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#K-living: dating culture

Sono sicura che almeno una volta a tutti noi sia capitato di vedere qualche video con l’hashtag #국제커플 (#internationalcouple) e di aver pensato a come sia frequentare un/una coreano/a: in questo articolo vi parlerò di tutti gli aspetti che riguardano la dating culture coreana.

Primo punto: come e dove ci si conosce?

I coreani, o più in generale gli asiatici, difficilmente vi verranno a parlare o vi fermeranno per strada per chiedervi di uscire, se volete incontrare qualcuno le app di incontri fanno al caso vostro: Tinder, Meef, come anche le app per gli scambi linguistici (HelloTalk per esempio) sono i modi più diretti per incontrare un possibile appuntamento.

Ci sono però un paio di cose alle quali dovete prestare attenzione: evitate i profili con sole foto di animali, sfondi tutti neri e quelli nei quali i soggetti sembrano troppo belli per essere veri, perché infatti non lo sono. Consiglio a tutti di chiedere il contatto instagram o kakaotalk non appena iniziate a scrivervi con qualcuno. Nel caso in cui vi dicano di non averli e sul loro profilo ci sono scritte del tipo FWB o ONS, vi consiglio di chiudere la conversazione all’istante.

Purtroppo, molte delle persone che vi contatteranno sono solamente in cerca dell’avventura con una/un occidentale perché vogliono “provare” qualcosa di differente: i coreani tra di loro difficilmente usano Tinder, solitamente ci si conosce tramite amici di amici.

E se incontrassi qualcuno in un pub? In Italia spesso succede, no?

Per quella che è stata la mia esperienza i club sono dei grandi NO, in particolare a Seoul. Gran parte dei ragazzi che incontrerete nelle discoteche sono lì per un solo motivo, ovvero, “hunting”: le ragazze bianche, o comunque occidentali, sono letteralmente un “trofeo” ambito da molti, dunque, se cercate una relazione, non fatelo nei club.

P.S. i coreani non sono gli unici ai quali fare attenzione in discoteca, abbiate un occhio di riguardo anche per le uniformi a stelle e strisce (chi vuole intendere intenda).

Secondo punto: l’appuntamento

Quasi sicuramente vi chiederanno di andare a mangiare fuori per poi spostarvi in qualche pub: normalmente in Corea si divide il conto, ma generalmente per il primo appuntamento il ragazzo paga la cena e la ragazza i drink. Se non andate al ristorante, vi inviteranno in un cafè o per un picnic.

Finito il vostro date, una cosa che i coreani tendono spesso a fare è scrivere per dire che si sono trovati bene non appena vi siete salutati (e intendo letteralmente 5 minuti dopo), se non lo fanno probabilmente vogliono ghostarvi.

Se arrivate fino al terzo appuntamento, consideratelo come un punto di svolta! I coreani, infatti, considerano la regola dei “three dates” come uno step abbastanza fondamentale, oltre al quale ci si inizia a considerare quasi come fidanzati.

Non stranitevi se il vostro partner o la vostra partner vi chiederanno ufficialmente di mettervi assieme: gli anniversari in Corea sono molto importanti (specialmente i 100 giorni) e stabilire la data nella quale vi siete ufficialmente fidanzati è obbligatorio.

Una cosa che nelle relazioni in Corea vedrete spesso sono i vestiti di coppia: dalle felpe alle scarpe, i #coupleclothes sono un vero e proprio simbolo delle coppie, infatti, spesso nei negozi vedrete abbinati il capo femminile e quello maschile.

Un altro elemento simbolo delle relazioni sono gli anelli di coppia: a noi potrebbe sembrare strano, a meno che non ci si stia preparando per un futuro matrimonio, ma in Corea di certo non è così perché essere fidanzati, per i coreani, rappresenta un vero e proprio status sociale, e quale miglior modo per farlo notare se non con le fedine?

Ultimo punto: non aspettatevi di vivere la vostra storia d’amore come i K-drama

Se vi dovessero mai chiedere di incontrarvi in posti strani ad orari strani evitate! Potrebbe sembrare scontato ma purtroppo si tende a romanticizzare troppo questo Paese, dunque tenete bene a mente che tutto il mondo è paese!

Detto questo, uscire con qualche local sicuramente sarà un plus della vostra permanenza in Corea: che sia per una cena, un caffe o degli scatti nei photoboot, l’esperienza del dating va fatta.

A un possibile appuntamento parlerete probabilmente voi per la maggior parte del tempo, ma una cosa è certa, i coreani adorano l’Italia e gli italiani: oltre ad essere un punto a favore non appena vi presenterete, può anche essere un buon argomento di discussione, provare per credere!

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Lezioni di storia coreana: la Corea del ‘900

Benvenuti al terzo episodio di “Lezioni di storia coreana“, la rubrica di Mondocoreano per gli amanti della storia e per chi vuole saperne di più su questo fantastico paese che è la Corea del sud!

Come visto nelle precedenti puntate, la storia della penisola coreana è costellata di alti e bassi, di periodi di grande splendore e periodi di buio e disperazione e, proprio in ragione di ciò, non possiamo non parlare di un capitolo fondamentale per lo sviluppo contemporaneo e moderno della – attuale – Repubblica di Corea. A cosa ci riferiamo?

Ovviamente alludiamo all’occupazione giapponese, ma proviamo a ricostruire piano piano tutti i tasselli di questa storia.

Periodo storico

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Soldati giapponesi arrivano a Seoul, Korea, durante la guerra russo-giapponese (1904-1905 circa), credits to yooniqimages

Quando parliamo dell’occupazione giapponese della Corea ci riferiamo ad un arco temporale che va dal 1910 fino al 1945 e rappresenta uno dei momenti più tristi e dolorosi della storia coreana, durante il quale gli abitanti persero, nel corso degli anni, quell’indipendenza che avevano faticosamente raggiunto durante l’epoca Joseon.

Possiamo dividere i 35 anni di colonizzazione nipponica, in 3 fasi distinte:

  1. Primo periodo (1910-1920);
  2. Secondo periodo (1920-1930);
  3. Quindicennio finale (1930-1945);

Il primo periodo: gli anni ’10 del 900

Nel primo periodo, noto tristemente per la crudele repressione generale verso il popolo coreano, i giapponesi cercarono di distruggere l’orgoglio coreano sfruttando le risorse del Paese e cercando di colonizzare sempre di più la penisola: in questi anni venne instaurato un vero e proprio Stato di polizia al fine di reprimere e punire ogni sorta di ribellione da parte del popolo colonizzato. Cosa intendiamo con “stato di polizia”?

Lo stato di polizia è un’evoluzione dello stato assoluto, concetto che ha visto i suoi albori a partire dalle Grandi monarchie del 1700 in Europa (in particolare con Maria Teresa d’Austria e con Federico il Grande), e che ha come caratteristiche generali il raggiungimento del benessere dei cittadini tramite una fortissima centralizzazione dei poteri dello stato.

In risposta alla forte oppressione dei giapponesi all’interno del Paese, si formarono piano piano, al di fuori della Corea, delle associazioni patriottiche coreane, unite dal desiderio di liberare il Paese dalla furia nipponica.

Con la fine della Grande Guerra, i coreani videro nella Russia un possibile aiuto nella lotta contro i giapponesi e in questo clima di entusiasmo, ma anche di incertezze e paure, nacque il cosiddetto “Movimento del 1° marzo” per l’indipendenza del Paese (Samil undong).

Nel frattempo, il 22 gennaio 1919 morì l’ex re coreano Kojong e iniziò presto a circolare la voce che fosse stato avvelenato da un soldato giapponese e, ovviamente, questo non fece altro che aumentare notevolmente il malcontento all’interno del Paese e i capi della resistenza coreana ne approfittarono per unirsi ancora di più contro il nemico comune; il 1° marzo 1919 ci fu la lettura in piazza della dichiarazione di indipendenza davanti a una folla numerosissima che si sparse per le strade della capitale inneggiando all’indipendenza: purtroppo, però, la repressione fu brutale e migliaia di cittadini coreani vennero uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre altri vennero rinchiusi in loculi senza uscita, lasciati morire tra le fiamme, così come vennero bruciate case, scuole e chiese.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Manifestazione del 1° Marzo 1919, una delle prime manifestazioni apertamente contro l’occupazione nipponica, credits to pilgrimwithapassport

Mai, fino ad allora, c’era stata una reazione così violenta ai danni del popolo coreano e il Giappone mostrò il suo lato più brutale e razzista e si pensa, infatti, che alla fine ci furono quasi 10.000 morti, 15.000 feriti e più di 50.000 imprigionati e, purtroppo, la natura pacifica della protesta coreana servì a ben poco, anzi tutto ciò aveva portato al massacro generale di un Paese che aveva cercato di tornare a splendere come una volta.

