trovare un episodio dedicato interamente al Movimento del primo marzo e all’indipendenza coreana visto tramite gli occhi dell’artista hip-hop Bewhy!

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K-Travel Korea

#K-living: Korea on the road!

Bella Seoul, vero? Tranquilli, già la so la risposta. La Corea però non è solo Seoul, ma offre altrettante città che meritano di essere visitate e in questo articolo vi parlerò di cosa potrete fare a Gangneung, Sokcho, Jeonju, Busan, Daegu, Gyeongju e l’isola di Jeju.

가자!

Partiamo dalle mete più “vicine” alla capitale: Gangneung e Sokcho.

Essendo molto vicine tra loro potete tranquillamente visitarle in un unico viaggio. Partendo da Seoul ci metterete circa due ore con il treno e tre con l’autobus, vi consiglio quest’ultimo, essendo i bus davvero ben organizzati e puliti in Corea. Per l’alloggio vi direi di cercare qualcosa vicino alle spiagge per entrambe le città, essendo i punti di interesse vicino a queste. Cosa si può visitare in queste città quindi?

Partiamo da Gangneung. Questa piccola cittadina non è solo rinomata tra i surfisti per le sue onde, ma anche dagli amanti dei k-drama, infatti vicino al porto di Jumunjin, è stato girato una delle serie TV più famose di tutti i tempi, Goblin! Come dimenticarsi la scena in cui Eun-Tak invoca Kim Shin e i due si incontrano sulla scogliera? Non sarà difficile da trovare, i coreani amano questo scorcio per farsi sempre qualche foto!

Se vi viene fame, questo è il posto giusto per mangiare qualcosa, infatti essendo Gangneung una città di mare, troverete molti piatti a base di crostacei e molluschi: se volete entrare nel pieno spirito questa cittadina, non potete andarvene senza aver prima assaggiato l’hemul jjim, piatto tradizionale a base di frutti di mare e germogli di soia, il tutto ben condito con della salsa piccante! Questo piatto non è per tutti, io l’ho provato perché la foto mi ricordava gli spaghetti allo scoglio ma il sapore, chiaramente, era tutt’altro, tuttavia, se siete lì vale di certo la pena provare!

Gangneung è conosciuta anche per un altro motivo: se vi dicessi “you never walk alone”?

Gli ARMY sicuramente avranno già capito, sto parlando della panchina usata come copertina dell’album dei BTS: questa si trova sulla spiaggia di Jumunjin (più spostata rispetto al porto) ma anche il lungomare merita decisamente una visita, infatti qui potrete trovare spiaggia e mare pulito, numerosi i locali presenti (stile Jesolo) e clima ideale anche per un bagno!

#Consiglidiviaggio: a differenza di Seoul, i mezzi di trasporto qui sono davvero poco efficienti, dunque assicuratevi che il vostro alloggio sia vicino a questi due posti.

A non più di 40 minuti da Gangneung, troverete Sokcho, città molto piccola ma che ospita uno dei parchi nazionali più belli e grandi di tutta la Corea, Seoraksan: numerosi sono i trekking che potete fare in questo parco, ma quello di Ulsanbawi è di sicuro il più famoso. Sicuramente farete un po’ di fatica, ma il panorama del quale potrete godere non appena raggiungerete la cima vi ripagherà di tutto.

Essendo Sokcho una città “piccola” e concentrando tutti i punti d’interesse nella zona centrale della città, potete noleggiare una bici e recarvi prima al padiglione Yeonggeumjeong, per poi sposarvi al lago Yeongnangho. Ultima tappa di questo primo viaggio è il villaggio Abai, poco distante dal padiglione troverete questo piccolo villaggio abitato da soli rifugiati della Corea del Nord: il complesso si trova a pochi metri dalla spiaggia e potrete concedervi una piccola pausa gustandovi un buon ojingeo-sundae, ovvero, un calamaro ripieno di maiale, noodles e verdure.

Dalla East coast… Alla West coast!
Hanok village, Jeonju – @imagineyourKorea via Pinterest

Dopo questi due/tre giorni passati sulla costa est, è ora di spostarsi verso ovest: prossima tappa Jeonju, situata a circa tre ore da Seoul, culla della cultura coreana ed è conosciuta come la “capitale del bibimbap”! Per l’alloggio vi consiglio di cercarlo all’interno dell’hanok village, non solo perché i maggiori punti di interesse sono per la maggior parte concentrati al suo interno, ma anche per vivere l’essenza di questa città. Jeonju, infatti, fu la capitale del regno Baekje durante l’era dei Tre Regni ed è la città natale di Yi Seong-gye, fondatore della dinastia Joseon. Ma prima di pensare ai monumenti, cosa si mangia in questa città?

Beh, sicuramente il bibimbap: non potete assolutamente perdervelo, ha un sapore totalmente unico qui! Un altro piatto decisamente interessante è il kongnmul gukbap, ovvero, una zuppa di germogli di soia piccante. E per dolce? In Corea, come in generale in Asia, è davvero difficile trovare dei dolci che siano tali, tuttavia Jeonju vi farà ricredere: qui, infatti, è nata la choco pie, due strati di pan di spagna al cioccolato che avvolgono un cuore di marmellata e panna, uno snack davvero molto amato dai coreani e poco conosciuto dagli stranieri. Dopo questo pranzo da re, dove si va?

Iniziamo dal sepolcro di Gyeonggijeon dove è custodito il ritratto di re Taejo. Poco distante da questo troverete la porta di Pungnam e il mercato Nambu, dove potrete gustare altrettante specialità locali: uscendo da quest’ultimo e proseguendo verso destra arriverete sul lungo fiume dove potrete passeggiare fermandovi a dare un’occhiata al museo della calligrafia e al ponte Namcheon, fino ad arrivare alla scuola confuciana Hyanggyo; da qui potrete raggiungere facilmente il villaggio dei murales Jaman-Okryu.

… E poi giù al sud!

Dopo essere stati ad est e ad ovest, siete pronti per un tour del sud della penisola, ovvero, Busan, Daegu e Gyeongju.

Partiamo subito col botto, Busan: i più esperti sapranno che questa è la città natale dei due membri dei BTS Jungkook e Jimin!

Agli ARMY farà di sicuro piacere sapere che proprio qui a Busan c’è il caffè gestito dal papà di Jimin, il Magnate: leggermente overpriced, ma merita decisamente una visita, avendo esposti anche i cappelli indossati da Jimin! Un’altra tappa a tema BTS che i fan non possono perdere è il murales raffigurante Jimin e Jungkook all’interno del villaggio Gamcheon: questo quartiere merita decisamente una visita, non vi è un percorso esatto da seguire, infatti, la cosa migliore da fare è perdersi al suo interno così da poter godere della variopinta architettura delle case fino a trovare la statua del piccolo principe.