I coreani, però, non si lasciarono abbattere dalla brutalità e dai massacri messi in atto dai nipponici, infatti, la resistenza continuò nel suo durissimo percorso e il 10 aprile 1919 venne costituito a Shanghai un governo provvisorio coreano mentre i coreani esuli in Manciuria attaccavano le unità giapponesi: se, da una parte, il governo provvisorio avviava attività diplomatiche col resto del mondo, la lotta armata della resistenza, riprese più forte che mai.

Il secondo periodo: gli anni ’20 del 900

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Seoul, Korea, durante il periodo d’occupazione giapponese, credits to OoCities

Il decennio che venne a seguire, visti gli esiti del primo periodo, non prometteva nulla di buono, eppure, il Giappone decise di ridurre in parte la propria dominazione in terra coreana e questo fu l’inizio della cosiddetta “politica illuminata”, in cui vennero usati metodi più umani e data qualche concessione in più ai colonizzati, permettendo addirittura a qualche coreano di entrare nei ruoli dell’amministrazione, venne anche consentita la stampa di quotidiani coreani (seppur sotto parziale censura), che ancora oggi esistono e sono tra i maggiori quotidiani della Corea. Quali sono questi giornali?

Il Chosun Ilbo (조선 일보, 朝鮮 日報)!

Comunque, nonostante queste piccole concessioni date ai coreani, questi furono gli anni in cui il Giappone, provato anche dalla prima guerra mondiale, sfruttò al massimo le risorse coreane, sarà infatti in questo periodo che la Corea diventerà il “Granaio del Sol Levante”, con le sue industrie e la manodopera a basso costo, fornita dai lavoratori locali, non a caso, in questi anni, molti coreani, in preda alla disperazione, emigreranno in Manciuria e nello stesso Giappone per fuggire alla dominazione nipponica.

In questi anni, l’odio tra le due etnie divenne sempre più grande e la lotta armata continuò per tutto il decennio, insieme a quella politica. Il 1° settembre 1923 Tokyo fu gravemente danneggiata da un terremoto e i nipponici sfogarono la loro rabbia e frustrazione facendo strage dei coreani presenti sulla loro terra.

La “politica illuminata” fu un fallimento e il decennio si chiuse in un turbinio di violenza.

Il quindicennio finale: gli anni dal 1930 al 1945

Questi ultimi 15 anni segnarono l’ultima fase del dominio giapponese in terra coreana, fu il periodo dell’alleanza col nazi-fascismo e di un Giappone più che mai imperialista e nazionalista: in questi anni i nipponici tenteranno di allargare sempre di più i loro confini, con la conquista della Manciuria nel 1931 e la repressione sui coreani divenne sempre maggiore.

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Soldato giapponese colto mentre si prende gioco – forse – di due anziani coreani, credits to imgur

Questa volta, però, i coreani non si fermarono alla semplice guerriglia e presero anche loro a rispondere alla violenza giapponese con altra violenza, dando il via ad una serie di attentati e, uno dei più importanti, fu quello ai danni dell’imperatore giapponese Hirohito a Tokyo e, poco più tardi, seguì quello a un ambasciatore giapponese in Manciuria, da parte di una donna coreana sessantenne, che una volta catturata, si lasciò morire di fame in cella.

A questo punto i giapponesi, stanchi delle rivolte da parte dei coreani, iniziarono ad attuare una repressione forzata, volta ad annullare completamente l’identità coreana, un’autentica operazione di “pulizia etnica”, infatti i programmi didattici nelle scuole cambiarono drasticamente dando maggiore importanza allo studio della lingua giapponese e anche alla conoscenza della storia, secondo i canoni giapponesi, e si arrivò al punto che fu vietato completamente l’uso della lingua coreana in pubblico: anche la religione, subì delle conseguenze, infatti dal 1935 in poi, tutti i coreani dovevano seguire le cerimonie Shinto e questo, ovviamente, portò all’ennesimo malcontento che sfociò in ribellione da parte dei fedeli dell’altro credo e, anche in questo caso, la punizione dei nipponici non tardò ad arrivare e molti sacerdoti vennero arrestati ed espulsi i missionari.

Slogan come “Nissen yuwa” (armonia fra Giappone e Corea) e “Naisen ittai” (Giappone e Corea, una sola nazione) non facevano che confermare l’estrema ipocrisia e, allo stesso tempo, ferocia del popolo colonizzatore che non aveva alcuna intenzione di allentare la presa e lasciare libertà ai cittadini schiavizzati, ormai allo stremo delle forze.

Gli ultimi anni del dominio giapponese furono, forse, quelli più drammatici: nel 1937 scoppiò la guerra tra Giappone e Cina, vennero arruolati soldati coreani che, volenti o nolenti, dovevano combattere al fianco dei nuovi padroni, contro un nemico che non era il loro, così come tutti i soldati coreani furono costretti ad assumere nomi giapponesi; nello stesso periodo (intorno al 1939), tutti i giornali in lingua coreana furono soppressi, ad eccezione di uno, il “Maeil Sinbo” (Nuovo quotidiano).

Nel 1941, con l’attacco a Pearl Harbor, il Giappone entrò ufficialmente nel secondo conflitto mondiale e non mancò occasione per infierire ancora sul popolo coreano, infatti in questi anni migliaia di donne vennero sequestrate e usate per soddisfare i piaceri personali dei soldati giapponesi: si parla in proposito delle “comfort women”, termine vivo ancora oggi in Oriente e utilizzato dal popolo coreano che rivendicava la propria dignità e libertà, completamente distrutta in quei drammatici anni.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Un gruppo di “comfort women” appena reclutate, credits to pilgrimwithapassport

NB: lo sapevate che è ancora in corso una questione legale (e sociale, prevalentemente) secondo la quale il popolo coreano vorrebbe essere risarcito dal Giappone per i danni subiti?

Con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki terminò l’oppressione dei giapponesi sulla Corea che, piano piano, lasciarono il paese e, il 15 agosto 1945, finalmente la Corea poté ritenersi libera dai colonizzatori: una libertà amarissima, costata milioni di vittime e che lasciò profonde cicatrici, sul popolo coreano, oppresso per più di 30 anni.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Abitanti di Seoul esultano e festeggiano per strada la liberazione dall’occupazione giapponese insieme ai prigionieri del carcere di Seodaemun appena liberati (15 Agosto 1945), credits to fmkorea

Se siete curiosi di sapere come hanno reagito gli artisti moderni e le nuove generazioni a questo triste periodo della storia coreana, passate a dare un’occhiata alla nostra rubrica #Hipstory dove potrete trovare un episodio dedicato interamente al Movimento del primo marzo e all’indipendenza coreana visto tramite gli occhi dell’artista hip-hop Bewhy!

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#Hipstory: in memoria del Sewol Ferry

In questo episodio di #Hipstory vediamo uno degli eventi contemporanei più struggenti che ha contribuito a segnare la storia della Corea e che, sicuramente, non verrà dimenticato.

Il tragico evento che ha portato alla mobilitazione dell’intera popolazione, ma anche del pubblico internazionale, lo vediamo grazie alla canzone “Yellow Ocean”: Il naufragio della nave Sewol avvenuto il 16 aprile 2014, dove 304 passeggeri hanno perso la vita e, la maggior parte di questi, frequentava il liceo Danwon.

Il brano è stato eseguito nell’episodio della seconda stagione di “Tribe of Hip Hop” dalla meravigliosa rapper e cantante Cheetah, insieme all’allora liceale Jang Sung Hwan (oggi conosciuto come rapper Cri De Joie) in occasione delle semifinali dello show.

L’esibizione comincia con le immagini strazianti dei reportage di quegli interminabili giorni di ricerca, in cui genitori, amici, compagni di scuola non facevano altro che sperare di rivedere i propri figli e coetanei tornare sorridenti a (ri)vivere, come sempre, accanto a loro.

Nella potente ed emozionante voce di Cheetah riecheggia l’impotenza che ha caratterizzato le vite di chi, inerme, non poteva far altro che attendere e sperare nelle azioni di salvataggio e ricerca, piangendo ogni singola vita persa a causa di una tragedia che si sarebbe potuta evitare.

밖에 누구 없어요?
벽에다 치는 아우성 얼마나 갑갑했어요?
난 그 때만 생각하면 내 눈물이 앞을 가려

Non c’è nessuno là fuori?
Quanto dev’essere stato soffocante urlare senza essere sentiti?
Solo al pensiero, vengo accecato dalle lacrime

Jang Sung Hwan inizia la sua commovente strofa con una domanda: “Non c’è nessuno là fuori?“, cercando anche soltanto di immaginare quanto possano essersi sentiti soli, abbandonati e privi di speranze quei coetanei che non hanno avuto la possibilità di rincorrere i loro sogni.

바다 보다 더 차가운 그들의 맘
선배여야만 했던 아이들은 여전히 18살 친구로 머물러
수많은 사망자 미수습자 학생뿐 아닌
이들 자랑스러운 영웅들까지도 거기선 편안하길 바래요

La loro anima è più fredda dell’oceano
Chi oggi sarebbe stato più grande di me avrà sempre 18 anni
Agli innumerevoli morti, dispersi, non solo studenti
E agli eroi di cui possiamo essere fieri: spero siate in pace

Il duo, immerso in luci gialle e blu mare, chiede perdono per le vite spezzate, promettendo di non dimenticare e non far mai dimenticare la data 4.16 (16 aprile) e augurandosi che la verità possa finalmente prevalere sulle questioni politiche. La canzone, infatti, durando esattamente 4 minuti e 16 secondi richiama in ogni suo minimo dettaglio la tragedia avvenuta in tale data.

Remember 4.16

Il ritornello della canzone assicura che le persone care, ma anche quelle indirettamente colpite dalla tragedia, non smetteranno mai di piangere le fragili vite perse, almeno fino a che l’oceano non sarà “coperto di nastri gialli”, un emblema che ormai simboleggia la speranza di chi si aggrappa alla remota possibilità che il drammatico accaduto fosse solo un terrificante e terribile incubo.

Yellow ribbons in the Ocean. 진실은 침몰하지 않을 거야
Yellow ribbons in the Ocean. Ocean. Oh, shine
흐르는 세월 속 잊지 않을 세월, 호 우리의 빛 그들의 어둠을 이길 거야
진실은 침몰하지 않을 거야

Fiocchi gialli nell’oceano, la verità non annegherà
Fiocchi gialli nell’oceano, oceano, oh brillate
Sewol, non ti dimenticheremo col passare del tempo, la nostra luce distruggerà l’oscurità
La verità non annegherà

Il dolore delle vittime e il rammarico provato dalle famiglie è sicuramente qualcosa di indescrivibile. Il disastro ha portato alla luce molte domande ed è stato, negli ultimi anni, oggetto di dibattito politico e di scarichi di responsabilità e, per questo, diversi artisti hanno deciso di esprimere il loro cordoglio attraverso le loro opere, sperando di offrire sostegno e pace alle famiglie. Infatti, i proventi ottenuti dalla canzone sono poi stati devoluti in beneficenza, aiutando i parenti delle vittime e i sopravvissuti al disastro.

나의 봄이 아직 시린 이유 떨어지는 꽃잎이 너무나 슬픈 이유
기우는 배 주위에 파도처럼 시간이 흘러가도 잊지마
잊지마

La ragione per cui la mia primavera è ancora così fredda, per cui i petali caduti sono tristi
Anche se il tempo scorre come un’onda che si infrange su una nave in navigazione, non dimenticare
Non dimenticare

In un’intervista pubblicata all’interno della stessa trasmissione, Cheetah rivela che desiderava da tempo realizzare questa canzone, ma stava aspettando l’occasione in cui un gran numero di persone avrebbe potuto recepire il messaggio. Sia la cantante che il giovane rapper sono andati di persona a chiedere il permesso ai genitori dei defunti, che troviamo poi anche tra il pubblico in lacrime. I due hanno poi voluto sottolineare come il loro intento non fosse quello di rendere triste chi ascolta il brano, bensì di continuare a far commemorare l’accaduto nel cuore di tutti, perché questa devastante disgrazia non venga dimenticata col passare del tempo.

E noi, di mondocoreano, a 8 anni dalla tragedia vogliamo stringerci in memoria delle vittime, dei sopravvissuti e delle persone a loro care ricordando e commemorando quelle vite spezzate che avrebbero sicuramente contribuito a rendere il mondo un posto migliore. Riposate in pace.

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16/04/2014: il naufragio del Sewol

Breve introduzione all’argomento

Il 16 Aprile 2014 è una data fondamentale per la storia contemporanea coreana, data passata tristemente alla storia a seguito del naufragio della nave Sewol ed è ricordato come uno dei più grandi naufragi mai avvenuti in Corea e, soprattutto, uno degli eventi più disastrosi accaduti in tempi di pace.

A causa del naufragio perderanno la vita 304 persone, 250 dei quali erano studenti della Danwon High School di Ansan e i 172 sopravvissuti verranno tratti in salvo prevalentemente da pescherecci e navi civili, arrivate sul luogo almeno 40 minuti prima della Korean Coast Guard (해양경찰청, Haeyang-gyeongchal-cheong).

This aerial image shows part of the damaged Sewol ferry between two barges during a salvage operation Thursday.
Immagini aeree delle operazioni di recupero del Sewol avvenute nel 2017 (Credits to AFP/Getty Images)

Ricostruzione dell’evento

naufragio-korea

Il Sewol (세월) era un traghetto costruito in Giappone nel 1994, nel 2012 verrà acquistato dalla Cheonghaejin Marine Company e, a seguito di ciò, subirà delle modifiche rivelatesi poi illegali.

Il traghetto ha iniziato ad essere attivo il 15 Marzo del 2013, compiendo tre viaggi a settimana dal porto di Incheon all’isola di Jeju, tragitto di 425 km e della durata di 13 ore e mezza.

Il Sewol, al momento della partenza, trasportava 443 passeggeri, 33 membri dell’equipaggio e 185 macchine, per un totale di 2,142.7 tonnellate di carico, nonostante il peso massimo consentito fosse pari a 987 tonnellate: il carico che non rientrava in quello consentito non era stato adeguatamente messo in sicurezza e questo squilibrio di peso sarà una tra le tante motivazioni che porteranno all’infausto evento.

La partenza del Sewol avverrà alle ore 09:00 p.m. KST del 15 Aprile 2014 e, per buona parte della navigazione, tutto andrà secondo i piani; tuttavia, a circa tre quarti di viaggio, avverrà qualcosa che darà il via alla concatenazione di eventi che porteranno al naufragio: alle ore 08:27 a.m. KST, mentre il Sewol entra nel canale di Maenggol, l’ufficiale di coperta Park ordinerà al timoniere Cho di correggere la rotta da 135 a 140 gradi.

A questo punto, però, la vicenda inizierà a farsi confusionaria perché verranno presentate due versioni differenti degli avvenimenti che, all’esito delle indagini, permetteranno alla Corte di concludere che i tentativi di Cho hanno portato la nave ad affrontare una svolta di 15 gradi per 40 secondi e che Cho (spaventato dall’eccessiva velocità della nave nella risposta ai comandi quando gli era stato dato l’ordine da Park di cambiare la rotta di 145 gradi) stesse già cercando di svoltare a sinistra quando ha ricevuto le altre indicazioni dall’ufficiale di coperta, portando la prua della nave a girare rapidamente a destra.