Gamcheon culture village, Busan – @pinterest

Come prossimo step ci spostiamo sulla spiaggia di Songdo: qui troverete una cabinovia che vi porterà direttamente in cima alla scogliera Hyeolcheongso dalla quale potrete avere accesso allo Skypark e al parco Anman. Le scogliere sono decisamente un pezzo forte di questa città ma se volete godere di un panorama decisamente degno di nota Sinseondae, Igidae e lo sky walk Oryukdo di certo non vi deluderanno, soprattutto in orario tramonto!

Ultima tappa non può che essere il tempio buddhista Haedong Yonggungsa, costruito anche questo su una scogliera.

#Consiglidiviaggio: il tempio si trova fuori dal centro, dunque ritagliatevi due o tre ore per visitarlo, contando il viaggio.

Busan non solo è famosa per le scogliere che la circondano, ma anche per le spiagge: Heundae e Gwangalli sono i principali punti di ritrovo dei giovani e qui caffè e pub di certo non mancano, inoltre non molto lontano troverete anche la Busan Tower, dalla quale potrete avere una bella panoramica della città. In queste zone numerosi sono anche i ristoranti nei quali poter gustare alcune specialità locali, tra cui dwaeji hukbap (zuppa di maiale), milmyeon (noodles freddi) e l’hemul pajeon. Se vi piace il pesce potete farvi un giro al mercato del pesce Jachalgi, dove troverete numerosi ristoranti dove poter gustare qualche prelibatezza.

“A to the G to the U to the STD / I’m d boy because I’m from D”. Dove ci troviamo ora? Mi sembra ovvio, siamo a Daegu, distante solo 40 minuti da Busan! Purtroppo devo essere onesta, questa città non ha molto di speciale, una giornata basta e avanza per visitarla, soprattutto se avete poco tempo vi consiglierei di dedicarlo a visitare qualche altro posto. Tuttavia, se siete di passaggio ci sono un paio di posti che potete visitare come per esempio la 83 Tower, la casa del poeta Lee Sang-Hwa e i murales Mabijeong. La pausa pranzo potete farla gustandovi dei buoni napjiak mandu (ravioli piatti) oppure i jjolmyoen (noodles freddi piccanti).

Passiamo ora all’ultima meta di questo tour del sud, Gyeongju. Questa città si trova nel sud-est della penisola e, come Jeonju, ha un enorme valore storico: infatti, questa città è considerata un vero e proprio museo a cielo aperto e custodisce l’importante eredità culturale del regno di Silla. Anche a Gyeongju troverete un villaggio hanok completo di ristoranti, caffè e negozi, così come gli edifici circostanti il villaggio. Vicino al villaggio sorge l’enorme complesso di tombe appartenenti ai re di Silla chiamato Daereungwon. Cosa ci sarà di speciale in delle tombe?

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Vista aerea sul complesso di tombe Daereungwon, Gyeongju

La risposta è molto semplice: l’architettura! Ogni tomba, infatti, è rappresentata da una collinetta e. nel mezzo di questo vasto parco, troverete anche l’osservatorio Cheomseongdae, il più antico di tutta l’Asia; vi consiglio di visitarlo di notte, in quanto viene illuminato di un bel rosa. Poco lontano da questo parco troverete il museo di Silla e il Donggu Gwa Wolji, il palazzo secondario del regno di Silla.

Un altro punto che merita decisamente una vostra visita è il ponte Woljeonggyo costruito secondo l’architettura tradizionale.

In una seconda giornata potete visitare un paio di siti un po’ più lontani rispetto al centro città come la tomba sommersa nel mare del re Munmu, il tempio buddhista Bulguksa e la grotta Seokguram.

Ultima, ma non per importanza: l’isola di Jeju!
Jeju – @pinterest

Raggiungerla è davvero semplice, infatti basterà prenotare uno dei numerosi voli di Jeju Air per non più di 30-40€. Essendo i vari punti di interesse dislocati in zone disparate dell’isola, consiglio a tutti di richiedere la patente internazionale per poter noleggiare un’auto perché i mezzi di trasporto sono davvero poco efficienti e un’auto è il miglior e unico mezzo che vi permetterà di visitare l’isola.

A soli 10 minuti dall’aeroporto c’è il più grande e antico mercato dell’isola, il Dongmun traditional market. Qui troverete i famosi mandarini di Jeju, souvenir e innumerevoli piatti locali, tra cui il famoso black pork di Jeju.

Proseguendo verso ovest troverete il parco Hallim, ovvero, un giardino botanico; l’entrata è a pagamento, ma merita comunque una vostra visita. Poco più lontano si trova la spiaggia Hyeopjae: che visitiate l’isola in inverno oppure in estate, questa spiaggia dalla sabbia bianca e dal mare cristallino va assolutamente visitata.

A circa 20 minuti di auto da qui ci sono i flagship store di Innisfree e O’sulloc: in quest’ultimo potrete gustarvi torte, gelati, croffle ecc. al thè verde, assolutamente un must della vostra gita a Jeju.

Sempre muniti della vostra 4 ruote, il secondo giorno potete farvi un bel giro sulla costa sud dell’isola passando per la spiaggia Yongmeori, la scogliera di Oedolgae e la grotta lavica Manjaggul. A poco più di 15 minuti di auto troverete il caffè Gongbech, ovvero, il caffè che aveva in gestione il fratello di Suga.

Agli appassionati di montagna farà piacere sapere che a Jeju c’è il monte più alto di tutta la Corea, Hallasan: si tratta del vulcano che sorge nel punto centrale dell’isola. La passeggiata richiede la prenotazione, inoltre se volete raggiungere la cima dovete arrivare il rifugio intermedio prima delle 12, altrimenti non vi faranno passare.

Come ultima tappa vi potete dirigere verso est fino al monte Seongsan: si tratta della punta del cratere di un vulcano ormai spento e sommerso dall’acqua. Qui vicino potrete assistere anche allo spettacolo delle donne subacquee Haenyeo. In questa località numerosi sono i ristornati che servono il jeonbok-juk, ovvero, il porridge di abalone: alla vista forse non molto appetibile, ma il sapore è davvero buono.

Il nostro giro della Corea finisce qui e, come avrete notato, c’è molto da vedere, da fare e da mangiare! Armatevi di un paio di scarpe comode, tanta curiosità e soprattutto di NAVER MAP: per quanto efficienti siano le mappe di Google e dell’I-phone in Italia, in Corea decisamente non lo sono. Consiglio a tutti di imparare un po’ di coreano di “sopravvivenza”, sia per farvi capire da chi non parla inglese (purtroppo in tanti) sia per utilizzate Naver.