Il susseguirsi di brusche manovre porterà buona parte del carico del Sewol a spostarsi su un lato, implicando la perdita di tutta la forza di reazione della nave, permettendo così all’acqua di fluire dentro tramite i portelloni laterali per l’ingresso delle automobili e del carico localizzati nella poppa. Ma dov’era, in tutto questo trambusto, il capitano della nave?

Il Capitano Lee, nel frattempo, si trovava nella sua cabina ma, una volta sentito dell’incidente, si precipiterà sul ponte di comando della nave, raggiunto poco dopo dal resto dell’equipaggio e sarà all’incirca in questo momento che il timoniere Cho spegnerà i motori dell’imbarcazione, lasciando che questa andasse alla deriva.

Mentre il Sewol iniziava ad affondare, i membri dell’equipaggio e il Capitano Lee ordineranno ai passeggeri tramite l’interfono della nave di rimanere fermi perché ogni minimo movimento sarebbe potuto essere pericoloso e, contestualmente, verrà effettuata la prima chiamata al numero nazionale di emergenza da Choi Duk-ha, uno studente della Danwon presente sul traghetto: l’equipaggio procederà con le dovute chiamate d’emergenza al servizio di assistenza al traffico marittimo o VTS soltanto qualche minuto dopo.

Di lì in poi inizierà un “botta e risposta” tra la Guardia Costiera e il Sewol circa lo status dell’imbarcazione, dei passeggeri e le procedure da seguire: alle 08:57 a.m. KST la Guardia costiera invierà il pattugliatore No. 123 sulla scena e lo incaricherà di seguire le procedure della Guardia costiera per il salvataggio dei passeggeri.

Questo passa parola di informazioni proseguirà fino alle 09:38 a.m. KST, quando si interromperanno definitivamente le comunicazioni tra la nave e il VTS: nel frattempo, qualche minuto prima lo stesso servizio di assistenza esorterà il Capitano a prendere una rapida decisione sul da farsi e questi ribadirà, un’ultima volta, l’ordine di rimanere fermi, ordine che condannerà definitivamente a morte buona parte dei passeggeri.

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Alle 09:46 a.m. KST il Capitano Lee e parte del suo equipaggio verrà tratto in salvo, abbandonando la nave e i suoi passeggeri al loro triste destino.

Le successive operazioni di recupero dei corpi delle vittime e dei loro oggetti da restituire a genitori e amici verranno condotte prevalentemente da sommozzatori civili, lasciati da soli nell’esecuzione di queste difficilissime e pericolose operazioni: il 10 Luglio 2014 il governo ordinerà improvvisamente ai sub di interrompere il tutto e di abbandonare il sito.

Cause principali del naufragio

Ma quindi, quali sono le cause di questo terribile incidente?

Per quanto cercare un solo colpevole sia – sostanzialmente – impossibile, siamo in grado, anche grazie alle indagini e ai processi che si sono svolti, di individuare alcune motivazioni che hanno portato a questo esito, innanzitutto possiamo imputare alla pericolosità della zona di mare del canale di Maenggol un primo motivo che avrebbe dovuto comportare una maggiore attenzione nella navigazione.

Purtroppo, però, in questo caso le cause e gli errori umani sono sicuramente quelli che hanno maggiormente influito nella determinazione degli eventi, partendo dalle modifiche inopportune al progetto originale del traghetto e al difetto nel meccanismo di governo del timone (informazione che era stata fatta presente dal Capitano Lee il 1 Aprile di quello stesso anno ma che era stata completamente ignorata dalla compagnia che gestiva la manutenzione della nave).

Un altro errore umano è stato quello commesso dall’ufficiale di coperta Park e dal timoniere Cho, dovuto all’improvvisa e irragionevole virata a tribordo tra le 08:48 e le 08:49 che ha causato lo scivolamento del carico a babordo (= sinistra) e a ciò si deve aggiungere la totale inesperienza e inadeguatezza dell’equipaggio nelle situazioni emergenziali: un’indagine sulla contabilità della Chonghaejin ha rivelato, poi, che l’azienda avesse speso appena 521 dollari per l’addestramento dell’equipaggio, comprese le esercitazioni per le evacuazioni.

I ritardi nelle operazioni di salvataggio rientrano sicuramente tra le concause di questa tragedia, infatti è stato notato come una maggiore repentinità nell’attivazione delle operazioni avrebbe sicuramente portato in salvo molte più persone rispetto ai numeri effettivi ma in questo caso si inserisce un’altra componente, cioè quella dell’insensatezza dell’ordine di rimanere a bordo da parte del Capitano Lee, ordine che è stato eseguito ad occhi chiusi dai passeggeri: da questa dinamica è stato, poi, tratto un articolo di critica sociale da parte del giornale Korea Times dal titolo Culture can’t explain it all, nel quale si affronta il ruolo della cultura e della rigida educazione coreana.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo il comportamento del Capitano, il quale ha impiegato ben 40 minuti prima di rendersi conto dell’irrecuperabilità della situazione e non si è prodigato immediatamente per l’attivazione dei protocolli di salvataggio: a ciò va aggiunto, soprattutto, la sua decisione di mettersi in salvo prima di essersi assicurato del benessere dei propri passeggeri, violando quella che è una legge non scritta del mare, cioè “Il comandante affonda con la nave“.

Tra i vari responsabili, certamente non si può escludere la Guardia costiera, sospettata di aver deliberatamente ignorato il proprio manuale interno nello svolgimento delle operazioni di soccorso, infatti, secondo il Manuale di soccorso marittimo la polizia marittima è tenuta a designare un Coordinatore per supervisionare le operazioni: effettivamente, la Guardia costiera di Mokpo aveva sì inviato il vascello No. 123 ma senza dargli grandi spiegazioni sulla situazione, infatti questi non soltanto aveva una scarsissima conoscenza delle coordinate reali della nave, del numero dei passeggeri e – soprattutto – del nome del traghetto, ma anche non era a conoscenza delle comunicazioni avvenute tra il Sewol e il VTS di Jindo, così come non aveva ricevuto alcuna informazione dall’elicottero che era arrivato sulla scena dell’incidente 10 minuti prima.

Il vascello No. 123 è arrivato sulla scena totalmente impreparato, trovandosi davanti la nave già inclinata di 45 gradi, rendendo impossibili i tentativi di evacuazione con i mezzi che aveva a bordo e, inoltre, secondo il Manuale di soccorso, i sommozzatori sarebbero dovuti intervenire immediatamente appena giunti sul posto ma ciò non è avvenuto, anzi soltanto due sommozzatori hanno tentato di entrare nel traghetto verso le 11:24 a.m. KST, quando già il Sewol era capovolto e quasi totalmente affondato, rendendo vani i loro tentativi.

Proprio a causa dell’inadeguatezza della Guardia costiera coreana, l’ex Presidentessa Park Geun-hye dismetterà l’organismo in risposta alla fortissima pressione sociale e verrà ristabilito soltanto nel 2017 dal Presidente Moon Jae-in.

Il caso mediatico e il caos politico

La prima cosa che è apparsa agli occhi di tutti è stato il fallimento epocale della leadership e dell’apparato statale nella gestione della tragedia, pensiamo semplicemente al fatto che Park Geun-hye non è apparsa in pubblico per circa sette ore dopo l’avvenuto naufragio, rimanendo chiusa nella sua stanza da letto: il governo coreano verrà aspramente criticato in quei concitati giorni, non soltanto accusato di aver ritardato troppo i soccorsi, ma anche per le notizie imprecise – e talvolta false – date dalle fonti governative, tanto che il 27 Aprile 2014 il Primo Ministro Chung Hong-won darà le sue dimissioni dopo essersi scusato con la popolazione.

Park Gyun-hye si scuserà per essere stata incapace di gestire la situazione soltanto 13 giorni dopo l’evento, il 29 Aprile 2014, e visiterà la scuola di Ansan dalla quale provenivano gli studenti, promettendo alle testate giornalistiche e ai cittadini di avere l’intenzione di riformare il paese affinché un evento del genere non si verificasse più: tuttavia, questo sarà soltanto l’ennesimo tentativo del governo di proteggere maggiormente la propria reputazione che la verità.

Il 16 Novembre 2016 verrà pubblicato un report sulla tragedia del Sewol compilato dal Servizio nazionale di intelligence coreano diretto alla Presidentessa Park, nel quale ci si riferiva al naufragio come ad un “banale incidente di un traghetto” (그저 하나의 여객선 사고) e si affermava di dover “controllare le proteste in merito al naufragio” (여객선 사고를 빌미로 한 투쟁을 제어해야 한다): nel report non si fa alcun riferimento né alle indagini, né al recupero del relitto né al supporto verso le famiglie delle vittime ma, anzi, si incita al controllo delle proteste da parte dell’opposizione, suggerendo di manipolare l’opinione pubblica tramite manifestazioni organizzate dal governo stesso.

Il naufragio del Sewol contribuirà fortemente al crollo dell’amministrazione Park, infatti mentre aumentavano le critiche nei suoi confronti, l’amministrazione istituiva una commissione per monitorare e perseguire i detrattori: nel 2016 questo piano uscirà definitivamente allo scoperto e causerà lo scoppio di uno scandalo per corruzione che porterà all’avvio del procedimento di impeachment nei confronti di Park Geun-hye.

Dopo l’elezione di Moon Jae-in, verranno rivelati dei documenti che l’ex Presidentessa aveva creato contenenti una lista nera segreta di artisti cui era vietato ricevere ogni sorta di riconoscimento governativo o sponsorizzazione e, successivamente, si scoprirà che l’obiettivo iniziale di questa lista era proprio quello di censurare coloro che avevano commemorato le vittime del Sewol tramite la loro arte.

Gli indagati e il processo

Come in tutte le storie, anche in questo caso dobbiamo identificare i “cattivi”, o meglio, dobbiamo capire chi sono i responsabili e, in effetti, sin dal primo momento l’attenzione è ricaduta, giustamente, su alcuni soggetti specifici. Cioè?

  • Il Capitano della nave e 14 membri dell’equipaggio;
  • Il Governo (nella figura di Park Geun-hye e della Guardia costiera);
  • Il proprietario della Chonghaejin Marine, Yoo Byung-eun;

Cosa c’entra il proprietario della compagnia?

Dalle indagini è emerso che questi non fosse un soggetto particolarmente raccomandabile, anzi tutt’altro, infatti, era noto come il “milionario senza faccia” a causa delle sue rare apparizioni in pubblico: ex fotografo e membro del culto religioso chiamato Odaeyang (il che lo aveva reso sospetto nel caso del suicidio-omicidio di massa del 1987, in cui più di 30 persone del suo gruppo furono trovate morte, legate e imbavagliate in una fabbrica a sud di Seoul, senza però che gli investigatori trovassero alcuna prova del suo coinvolgimento), nei primi anni ’90 passerà quattro anni in prigione per il reato di frode.

Illustrato, quindi, il quadro sulla sua persona ma senza voler scadere nel “giudicare un libro dalla sua copertina”, non appare affatto strano che dietro il disastro del Sewol vi sia anche il suo zampino e, non a caso, non appena verrà rilasciato un mandato d’arresto nei suoi confronti, questi si darà alla macchia: per la sua ricerca verranno impiegati 9000 poliziotti, tuttavia, nel giugno del 2014 verrà trovato un cadavere a 415km a sud di Seoul corrispondente a quello dell’imprenditore (identificato per mezzo del suo DNA) ma le cause della morte rimarranno ignote. Che, quindi, sapesse più del previsto e che, quindi, la verità fosse ancora più sconvolgente di quanto fosse già emerso?

Ad ogni modo, i principali sospettati sono 11 membri dell’equipaggio, accusati di negligenza professionale e di altri reati minori circa la sicurezza della nave, e 4 membri dell’equipaggio (il Capitano Lee, il Primo Ufficiale Kang, l’ufficiale in seconda Kim e il capo ingegnere Park), accusati di omicidio per grave negligenza, la cui pena nell’ordinamento giuridico coreano può anche corrispondere alla pena di morte.

Il processo per il disastro del Sewol inizierà qualche mese dopo e fondamentali saranno le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla tragedia e dei sommozzatori civili, specie per la ricostruzione degli eventi e per ridisegnare meglio i profili di responsabilità in capo all’equipaggio a bordo e alle autorità: ciò che, purtroppo, emergerà dalle loro testimonianze sarà l’ingiustificato ritardo nelle operazioni e i vaghi e insensati tentativi di camuffare la verità.

I want to question the high-ranking officials. I remember everything with acute pain. I cannot forget. But how come you, the élite of the society, claim that you don’t know and you don’t remember?
Kim Gwan-hong, civilian diver – First hearings for the Sewol ferry disaster 14-16/12/2015

Voglio fare una domanda alle persone importanti qui presenti [letteralmente “ai funzionari di alto rango]. Io ricordo tutto con estremo dolore. Non posso dimenticare [quello che ho visto]. Come fate voi, élite della società, ad affermare di non sapere e di non ricordare [di quel giorno]?
Kim Gwan-hong, sommozzatore civile – Prima udienza per il caso Sewol 14-16/12/2015

Durante una delle udienze, il pubblico ministero chiederà la pena di morte per il Capitano Lee, sostenendo fortemente la sua totale responsabilità nel non aver adempiuto ai suoi obblighi da capitano, mentre l’11 Novembre 2014 il Tribunale del distretto di Gwangju affermerà che questi fosse sì, colpevole di negligenza, ma che questa non fosse sostenuta dall’obiettivo di uccidere, condannandolo a 36 anni di carcere: nei vari appelli, poi, la sentenza è stata ulteriormente aumentata passando da 36 anni al carcere a vita, tuttavia questa sentenza non sarà affatto ben accetta dai cittadini, che sosterranno vivamente che la Corte abbia “anteposto la vita del Capitano a quelle dei loro figli“.

Anche gli altri imputati subiranno una condanna al carcere, seppur con qualche sconto di pena.

The “Yellow ribbon campaign”

Credits to Korea.net

The parents have been desperate to know the truth. But why are they trying so hard to hide it? I need to know the truth, and I want them to apologise sincerely.
Jeong Bu-ja, mother of late Shin Ho-seong

I genitori sono disperati di sapere la verità. Perché [loro, le autorità] stanno cercando così tanto di nasconderla? Ho bisogno di sapere la verità e voglio che si scusino sinceramente.
Jeong Bu-ja, madre del defunto Shin Ho-seong

Tra le cose che più lasciano di stucco davanti tragedie di questo calibro è l’utilizzo del cellulari, diventati involontariamente testimoni e strumento per raccontare l’agonia e la disperazione dei passeggeri del Sewol e proprio i video e i messaggi inviati dalle vittime ai propri cari sono stati ulteriore benzina per la già ustionante e divampante rabbia dei parenti delle vittime, assetati come non mai di giustizia e di verità: è proprio in quest’occasione che è nata la “Yellow ribbon campaign“. Cos’è?

Il fiocco giallo è, da sempre, usato come simbolo di speranza, così quando il Sewol è naufragato e divenne chiaro che le vittime non avrebbero fatto ritorno e i cittadini presero a interrogarsi circa le responsabilità del governo, i fiocchi assunsero il significato di resistenza civile e di democratizzazione.

Un gruppo di studenti universitari, noto come “Active Autonomous Alter Life Together” (ALT), durante i giorni successivi alla tragedia posterà online il progetto di un disegno che rappresentava un fiocco delineato in nero su uno sfondo giallo accompagnato dalla didascalia “Che possa un piccolo movimento generare un grande miracolo” e incoraggeranno tanti altri a partecipare alla campagna in sostegno delle vittime del Sewol: i fiocchi gialli riceveranno subito una grande risonanza, diventando un simbolo anti-governativo e delle proteste che scoppieranno di lì a poco.

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Credits to Korea Times

Durante una di queste proteste, i manifestanti marceranno verso il quartier generale della Korean Broadcasting System (KBS) per criticare la loro collaborazione alla rappresentazione distorta (e filo governativa) della tragedia, da lì la protesta si sposterà verso la Blue House, dove vive il presidente, chiedendo maggiore neutralità da parte del governo e delle commissioni istituite ad hoc per il caso Sewol: questa protesta alla Blue House durerà per ben 76 giorni, a seguito dei quali i manifestanti si sposteranno verso Gwanghwamun Square, luogo dal grande valore artistico e storico per i coreani.