Che ve ne pare di questo tour? Siete pronti a partire con Mondocoreano?

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K-Food Korea

#K-food: Pajeon (파전)

Oggi parliamo del pajeon (파전), uno dei cibi di strada coreani più famosi, secondi in popolarità solo ai tteokbokki.

Il pajeon è una varietà di pancake coreano che ha il cipollotto o lo scalogno come ingrediente principale.

Nei ristoranti si può trovare come antipasto o contorno e viene spesso accompagnato da due salse: una, piccante, composta da salsa di soia, aceto di riso, zucchero o miele, cipolla tritata, peperoncini verdi o rossi tritati e semi di sesamo tostati, e una molto piccante composta da salsa di soia, pasta di peperoncino, peperoncino in polvere (rispettivamente gochujang e gochugaru) e peperoncino fresco tritato.

Esistono tre varietà del pajeon:

Il dongnae pajeon (동래파전): pajeon completamente privo di glutine, sostituisce la farina di grano con una combinazione di farina di riso e farina di riso glutinoso (alias farina di riso dolce). Spesso include il gochujang e un’infarinatura di carne e frutti di mare, come manzo, vongole, calamari e gamberi.

L’haemul pajeon (해물파전): pajeon con una miscela di frutti di mare. È tipicamente composto da vongole, ostriche, calamari e/o gamberi.

Il yachaejeon (야채전): pajeon vegetariano, che comprende una varietà di verdure come zucchine affettate sottili, funghi, peperoni, melanzane o carote grattugiate.

Oggi vi mostro la ricetta base di questo piatto, ovvero quella che utilizza soltanto il cipollotto come ingrediente principale, se volete dei consigli su come preparare anche le altre tre varianti del piatto scrivetemelo nei commenti!

  • Difficoltà: Facile
  • Tempo di preparazione: 10 Minuti
  • Tempo di cottura: 20 Minuti
  • Porzioni per: 1/2 Persone

Ingredienti

  • 10 Cipollotti
  • 68 g Farina
  • 118 ml Acqua
  • 5 g Pasta di soia
  • 2 g Zucchero
  • 45 ml Olio vegetale

Preparazione

1- Pulire, lavare e scolare i cipollotti

2- Tagliarli in pezzi lunghi circa 10 cm

3- Preparare la pastella mescolando la farina, l’acqua, la pasta di soia e lo zucchero in una ciotola. Mescolare bene fino a quando la pastella diventa liscia.

4- Mettere una padella antiaderente sul fornello e iniziare riscaldarla.

5- Aggiungere l’olio vegetale alla padella riscaldata.

6- Mettere i cipollotti nella padella parallelamente, come a formare un rettangolo o un cerchio.

Cipollotti in Pastella

7- Versare la pastella sui cipollotti in modo uniforme.

8- Mentre il pancake si cuoce, continuare a picchiettarlo, premendolo leggermente.

Picchiettare il pajeon con la spatola

9- Qualche minuto dopo, quando il fondo diventa croccante e dorato, girare il pancake.

10- Cuocere ancora qualche minuto fino a quando il fondo del pancake diventa di nuovo croccante e dorato, e girarlo o rigirarlo.

11- Cuocere un altro minuto e trasferire il tutto su un piatto da portata.

12- Servire caldo con salsa.

맛있게 드세요!

Fonti: https://www.maangchi.com/recipe/pajeon

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K-Culture Korea

16/04/2014: il naufragio del Sewol

Breve introduzione all’argomento

Il 16 Aprile 2014 è una data fondamentale per la storia contemporanea coreana, data passata tristemente alla storia a seguito del naufragio della nave Sewol ed è ricordato come uno dei più grandi naufragi mai avvenuti in Corea e, soprattutto, uno degli eventi più disastrosi accaduti in tempi di pace.

A causa del naufragio perderanno la vita 304 persone, 250 dei quali erano studenti della Danwon High School di Ansan e i 172 sopravvissuti verranno tratti in salvo prevalentemente da pescherecci e navi civili, arrivate sul luogo almeno 40 minuti prima della Korean Coast Guard (해양경찰청, Haeyang-gyeongchal-cheong).

This aerial image shows part of the damaged Sewol ferry between two barges during a salvage operation Thursday.
Immagini aeree delle operazioni di recupero del Sewol avvenute nel 2017 (Credits to AFP/Getty Images)

Ricostruzione dell’evento

naufragio-korea

Il Sewol (세월) era un traghetto costruito in Giappone nel 1994, nel 2012 verrà acquistato dalla Cheonghaejin Marine Company e, a seguito di ciò, subirà delle modifiche rivelatesi poi illegali.

Il traghetto ha iniziato ad essere attivo il 15 Marzo del 2013, compiendo tre viaggi a settimana dal porto di Incheon all’isola di Jeju, tragitto di 425 km e della durata di 13 ore e mezza.

Il Sewol, al momento della partenza, trasportava 443 passeggeri, 33 membri dell’equipaggio e 185 macchine, per un totale di 2,142.7 tonnellate di carico, nonostante il peso massimo consentito fosse pari a 987 tonnellate: il carico che non rientrava in quello consentito non era stato adeguatamente messo in sicurezza e questo squilibrio di peso sarà una tra le tante motivazioni che porteranno all’infausto evento.

La partenza del Sewol avverrà alle ore 09:00 p.m. KST del 15 Aprile 2014 e, per buona parte della navigazione, tutto andrà secondo i piani; tuttavia, a circa tre quarti di viaggio, avverrà qualcosa che darà il via alla concatenazione di eventi che porteranno al naufragio: alle ore 08:27 a.m. KST, mentre il Sewol entra nel canale di Maenggol, l’ufficiale di coperta Park ordinerà al timoniere Cho di correggere la rotta da 135 a 140 gradi.

A questo punto, però, la vicenda inizierà a farsi confusionaria perché verranno presentate due versioni differenti degli avvenimenti che, all’esito delle indagini, permetteranno alla Corte di concludere che i tentativi di Cho hanno portato la nave ad affrontare una svolta di 15 gradi per 40 secondi e che Cho (spaventato dall’eccessiva velocità della nave nella risposta ai comandi quando gli era stato dato l’ordine da Park di cambiare la rotta di 145 gradi) stesse già cercando di svoltare a sinistra quando ha ricevuto le altre indicazioni dall’ufficiale di coperta, portando la prua della nave a girare rapidamente a destra.