Si può avere paura di un simbolo?

In questo caso sì, perché presto i fiocchi gialli verranno targhettizzati dal Governo come simboli di protesta e di ribellione e non come simboli di lutto e memoria e ne verrà vietato l’uso o l’esposizione nelle scuole.

La risposta del K-pop

Il mondo dell’arte, specie del K-pop, non rimarrà silente davanti questa tragedia e, a dimostrazione del fatto che arte e realtà camminano da sempre – e per sempre – fianco a fianco, negli anni saranno tanti i gruppi che si esporranno in favore della verità per le vittime del Sewol e, velatamente, contro l’operato del governo. Proviamo a fare qualche esempio:

I BTS, nel febbraio 2017 (circa un mese prima il recupero del relitto del Sewol), pubblicheranno il brano Spring day (봄날) il cui messaggio, già profondo di per sé, richiama la nostalgia nei confronti di qualcuno caro che magari non è più con noi, tuttavia ha un significato nascosto e che, in qualche modo, si può collegare alla vicenda del Sewol: infatti, molti ARMY hanno notato le numerosissime – e forse non poi così casuali – somiglianze con il naufragio del Sewol. Ad esempio?

Come illustra magnificamente il canale Youtube “Italian Army” nel video in sovraimpressione, già solo guardando la copertina dell’album cui fa parte la canzone – WINGS: You Never Walk Alone – è possibile notare la presenza di quattro fiocchi gialli su uno sfondo nero, così come sono molti i riferimenti sparsi qui e lì nel video, a partire dalla scena d’apertura che ritrae V che cammina su delle rotaie vuote, attendendo un treno che non arriverà mai (come il Sewol e i suoi passeggeri), la scena della lavanderia e degli oblò delle lavatrici che richiamano molto quelli di una nave ma anche la scena della giostra arrugginita alla quale sono attaccati tanti nastri gialli.

추운 겨울 끝을 지나
다시 봄날이 올 때까지
꽃 피울 때까지
그곳에 좀 더 머물러줘
머물러줘

Past the end of this cold winter
Until the spring comes again
Until the flowers bloom again
Stay there a little longer
Stay there

Non soltanto i BTS ma anche il gruppo femminile The Ark ha avuto modo di esprimere la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, infatti nel video della canzone The light viene rappresentato un amorevole rapporto madre/figlia, nel quale la madre viene vista lavorare e farsi in quattro per consentire alla figlia di vivere un’esistenza dignitosa, tuttavia quando questa si lamenta di voler comprare uno zaino nuovo, la madre glielo negherà: qualche giorno dopo, la figlia andrà in gita con la scuola, gita dalla quale non farà ritorno perché il bus sul quale viaggiava avrà un incidente, portando con sé tutti i passeggeri.

I know always got my back back,
And you know I always got you right back,
No matter what anyone says to me, now I’ll always be by your side.

Io so che mi hai sempre coperto le spalle,
E tu sai che io ti ho sempre con me,
Non importa quello che mi dicono gli altri, io sarò sempre al tuo fianco.

Anche le Red Velvet parteciperanno a questo movimento di massa, infatti nel 2016 pubblicheranno il brano One of these nights (7월 7일) il cui video reca molti riferimenti all’acqua, ai lunghi corridoi delle navi e persino, ad un certo punto, abbiamo modo di vedere una dei membri del gruppo giacere su di una piccola imbarcazione che, con il passare del tempo, va via via sprofondando: anche in questo caso, come in Spring day, troviamo come tema comune la nostalgia e la perdita di qualcuno a noi caro e il disperato bisogno di rivederlo.

Oh, I can’t forget easily
Even if I turn the calendar, I’m still in the same place

Oh, non posso dimenticare facilmente
Anche se giro [i fogli] del calendario, rimango sempre nello stesso posto

Infine bisogna citare Shin Yong Jae, membro dei 4MEN, il quale pubblicherà la canzone You who my love: la particolarità di questo brano sta nel fatto che è stato scritto da uno studente vittima del naufragio, grande fan del cantante, ed è stata inviata dai genitori dello studente perché questi la finisse e la pubblicasse.

Ulteriore materiale per conoscere meglio l’argomento

Nel caso in cui foste particolarmente interessati alla vicenda, vi consigliamo la visione dei seguenti prodotti:

Documentario sul naufragio del Sewol:

The truth shall not sink with Sewol” (= la verità non deve affondare con il Sewol), uno slogan che ne richiama un altro già noto a noi italiani, “Don’t clean up the blood“, diventato tristemente famoso dopo le vicende del G8 di Genova, slogan che invita a non dimenticare gli eventi e non lasciare che lo scorrere del tempo e lo svanire dei ricordi permetta alla mala politica e amministrazione di passarla liscia.

Intervista di Korea Now ad una sopravvissuta:

Ricostruzione della vicenda da parte del giornale “The New Yorker”:

“When we left the scene, there were small birds in the rain and wind. Those tiny birds… were flying around… in the storm. The birds were so tiny and beautiful. And their call so touching… But it sounded like the students’ wailing, asking me not to leave them behind.
Kim Gwan-hong (1973-2016), civilian diver

Quando abbiamo lasciato il sito, c’erano dei piccoli uccellini [che volavano] tra la pioggia e il vento. Quei piccoli uccelli… volavano… nella tempesta. Erano così piccoli e belli. E il loro canto era così emozionante… Ma quel canto suonava come i lamenti degli studenti che mi chiedevano di non lasciarli indietro [e di non abbandonarli].
Kim Gwan-hong (1973-2016), sommozzatore civile

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FKFF: la nostra esperienza

Questo weekend, come avete ben potuto vedere e seguire dalle storie Instagram, siamo state a Firenze per il Florence Korea Film Fest. Che cos’è?

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Il Florence Korea Film Fest è un festival del cinema coreano organizzato nella città di Firenze dal 2003 dall’Associazione culturale Taegukgi, ideato con lo scopo di promuovere la cultura cinematografica e artistica coreana in Italia, non solo tramite la proiezione di film, documentari e cortometraggi ma anche tramite incontri con gli autori stessi.

Inoltre, dal 2007, il FKFF si prodiga per l’esportazione del cinema italiano in Corea del sud, collaborando con il JIFF – Jeonju International Film Festival e il BIFF – Busan International Film Festival: proprio in ragione di ciò, in sala era presente tra gli ospiti d’onore il direttore del BIFF!

Come redazione, appena abbiamo saputo di questo evento, ci siamo mobilitate sin dall’inizio affinché potessimo partecipare, richiamate da questo filo conduttore tra l’Italia e la Corea, che è un po’ il nostro stesso leitmotiv e obiettivo.

Ospite d’eccezione, tra i tanti grandissimi attori e registi presenti nelle varie giornate, c’era Lee Jung Jae, ormai sulla bocca di tutti e su tutte le copertine e red carpet a seguito del successo planetario della serie Squid Game: un attore e persona disponibile, molto sorridente e aperto al dialogo con il quale abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere durante la permanenza al Festival!

Lee Jung Jae è stato presente in sala in due diverse occasioni, la prima venerdì sera a seguito della proiezione del film che lo vede nel ruolo di co-protagonista, Deliver us from evil, a seguito del quale ha risposto ad alcune domande del pubblico, e la seconda volta alla masterclass di sabato mattina, durante la quale ha dispensato consigli, opinioni e ha risposto a tantissime domande, dimostrandosi molto umile e alla mano.

Deliver us from evil – 다만 악에서 구하소서

Deliver us from evil è un film d’azione del 2020 diretto dal regista Hong Won-Chan: il film è ambientato in Thailandia e narra le vicende di un ex agente segreto, diventato un mercenario, il quale partirà alla ricerca disperata di una persona a lui cara che è stata rapita, purtroppo, però, questo rapimento si intreccerà con il cammino di un efferato e violento criminale con il quale il protagonista ha un conto in sospeso.

Il nostro Lee Jung Jae riveste il ruolo dell’antagonista – un cattivo cattivissimo – che darà non poco filo da torcere al protagonista, interpretato da Hwang Jung-min: se vi aspettate di trovare il genuino Gi-Hun di Squid Game vi sbagliate di grosso, perché in questo lungometraggio vedrete il “lato oscuro” di Lee Jung Jae, infatti darà caratterizzazione ad un personaggio spietato, determinato a raggiungere i propri obiettivi criminali.

Il film sicuramente non è adatto ai deboli di cuore e ai soggetti facilmente impressionabili, c’è tanto sangue e tanta violenza, ma se vi piace il genere e volete vedere un po’ di azione a regola d’arte, è il film che fa per voi.

Masterclass con Lee Jung Jae

Sabato mattina, invece, alla presenza di una platea gremita – e probabilmente sold-out – si è tenuta la Masterclass che vedeva come ospiti Lee Jung Jae e il regista di Squid Game, Hwang Dong-hyuk, un’occasione per ripercorrere le carriere dei due artisti, per scoprire i segreti nascosti dietro il loro successo e avere un momento di confronto e unione: seppure il regista non abbia potuto partecipare e abbia dovuto lasciare il Festival prima del previsto, l’intento di questo incontro è comunque riuscito, dando luogo ad una splendida chiacchierata “tra amici“, dal tenore sereno e piacevole.

L’intera masterclass è stata concentrata sulla fama internazionale dell’attore, fama che non nasce con Squid Game ma molti anni addietro, infatti già dagli anni ’90 Lee Jung Jae è diventato tra i maggiori e più famosi artisti dell’industria cinematografica e televisiva coreana, grazie anche ad opere d’arte della televisione come The young man e Sandglass, serie tv che l’hanno consacrato sull’altare dei big dello schermo, ma anche e soprattutto il film City of the rising sun (태양은 없다) del 1998.

Tra le questioni più interessanti trattate durante l’incontro c’è sicuramente l’attenzione dell’industria cinematografica e televisiva coreana nei confronti delle differenze sociali e della narrazione di queste ultime, infatti non è raro vedere nei K-drama e K-movies scorci di vita quotidiana dei coreani di tutte le classi sociali, raccontate in modo onesto, crudo e imparziale: questa è una scelta che, ai nostri occhi, appare quasi curiosa, in quanto molto lontana dal nostro modo di raccontare, per esempio, le periferie – spesso eccessivamente romanzate o criticate aspramente senza troppe possibilità di trovare un compromesso – .

La scelta delle differenze sociali, a dire di Lee Jung Jae, non è affatto una scelta casuale ma, tutt’al più, è un modo per esorcizzare la paura, uno spunto di riflessione per rendersi conto che quelle sfortune, quei crolli, quelle crisi possono accadere a chiunque, in qualunque momento e proprio per questo motivo, come società, dobbiamo impegnarci tutti affinché si possa costruire un mondo più a portata di tutti, cercando di ridurre al minimo queste possibilità di esclusione sociale, di ghettizzazione e di allontanamento dalla “vita normale”: in quest’ottica può essere rivisto anche lo stesso Squid Game, infatti, non deve essere inteso come un gioco al massacro fine a se stesso quanto piuttosto deve essere analizzato come la più lampante manifestazione del bisogno reciproco che abbiamo tutti della presenza e dell’aiuto altrui.

“Proviamo a pensare di più al prossimo come leitmotiv di Squid Game.”

Lee Jung Jae

Strettamente collegata alla questione delle differenze sociali troviamo anche la narrazione della violenza, talvolta portata all’estremo nei K-drama, e anche in questo caso deve essere vista da una prospettiva differente, perché, sempre secondo l’attore, la violenza narrata non è mai fine a se stessa, non è “violenza per la violenza“, bensì è un modo per realizzare l’esistenza di un problema, primo passo per comprenderlo e capire come risolverlo: quindi, anche qui, occorre un’analisi sociale molto più profonda che non può fermarsi alla banale violenza fisica mostrata sullo schermo ma che presuppone un’attenzione particolare alla pressione sociale dei genitori, della società, dei social media nei confronti di ogni individuo.

All’attore è stato, poi, chiesto come costruisse i suoi personaggi, quale fosse lo studio affrontato per poter creare nei minimi dettagli la psicologia dei soggetti che interpreta, cosa li rende così speciali e diversi e unici gli uni dagli altri. Sapete il suo segreto?

Osservare le persone comuni, andare in giro per la città ma, soprattutto, tanto allenamento fisico! Perché? Perché “faticare e sudare fa avere nuove idee”!

Al termine della Masterclass, l’attore si è reso disponibile per fare una breve sessione di autografi, confermando il suo animo gentile e disponibile ma anche il suo amore per i fan italiani.

A song for my dear – 그대어이가리

E se due giorni non erano sufficienti, domenica non abbiamo potuto proprio farne a meno e siamo tornate nuovamente al cinema per un’altra proiezione: questa volta, però, abbiamo visto un film drammatico. Di quale parliamo?

Abbiamo assistito alla proiezione di A song for my dear, film indipendente del 2021 diretto dal regista Lee Chang-Yeoul, che narra la triste vicenda di una coppia sposata da tanti anni e che vive la propria esistenza con i soliti alti e bassi, fin quando un fulmine non piomba sulle loro teste, perché alla moglie viene diagnosticata una grave forma di Alzheimer e al marito toccherà prendersi cura di lei, fin quando gli sarà possibile, assistendo al lento e doloroso degenero della malattia e delle condizioni dell’amore della sua vita.

Si tratta di un film molto profondo ed emozionante, l’intera sala era in lacrime e non mancano di certo gli spunti di riflessione.

A rendere il tutto ancora più emozionante è stata la presenza degli attori e del regista in sala durante la proiezione, i quali hanno ringraziato il pubblico per aver assistito al loro lavoro e hanno esternato il loro amore per l’Italia e per il Florence Korea Film Fest.

Opinioni complessive sul Festival

Che peccato averne scoperto l’esistenza solo quest’anno!

Un’esperienza unica nel suo genere, è stato entusiasmante vedere così tanti appassionati alla Corea del Sud, italiani e non: è un festival ben organizzato, con una programmazione interessante, fresca e colma di occasioni per poter scoprire nuovi attori, registi e pellicole magari meno note al vasto pubblico.

Vedere che, finalmente, l’Italia sta iniziando ad aprirsi alla Corea del Sud, stringendo rapporti sempre più stretti, è un piacere per chi ama entrambi i paesi e spera in una maggiore vicinanza e connessione tra le due nazioni: che l’arte diventi il ponte che unisce Occidente e Oriente?

Nel dubbio, noi sappiamo già che il prossimo anno saremo nuovamente in prima fila! Verrete con noi?

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#Hipstory: Il massacro di Kwangju

Nel terzo episodio di #Hipstory vediamo insieme una pagina molto importante della Corea contemporanea grazie ad una canzone composta e prodotta da Suga dei BTS nel 2010 quando, membro della crew hiphop D-Town, aveva il soprannome di Gloss. Il brano è però cantato da Nakshun, leader della crew.

Il titolo simbolico rimanda con la memoria direttamente a quel giorno fatidico: 518 sta infatti ad indicare il giorno 18 maggio (05.18), ovvero la data che segnò l’inizio di ciò che ricordiamo come il Massacro di Kwangju, mentre 062 rappresenta il numero identificativo dell’area di Kwangju.

탁한 바람 가득 한 땅 위에 내린 새싹
5-1-8 어둡던 지난날의 밤
이 지나 탄생한
새 역사를 위해서
손을 들어 hands up (x2)

Un germoglio piovuto su un florido terreno sfiorato dal vento torbido
5-1-8, la notte di quell’oscuro giorno passato
per questa nuova storia che
è nata grazie al passato
alzate le mani, mani in alto (x2)

Era la primavera del 1980 quando a Kwangju, città metropolitana a Sud Ovest della Corea del Sud, centinaia di studenti scesero in piazza per protestare contro la legge marziale istituita dal generale Choon Doo Hwan.