Il susseguirsi di brusche manovre porterà buona parte del carico del Sewol a spostarsi su un lato, implicando la perdita di tutta la forza di reazione della nave, permettendo così all’acqua di fluire dentro tramite i portelloni laterali per l’ingresso delle automobili e del carico localizzati nella poppa. Ma dov’era, in tutto questo trambusto, il capitano della nave?

Il Capitano Lee, nel frattempo, si trovava nella sua cabina ma, una volta sentito dell’incidente, si precipiterà sul ponte di comando della nave, raggiunto poco dopo dal resto dell’equipaggio e sarà all’incirca in questo momento che il timoniere Cho spegnerà i motori dell’imbarcazione, lasciando che questa andasse alla deriva.

Mentre il Sewol iniziava ad affondare, i membri dell’equipaggio e il Capitano Lee ordineranno ai passeggeri tramite l’interfono della nave di rimanere fermi perché ogni minimo movimento sarebbe potuto essere pericoloso e, contestualmente, verrà effettuata la prima chiamata al numero nazionale di emergenza da Choi Duk-ha, uno studente della Danwon presente sul traghetto: l’equipaggio procederà con le dovute chiamate d’emergenza al servizio di assistenza al traffico marittimo o VTS soltanto qualche minuto dopo.

Di lì in poi inizierà un “botta e risposta” tra la Guardia Costiera e il Sewol circa lo status dell’imbarcazione, dei passeggeri e le procedure da seguire: alle 08:57 a.m. KST la Guardia costiera invierà il pattugliatore No. 123 sulla scena e lo incaricherà di seguire le procedure della Guardia costiera per il salvataggio dei passeggeri.

Questo passa parola di informazioni proseguirà fino alle 09:38 a.m. KST, quando si interromperanno definitivamente le comunicazioni tra la nave e il VTS: nel frattempo, qualche minuto prima lo stesso servizio di assistenza esorterà il Capitano a prendere una rapida decisione sul da farsi e questi ribadirà, un’ultima volta, l’ordine di rimanere fermi, ordine che condannerà definitivamente a morte buona parte dei passeggeri.

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Alle 09:46 a.m. KST il Capitano Lee e parte del suo equipaggio verrà tratto in salvo, abbandonando la nave e i suoi passeggeri al loro triste destino.

Le successive operazioni di recupero dei corpi delle vittime e dei loro oggetti da restituire a genitori e amici verranno condotte prevalentemente da sommozzatori civili, lasciati da soli nell’esecuzione di queste difficilissime e pericolose operazioni: il 10 Luglio 2014 il governo ordinerà improvvisamente ai sub di interrompere il tutto e di abbandonare il sito.

Cause principali del naufragio

Ma quindi, quali sono le cause di questo terribile incidente?

Per quanto cercare un solo colpevole sia – sostanzialmente – impossibile, siamo in grado, anche grazie alle indagini e ai processi che si sono svolti, di individuare alcune motivazioni che hanno portato a questo esito, innanzitutto possiamo imputare alla pericolosità della zona di mare del canale di Maenggol un primo motivo che avrebbe dovuto comportare una maggiore attenzione nella navigazione.

Purtroppo, però, in questo caso le cause e gli errori umani sono sicuramente quelli che hanno maggiormente influito nella determinazione degli eventi, partendo dalle modifiche inopportune al progetto originale del traghetto e al difetto nel meccanismo di governo del timone (informazione che era stata fatta presente dal Capitano Lee il 1 Aprile di quello stesso anno ma che era stata completamente ignorata dalla compagnia che gestiva la manutenzione della nave).

Un altro errore umano è stato quello commesso dall’ufficiale di coperta Park e dal timoniere Cho, dovuto all’improvvisa e irragionevole virata a tribordo tra le 08:48 e le 08:49 che ha causato lo scivolamento del carico a babordo (= sinistra) e a ciò si deve aggiungere la totale inesperienza e inadeguatezza dell’equipaggio nelle situazioni emergenziali: un’indagine sulla contabilità della Chonghaejin ha rivelato, poi, che l’azienda avesse speso appena 521 dollari per l’addestramento dell’equipaggio, comprese le esercitazioni per le evacuazioni.

I ritardi nelle operazioni di salvataggio rientrano sicuramente tra le concause di questa tragedia, infatti è stato notato come una maggiore repentinità nell’attivazione delle operazioni avrebbe sicuramente portato in salvo molte più persone rispetto ai numeri effettivi ma in questo caso si inserisce un’altra componente, cioè quella dell’insensatezza dell’ordine di rimanere a bordo da parte del Capitano Lee, ordine che è stato eseguito ad occhi chiusi dai passeggeri: da questa dinamica è stato, poi, tratto un articolo di critica sociale da parte del giornale Korea Times dal titolo Culture can’t explain it all, nel quale si affronta il ruolo della cultura e della rigida educazione coreana.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo il comportamento del Capitano, il quale ha impiegato ben 40 minuti prima di rendersi conto dell’irrecuperabilità della situazione e non si è prodigato immediatamente per l’attivazione dei protocolli di salvataggio: a ciò va aggiunto, soprattutto, la sua decisione di mettersi in salvo prima di essersi assicurato del benessere dei propri passeggeri, violando quella che è una legge non scritta del mare, cioè “Il comandante affonda con la nave“.

Tra i vari responsabili, certamente non si può escludere la Guardia costiera, sospettata di aver deliberatamente ignorato il proprio manuale interno nello svolgimento delle operazioni di soccorso, infatti, secondo il Manuale di soccorso marittimo la polizia marittima è tenuta a designare un Coordinatore per supervisionare le operazioni: effettivamente, la Guardia costiera di Mokpo aveva sì inviato il vascello No. 123 ma senza dargli grandi spiegazioni sulla situazione, infatti questi non soltanto aveva una scarsissima conoscenza delle coordinate reali della nave, del numero dei passeggeri e – soprattutto – del nome del traghetto, ma anche non era a conoscenza delle comunicazioni avvenute tra il Sewol e il VTS di Jindo, così come non aveva ricevuto alcuna informazione dall’elicottero che era arrivato sulla scena dell’incidente 10 minuti prima.

Il vascello No. 123 è arrivato sulla scena totalmente impreparato, trovandosi davanti la nave già inclinata di 45 gradi, rendendo impossibili i tentativi di evacuazione con i mezzi che aveva a bordo e, inoltre, secondo il Manuale di soccorso, i sommozzatori sarebbero dovuti intervenire immediatamente appena giunti sul posto ma ciò non è avvenuto, anzi soltanto due sommozzatori hanno tentato di entrare nel traghetto verso le 11:24 a.m. KST, quando già il Sewol era capovolto e quasi totalmente affondato, rendendo vani i loro tentativi.

Proprio a causa dell’inadeguatezza della Guardia costiera coreana, l’ex Presidentessa Park Geun-hye dismetterà l’organismo in risposta alla fortissima pressione sociale e verrà ristabilito soltanto nel 2017 dal Presidente Moon Jae-in.

Il caso mediatico e il caos politico

La prima cosa che è apparsa agli occhi di tutti è stato il fallimento epocale della leadership e dell’apparato statale nella gestione della tragedia, pensiamo semplicemente al fatto che Park Geun-hye non è apparsa in pubblico per circa sette ore dopo l’avvenuto naufragio, rimanendo chiusa nella sua stanza da letto: il governo coreano verrà aspramente criticato in quei concitati giorni, non soltanto accusato di aver ritardato troppo i soccorsi, ma anche per le notizie imprecise – e talvolta false – date dalle fonti governative, tanto che il 27 Aprile 2014 il Primo Ministro Chung Hong-won darà le sue dimissioni dopo essersi scusato con la popolazione.

Park Gyun-hye si scuserà per essere stata incapace di gestire la situazione soltanto 13 giorni dopo l’evento, il 29 Aprile 2014, e visiterà la scuola di Ansan dalla quale provenivano gli studenti, promettendo alle testate giornalistiche e ai cittadini di avere l’intenzione di riformare il paese affinché un evento del genere non si verificasse più: tuttavia, questo sarà soltanto l’ennesimo tentativo del governo di proteggere maggiormente la propria reputazione che la verità.

Il 16 Novembre 2016 verrà pubblicato un report sulla tragedia del Sewol compilato dal Servizio nazionale di intelligence coreano diretto alla Presidentessa Park, nel quale ci si riferiva al naufragio come ad un “banale incidente di un traghetto” (그저 하나의 여객선 사고) e si affermava di dover “controllare le proteste in merito al naufragio” (여객선 사고를 빌미로 한 투쟁을 제어해야 한다): nel report non si fa alcun riferimento né alle indagini, né al recupero del relitto né al supporto verso le famiglie delle vittime ma, anzi, si incita al controllo delle proteste da parte dell’opposizione, suggerendo di manipolare l’opinione pubblica tramite manifestazioni organizzate dal governo stesso.

Il naufragio del Sewol contribuirà fortemente al crollo dell’amministrazione Park, infatti mentre aumentavano le critiche nei suoi confronti, l’amministrazione istituiva una commissione per monitorare e perseguire i detrattori: nel 2016 questo piano uscirà definitivamente allo scoperto e causerà lo scoppio di uno scandalo per corruzione che porterà all’avvio del procedimento di impeachment nei confronti di Park Geun-hye.

Dopo l’elezione di Moon Jae-in, verranno rivelati dei documenti che l’ex Presidentessa aveva creato contenenti una lista nera segreta di artisti cui era vietato ricevere ogni sorta di riconoscimento governativo o sponsorizzazione e, successivamente, si scoprirà che l’obiettivo iniziale di questa lista era proprio quello di censurare coloro che avevano commemorato le vittime del Sewol tramite la loro arte.

Gli indagati e il processo

Come in tutte le storie, anche in questo caso dobbiamo identificare i “cattivi”, o meglio, dobbiamo capire chi sono i responsabili e, in effetti, sin dal primo momento l’attenzione è ricaduta, giustamente, su alcuni soggetti specifici. Cioè?

  • Il Capitano della nave e 14 membri dell’equipaggio;
  • Il Governo (nella figura di Park Geun-hye e della Guardia costiera);
  • Il proprietario della Chonghaejin Marine, Yoo Byung-eun;

Cosa c’entra il proprietario della compagnia?

Dalle indagini è emerso che questi non fosse un soggetto particolarmente raccomandabile, anzi tutt’altro, infatti, era noto come il “milionario senza faccia” a causa delle sue rare apparizioni in pubblico: ex fotografo e membro del culto religioso chiamato Odaeyang (il che lo aveva reso sospetto nel caso del suicidio-omicidio di massa del 1987, in cui più di 30 persone del suo gruppo furono trovate morte, legate e imbavagliate in una fabbrica a sud di Seoul, senza però che gli investigatori trovassero alcuna prova del suo coinvolgimento), nei primi anni ’90 passerà quattro anni in prigione per il reato di frode.

Illustrato, quindi, il quadro sulla sua persona ma senza voler scadere nel “giudicare un libro dalla sua copertina”, non appare affatto strano che dietro il disastro del Sewol vi sia anche il suo zampino e, non a caso, non appena verrà rilasciato un mandato d’arresto nei suoi confronti, questi si darà alla macchia: per la sua ricerca verranno impiegati 9000 poliziotti, tuttavia, nel giugno del 2014 verrà trovato un cadavere a 415km a sud di Seoul corrispondente a quello dell’imprenditore (identificato per mezzo del suo DNA) ma le cause della morte rimarranno ignote. Che, quindi, sapesse più del previsto e che, quindi, la verità fosse ancora più sconvolgente di quanto fosse già emerso?

Ad ogni modo, i principali sospettati sono 11 membri dell’equipaggio, accusati di negligenza professionale e di altri reati minori circa la sicurezza della nave, e 4 membri dell’equipaggio (il Capitano Lee, il Primo Ufficiale Kang, l’ufficiale in seconda Kim e il capo ingegnere Park), accusati di omicidio per grave negligenza, la cui pena nell’ordinamento giuridico coreano può anche corrispondere alla pena di morte.

Il processo per il disastro del Sewol inizierà qualche mese dopo e fondamentali saranno le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla tragedia e dei sommozzatori civili, specie per la ricostruzione degli eventi e per ridisegnare meglio i profili di responsabilità in capo all’equipaggio a bordo e alle autorità: ciò che, purtroppo, emergerà dalle loro testimonianze sarà l’ingiustificato ritardo nelle operazioni e i vaghi e insensati tentativi di camuffare la verità.

I want to question the high-ranking officials. I remember everything with acute pain. I cannot forget. But how come you, the élite of the society, claim that you don’t know and you don’t remember?
Kim Gwan-hong, civilian diver – First hearings for the Sewol ferry disaster 14-16/12/2015

Voglio fare una domanda alle persone importanti qui presenti [letteralmente “ai funzionari di alto rango]. Io ricordo tutto con estremo dolore. Non posso dimenticare [quello che ho visto]. Come fate voi, élite della società, ad affermare di non sapere e di non ricordare [di quel giorno]?
Kim Gwan-hong, sommozzatore civile – Prima udienza per il caso Sewol 14-16/12/2015

Durante una delle udienze, il pubblico ministero chiederà la pena di morte per il Capitano Lee, sostenendo fortemente la sua totale responsabilità nel non aver adempiuto ai suoi obblighi da capitano, mentre l’11 Novembre 2014 il Tribunale del distretto di Gwangju affermerà che questi fosse sì, colpevole di negligenza, ma che questa non fosse sostenuta dall’obiettivo di uccidere, condannandolo a 36 anni di carcere: nei vari appelli, poi, la sentenza è stata ulteriormente aumentata passando da 36 anni al carcere a vita, tuttavia questa sentenza non sarà affatto ben accetta dai cittadini, che sosterranno vivamente che la Corte abbia “anteposto la vita del Capitano a quelle dei loro figli“.

Anche gli altri imputati subiranno una condanna al carcere, seppur con qualche sconto di pena.

The “Yellow ribbon campaign”

Credits to Korea.net

The parents have been desperate to know the truth. But why are they trying so hard to hide it? I need to know the truth, and I want them to apologise sincerely.
Jeong Bu-ja, mother of late Shin Ho-seong

I genitori sono disperati di sapere la verità. Perché [loro, le autorità] stanno cercando così tanto di nasconderla? Ho bisogno di sapere la verità e voglio che si scusino sinceramente.
Jeong Bu-ja, madre del defunto Shin Ho-seong

Tra le cose che più lasciano di stucco davanti tragedie di questo calibro è l’utilizzo del cellulari, diventati involontariamente testimoni e strumento per raccontare l’agonia e la disperazione dei passeggeri del Sewol e proprio i video e i messaggi inviati dalle vittime ai propri cari sono stati ulteriore benzina per la già ustionante e divampante rabbia dei parenti delle vittime, assetati come non mai di giustizia e di verità: è proprio in quest’occasione che è nata la “Yellow ribbon campaign“. Cos’è?

Il fiocco giallo è, da sempre, usato come simbolo di speranza, così quando il Sewol è naufragato e divenne chiaro che le vittime non avrebbero fatto ritorno e i cittadini presero a interrogarsi circa le responsabilità del governo, i fiocchi assunsero il significato di resistenza civile e di democratizzazione.

Un gruppo di studenti universitari, noto come “Active Autonomous Alter Life Together” (ALT), durante i giorni successivi alla tragedia posterà online il progetto di un disegno che rappresentava un fiocco delineato in nero su uno sfondo giallo accompagnato dalla didascalia “Che possa un piccolo movimento generare un grande miracolo” e incoraggeranno tanti altri a partecipare alla campagna in sostegno delle vittime del Sewol: i fiocchi gialli riceveranno subito una grande risonanza, diventando un simbolo anti-governativo e delle proteste che scoppieranno di lì a poco.

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Credits to Korea Times

Durante una di queste proteste, i manifestanti marceranno verso il quartier generale della Korean Broadcasting System (KBS) per criticare la loro collaborazione alla rappresentazione distorta (e filo governativa) della tragedia, da lì la protesta si sposterà verso la Blue House, dove vive il presidente, chiedendo maggiore neutralità da parte del governo e delle commissioni istituite ad hoc per il caso Sewol: questa protesta alla Blue House durerà per ben 76 giorni, a seguito dei quali i manifestanti si sposteranno verso Gwanghwamun Square, luogo dal grande valore artistico e storico per i coreani.

Si può avere paura di un simbolo?

In questo caso sì, perché presto i fiocchi gialli verranno targhettizzati dal Governo come simboli di protesta e di ribellione e non come simboli di lutto e memoria e ne verrà vietato l’uso o l’esposizione nelle scuole.

La risposta del K-pop

Il mondo dell’arte, specie del K-pop, non rimarrà silente davanti questa tragedia e, a dimostrazione del fatto che arte e realtà camminano da sempre – e per sempre – fianco a fianco, negli anni saranno tanti i gruppi che si esporranno in favore della verità per le vittime del Sewol e, velatamente, contro l’operato del governo. Proviamo a fare qualche esempio:

I BTS, nel febbraio 2017 (circa un mese prima il recupero del relitto del Sewol), pubblicheranno il brano Spring day (봄날) il cui messaggio, già profondo di per sé, richiama la nostalgia nei confronti di qualcuno caro che magari non è più con noi, tuttavia ha un significato nascosto e che, in qualche modo, si può collegare alla vicenda del Sewol: infatti, molti ARMY hanno notato le numerosissime – e forse non poi così casuali – somiglianze con il naufragio del Sewol. Ad esempio?

Come illustra magnificamente il canale Youtube “Italian Army” nel video in sovraimpressione, già solo guardando la copertina dell’album cui fa parte la canzone – WINGS: You Never Walk Alone – è possibile notare la presenza di quattro fiocchi gialli su uno sfondo nero, così come sono molti i riferimenti sparsi qui e lì nel video, a partire dalla scena d’apertura che ritrae V che cammina su delle rotaie vuote, attendendo un treno che non arriverà mai (come il Sewol e i suoi passeggeri), la scena della lavanderia e degli oblò delle lavatrici che richiamano molto quelli di una nave ma anche la scena della giostra arrugginita alla quale sono attaccati tanti nastri gialli.

추운 겨울 끝을 지나
다시 봄날이 올 때까지
꽃 피울 때까지
그곳에 좀 더 머물러줘
머물러줘

Past the end of this cold winter
Until the spring comes again
Until the flowers bloom again
Stay there a little longer
Stay there

Non soltanto i BTS ma anche il gruppo femminile The Ark ha avuto modo di esprimere la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, infatti nel video della canzone The light viene rappresentato un amorevole rapporto madre/figlia, nel quale la madre viene vista lavorare e farsi in quattro per consentire alla figlia di vivere un’esistenza dignitosa, tuttavia quando questa si lamenta di voler comprare uno zaino nuovo, la madre glielo negherà: qualche giorno dopo, la figlia andrà in gita con la scuola, gita dalla quale non farà ritorno perché il bus sul quale viaggiava avrà un incidente, portando con sé tutti i passeggeri.

I know always got my back back,
And you know I always got you right back,
No matter what anyone says to me, now I’ll always be by your side.

Io so che mi hai sempre coperto le spalle,
E tu sai che io ti ho sempre con me,
Non importa quello che mi dicono gli altri, io sarò sempre al tuo fianco.

Anche le Red Velvet parteciperanno a questo movimento di massa, infatti nel 2016 pubblicheranno il brano One of these nights (7월 7일) il cui video reca molti riferimenti all’acqua, ai lunghi corridoi delle navi e persino, ad un certo punto, abbiamo modo di vedere una dei membri del gruppo giacere su di una piccola imbarcazione che, con il passare del tempo, va via via sprofondando: anche in questo caso, come in Spring day, troviamo come tema comune la nostalgia e la perdita di qualcuno a noi caro e il disperato bisogno di rivederlo.

Oh, I can’t forget easily
Even if I turn the calendar, I’m still in the same place

Oh, non posso dimenticare facilmente
Anche se giro [i fogli] del calendario, rimango sempre nello stesso posto

Infine bisogna citare Shin Yong Jae, membro dei 4MEN, il quale pubblicherà la canzone You who my love: la particolarità di questo brano sta nel fatto che è stato scritto da uno studente vittima del naufragio, grande fan del cantante, ed è stata inviata dai genitori dello studente perché questi la finisse e la pubblicasse.

Ulteriore materiale per conoscere meglio l’argomento

Nel caso in cui foste particolarmente interessati alla vicenda, vi consigliamo la visione dei seguenti prodotti:

Documentario sul naufragio del Sewol:

The truth shall not sink with Sewol” (= la verità non deve affondare con il Sewol), uno slogan che ne richiama un altro già noto a noi italiani, “Don’t clean up the blood“, diventato tristemente famoso dopo le vicende del G8 di Genova, slogan che invita a non dimenticare gli eventi e non lasciare che lo scorrere del tempo e lo svanire dei ricordi permetta alla mala politica e amministrazione di passarla liscia.

Intervista di Korea Now ad una sopravvissuta:

Ricostruzione della vicenda da parte del giornale “The New Yorker”:

“When we left the scene, there were small birds in the rain and wind. Those tiny birds… were flying around… in the storm. The birds were so tiny and beautiful. And their call so touching… But it sounded like the students’ wailing, asking me not to leave them behind.
Kim Gwan-hong (1973-2016), civilian diver

Quando abbiamo lasciato il sito, c’erano dei piccoli uccellini [che volavano] tra la pioggia e il vento. Quei piccoli uccelli… volavano… nella tempesta. Erano così piccoli e belli. E il loro canto era così emozionante… Ma quel canto suonava come i lamenti degli studenti che mi chiedevano di non lasciarli indietro [e di non abbandonarli].
Kim Gwan-hong (1973-2016), sommozzatore civile

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K-Culture Korea

FKFF: la nostra esperienza

Questo weekend, come avete ben potuto vedere e seguire dalle storie Instagram, siamo state a Firenze per il Florence Korea Film Fest. Che cos’è?

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Il Florence Korea Film Fest è un festival del cinema coreano organizzato nella città di Firenze dal 2003 dall’Associazione culturale Taegukgi, ideato con lo scopo di promuovere la cultura cinematografica e artistica coreana in Italia, non solo tramite la proiezione di film, documentari e cortometraggi ma anche tramite incontri con gli autori stessi.

Inoltre, dal 2007, il FKFF si prodiga per l’esportazione del cinema italiano in Corea del sud, collaborando con il JIFF – Jeonju International Film Festival e il BIFF – Busan International Film Festival: proprio in ragione di ciò, in sala era presente tra gli ospiti d’onore il direttore del BIFF!

Come redazione, appena abbiamo saputo di questo evento, ci siamo mobilitate sin dall’inizio affinché potessimo partecipare, richiamate da questo filo conduttore tra l’Italia e la Corea, che è un po’ il nostro stesso leitmotiv e obiettivo.

Ospite d’eccezione, tra i tanti grandissimi attori e registi presenti nelle varie giornate, c’era Lee Jung Jae, ormai sulla bocca di tutti e su tutte le copertine e red carpet a seguito del successo planetario della serie Squid Game: un attore e persona disponibile, molto sorridente e aperto al dialogo con il quale abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere durante la permanenza al Festival!

Lee Jung Jae è stato presente in sala in due diverse occasioni, la prima venerdì sera a seguito della proiezione del film che lo vede nel ruolo di co-protagonista, Deliver us from evil, a seguito del quale ha risposto ad alcune domande del pubblico, e la seconda volta alla masterclass di sabato mattina, durante la quale ha dispensato consigli, opinioni e ha risposto a tantissime domande, dimostrandosi molto umile e alla mano.

Deliver us from evil – 다만 악에서 구하소서

Deliver us from evil è un film d’azione del 2020 diretto dal regista Hong Won-Chan: il film è ambientato in Thailandia e narra le vicende di un ex agente segreto, diventato un mercenario, il quale partirà alla ricerca disperata di una persona a lui cara che è stata rapita, purtroppo, però, questo rapimento si intreccerà con il cammino di un efferato e violento criminale con il quale il protagonista ha un conto in sospeso.

Il nostro Lee Jung Jae riveste il ruolo dell’antagonista – un cattivo cattivissimo – che darà non poco filo da torcere al protagonista, interpretato da Hwang Jung-min: se vi aspettate di trovare il genuino Gi-Hun di Squid Game vi sbagliate di grosso, perché in questo lungometraggio vedrete il “lato oscuro” di Lee Jung Jae, infatti darà caratterizzazione ad un personaggio spietato, determinato a raggiungere i propri obiettivi criminali.

Il film sicuramente non è adatto ai deboli di cuore e ai soggetti facilmente impressionabili, c’è tanto sangue e tanta violenza, ma se vi piace il genere e volete vedere un po’ di azione a regola d’arte, è il film che fa per voi.

Masterclass con Lee Jung Jae

Sabato mattina, invece, alla presenza di una platea gremita – e probabilmente sold-out – si è tenuta la Masterclass che vedeva come ospiti Lee Jung Jae e il regista di Squid Game, Hwang Dong-hyuk, un’occasione per ripercorrere le carriere dei due artisti, per scoprire i segreti nascosti dietro il loro successo e avere un momento di confronto e unione: seppure il regista non abbia potuto partecipare e abbia dovuto lasciare il Festival prima del previsto, l’intento di questo incontro è comunque riuscito, dando luogo ad una splendida chiacchierata “tra amici“, dal tenore sereno e piacevole.

L’intera masterclass è stata concentrata sulla fama internazionale dell’attore, fama che non nasce con Squid Game ma molti anni addietro, infatti già dagli anni ’90 Lee Jung Jae è diventato tra i maggiori e più famosi artisti dell’industria cinematografica e televisiva coreana, grazie anche ad opere d’arte della televisione come The young man e Sandglass, serie tv che l’hanno consacrato sull’altare dei big dello schermo, ma anche e soprattutto il film City of the rising sun (태양은 없다) del 1998.

Tra le questioni più interessanti trattate durante l’incontro c’è sicuramente l’attenzione dell’industria cinematografica e televisiva coreana nei confronti delle differenze sociali e della narrazione di queste ultime, infatti non è raro vedere nei K-drama e K-movies scorci di vita quotidiana dei coreani di tutte le classi sociali, raccontate in modo onesto, crudo e imparziale: questa è una scelta che, ai nostri occhi, appare quasi curiosa, in quanto molto lontana dal nostro modo di raccontare, per esempio, le periferie – spesso eccessivamente romanzate o criticate aspramente senza troppe possibilità di trovare un compromesso – .

La scelta delle differenze sociali, a dire di Lee Jung Jae, non è affatto una scelta casuale ma, tutt’al più, è un modo per esorcizzare la paura, uno spunto di riflessione per rendersi conto che quelle sfortune, quei crolli, quelle crisi possono accadere a chiunque, in qualunque momento e proprio per questo motivo, come società, dobbiamo impegnarci tutti affinché si possa costruire un mondo più a portata di tutti, cercando di ridurre al minimo queste possibilità di esclusione sociale, di ghettizzazione e di allontanamento dalla “vita normale”: in quest’ottica può essere rivisto anche lo stesso Squid Game, infatti, non deve essere inteso come un gioco al massacro fine a se stesso quanto piuttosto deve essere analizzato come la più lampante manifestazione del bisogno reciproco che abbiamo tutti della presenza e dell’aiuto altrui.

“Proviamo a pensare di più al prossimo come leitmotiv di Squid Game.”

Lee Jung Jae

Strettamente collegata alla questione delle differenze sociali troviamo anche la narrazione della violenza, talvolta portata all’estremo nei K-drama, e anche in questo caso deve essere vista da una prospettiva differente, perché, sempre secondo l’attore, la violenza narrata non è mai fine a se stessa, non è “violenza per la violenza“, bensì è un modo per realizzare l’esistenza di un problema, primo passo per comprenderlo e capire come risolverlo: quindi, anche qui, occorre un’analisi sociale molto più profonda che non può fermarsi alla banale violenza fisica mostrata sullo schermo ma che presuppone un’attenzione particolare alla pressione sociale dei genitori, della società, dei social media nei confronti di ogni individuo.

All’attore è stato, poi, chiesto come costruisse i suoi personaggi, quale fosse lo studio affrontato per poter creare nei minimi dettagli la psicologia dei soggetti che interpreta, cosa li rende così speciali e diversi e unici gli uni dagli altri. Sapete il suo segreto?

Osservare le persone comuni, andare in giro per la città ma, soprattutto, tanto allenamento fisico! Perché? Perché “faticare e sudare fa avere nuove idee”!

Al termine della Masterclass, l’attore si è reso disponibile per fare una breve sessione di autografi, confermando il suo animo gentile e disponibile ma anche il suo amore per i fan italiani.

A song for my dear – 그대어이가리

E se due giorni non erano sufficienti, domenica non abbiamo potuto proprio farne a meno e siamo tornate nuovamente al cinema per un’altra proiezione: questa volta, però, abbiamo visto un film drammatico. Di quale parliamo?

Abbiamo assistito alla proiezione di A song for my dear, film indipendente del 2021 diretto dal regista Lee Chang-Yeoul, che narra la triste vicenda di una coppia sposata da tanti anni e che vive la propria esistenza con i soliti alti e bassi, fin quando un fulmine non piomba sulle loro teste, perché alla moglie viene diagnosticata una grave forma di Alzheimer e al marito toccherà prendersi cura di lei, fin quando gli sarà possibile, assistendo al lento e doloroso degenero della malattia e delle condizioni dell’amore della sua vita.

Si tratta di un film molto profondo ed emozionante, l’intera sala era in lacrime e non mancano di certo gli spunti di riflessione.

A rendere il tutto ancora più emozionante è stata la presenza degli attori e del regista in sala durante la proiezione, i quali hanno ringraziato il pubblico per aver assistito al loro lavoro e hanno esternato il loro amore per l’Italia e per il Florence Korea Film Fest.

Opinioni complessive sul Festival

Che peccato averne scoperto l’esistenza solo quest’anno!

Un’esperienza unica nel suo genere, è stato entusiasmante vedere così tanti appassionati alla Corea del Sud, italiani e non: è un festival ben organizzato, con una programmazione interessante, fresca e colma di occasioni per poter scoprire nuovi attori, registi e pellicole magari meno note al vasto pubblico.

Vedere che, finalmente, l’Italia sta iniziando ad aprirsi alla Corea del Sud, stringendo rapporti sempre più stretti, è un piacere per chi ama entrambi i paesi e spera in una maggiore vicinanza e connessione tra le due nazioni: che l’arte diventi il ponte che unisce Occidente e Oriente?

Nel dubbio, noi sappiamo già che il prossimo anno saremo nuovamente in prima fila! Verrete con noi?

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K-Travel Korea

Ready, set… 가자! Cosa fare in Corea?

Lo sappiamo, è l’ennesimo articolo che scriviamo sul nostro futuro viaggio in Corea.

Lo sappiamo, non ne potete più neanche voi. Fosse per noi, saremmo già con le valigie in mano, pronte a partire per un fantastico viaggio alla scoperta di questo paese del quale tanto parliamo e che vorremmo conoscere in ogni sua sfaccettatura.

Però, sembra proprio che gli astri stiano iniziando posizionarsi al posto giusto e forse il nostro sogno sta per realizzarsi. Ma come? Non lo sapete?

Già da un paio di giorni, la Corea ha aperto le sue frontiere agli stranieri vaccinati, permettendo una lenta riapertura del traffico turistico internazionale, dopo ben due anni di stop e di lentissime riprese!

Quando abbiamo letto questa notizia, non stavamo nella pelle e abbiamo cercato i primi voli disponibili per Seoul, immaginandoci già al gate dell’aeroporto, pronte a salire sul nostro aereo per Incheon.

Però, mentre fantasticavamo su questo momento tanto agognato, ci siamo rese conto di una cosa: cosa faremo una volta atterrate?

Proprio per questo motivo, abbiamo creato, insieme a voi una guida di #cosechefaremoincorea!

Siete pronti a partire con noi? Kajaa!

PS. Per essere sicuri e avere informazioni certe su possibili evoluzioni, vi consigliamo di consultare sempre il sito del Ministero degli Esteri!

Qui sotto, trovate la guida…

Fate un Click per averla gratuitamente!