La strada per la presa di potere del generale Choon Doo Hwan fu spianata nel decennio precedente dal Presidente Park Chung Hee (padre dell’ex presidentessa della Corea del Sud, Park Geun-Hye) il quale, nel corso dei suoi mandati, sciolse il Parlamento ed impose una Costituzione che conferiva poteri quasi dittatoriali al Presidente. Inoltre, questo nuovo ordinamento giuridico, che prese il nome di Costituzione Yusin (1972), estendeva il mandato del Presidente a 6 anni senza limiti di rielezione quando, in precedenza, erano tassativamente 2 (anche se Park Chung Hee fu talmente abile da farsi eleggere per ben tre volte – 1963 – 1967 – 1971 – grazie al sostegno dei servizi segreti coreani, KCIA).

Dopo l’assassinio del Presidente Park Chung Hee con l’accusa di corruzione proprio da parte del direttore della KCIA (1979), fu il militare Choi Kyu Ha a prendere il suo posto ma, a causa dei suoi discreti segnali di apertura, Choi Kyu Ha fu spiazzato nel giro di pochi mesi dal colpo di stato del generale Choon Doo Hwan che, alla fine dell’anno, era già al potere dell’intera Corea del Sud.

L’inizio della resa dei conti: studenti contro militari

Il 17 maggio 1980 il nuovo Presidente, col proposito ufficiale di combattere il “nemico comunista”, estese la legge marziale, fino a quel momento in vigore solo nella città di Busan, a tutta la penisola.

Bastò un solo giorno per radunare circa 200 universitari davanti alla Chonnam National University di Kwangju per protestare contro la chiusura del loro ateneo, riscontrando un consistente appoggio dal resto della popolazione. I manifestanti si imbatterono però in una trentina di soldati incaricati di tenerli fuori dal campus i quali, per portare a termine il lavoro assegnatogli, cominciarono a colpire gli studenti a bastonate. Gli universitari risposero quindi con lanci di pietre, decidendo infine di marciare verso il centro della città e trovando sempre più sostenitori lungo il loro cammino. In poche ore, circa 700 poliziotti si trovarono a fronteggiare più di 2.000 manifestanti. Noncuranti, i militari insorsero sulla folla, picchiando studenti e passanti e così, quel giorno, ci fu la prima vittima: Kim Gyeong-cheol un sordo di soli 29 anni il quale ebbe la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Nei giorni seguenti, sempre più residenti di Kwangju, dagli imprenditori alle casalinghe, dagli avvocati agli autisti di taxi, presero parte a questa marcia per la difesa della gioventù di Kwangju, raggiungendo la soglia dei 10.000 manifestanti: l’esercito fu quindi costretto a mandare altri 3.000 soldati che, spietatamente, si scagliarono contro gli innocenti bastonandoli, pugnalandoli, mutilandoli con baionette, lanciando gas lacrimogeni in mezzo alla folla per poi sparare indiscriminatamente.

L’apice della violenza si raggiunse il giorno 21 maggio, quando gli studenti presero d’assalto stazione di polizia e armeria, rubando fucili, carabine e persino due mitragliatrici, una delle quali venne poi incorniciata sul tetto dell’università di medicina: grazie a questo evento, i cittadini furono in grado di presiedere Kwangju per ben cinque giorni, dato il ritiro delle truppe.

Il 27 maggio però, nel cuore della notte, cinque divisioni furono di ritorno a Kwangju, più agguerrite che mai: il tentativo dei cittadini di combatterli sia con la forza, sia stendendosi a terra per bloccarli, non diede i risultati sperati e dopo solo un’ora e mezza di scontri spietati, l’esercito riprese il controllo della città.

Le dichiarazioni ufficiali segnalarono la morte di circa 200 persone, ma il censimento della popolazione rivela che più di 2.000 cittadini residenti a Kwangju sparirono durante quel breve ma intenso periodo.

이 거친 느낌의 곡에 끄덕거리는 고갠
062 이 곳 에 권리는 위한 고생
담을 역사에 기록해놔 , 그들의 의지로
새겨진 인권제도를 느낄 수 있는 것
그 무엇이, 그들을 움직이는 팔 다리가 되어
배여 진 몸에 상철 태극기로 채워
그대여 나또한 당신의 의지를 불태워
형제여 상처 난 한국살 끊임없이 외워

Le teste che annuiscono su questa canzone riguardo un sentimento passato
In questo luogo, 062, avvenne la sofferenza per i diritti umani
Grazie alla loro determinazione hanno lasciato impresso nella storia il loro coraggio
In modo da far comprendere la costituzione così profondamente impressa
Quel qualcosa è diventato il movimento delle loro braccia e gambe
Colma il tuo corpo con la bandiera nazionale
Ravviverò la tua determinazione
Fratelli, le vostre ferite rimarranno per sempre nella nostra memoria

Una voce più forte della censura

A causa della censura operante in quel periodo, quasi tutto il resto della penisola era all’oscuro di ciò che stava succedendo nella città di Kwangju. Tuttavia, diversi giovani, tra cui alcuni studenti, intrapresero azioni drastiche per cercare di portare alla luce la verità sull’accaduto.

A Seoul, lo studente universitario Kim Uigi di soli 21 anni preparò dei volantini su Kwangju prima di gettarsi dal sesto piano di un edificio; poco dopo, Kim Jongtae si diede fuoco subito dopo aver gridato lo slogan del movimento democratico che chiedeva verità. Sacrifici di questo genere non facevano che continuare mentre il governo si ostinava a negare qualsiasi tipo di evento rivoltoso legato alla città di Kwangju: nel primo anniversario del 18 maggio, gli studenti si riunirono in una protesta silenziosa alla Seoul National University. Kim Taehun, di Kwangju, come Kim Uigi si lanciò dal quarto piano di un edificio invocando lo slogan delle proteste.

Nonostante i sacrifici, il governo militarista continuò imperterrito a negare la realtà dei fatti e a mettere a tacere i media coreani e, se non fosse stato per gli sforzi dei giornalisti stranieri, è probabile che gran parte del mondo sarebbe tuttora all’oscuro delle atrocità perpetrate a Kwangju. In particolare, un giornalista tedesco, Jürgen Hinzpeter, fu uno dei pochi in grado di provare cosa accadde realmente a Kwangju: quando, terminato il suo incarico a Tokyo, arrivò a Seoul decise di prendere un taxi per Kwangju dove, però, i militari avevano bloccato le strade. L’intraprendente tassista, chiamato Kim Sabok (probabile nome di fantasia), non si diede per vinto e riuscì ad aggirare le barriere militari accompagnando Hintzpeter fino a Kwangju in totale sicurezza. Hinzpeter fu così in grado di documentare parte degli eventi di Kwangju e, in seguito, riuscì a contrabbandare il filmato fuori dalla Corea e lo pubblicò, dando la possibilità al mondo di conoscere finalmente ciò che stava accadendo nella città coreana.

Per queste gesta eroiche, Hintzpeter fu in seguito nominato cittadino onorario di Kwangju gli venne reso un omaggio speciale nei memoriali più recenti.

Si è mai avuta giustizia?

Nonostante le prove concrete riportate nel corso degli anni, nell’aprile 2017 l’ex presidente Chun Doo-hwan, che ha guidato il governo dal 1980 al 1988, ha pubblicato le sue memorie, dove ha esplicitamente negato l’affermazione fatta dal defunto prete attivista, Cho Chul-hyun, il quale aveva testimoniato di aver assistito a sparatorie militari contro i cittadini dagli elicotteri durante la rivolta pro-democrazia di Gwangju nel maggio del 1980. Chun ha insistito nell’affermare che le parole di Cho fossero calunnie, chiamando il defunto prete “Satana con una maschera”.

Tre anni dopo, il 17 maggio 2020, in seguito ad una marcia di protesta partita da Yeouido per arrivare fino a casa di Chun, dove i manifestanti pretendevano delle scuse sincere nei confronti di vittime e familiari, l’ex presidente ha nuovamente negato il suo coinvolgimento nella strage, sostenendo di non doversi scusare per qualcosa che non ha commesso.

Fortunatamente, nonostante le continue smentite, il 22 maggio del 2011 Unesco ha riconosciuto questo tragico evento come Patrimonio Mondiale dei Ricordi e nel 2015 è stato aperto un sito web degli Archivi del 18 maggio dove vengono riportati video, storie ed immagini per non dimenticare.

La rivolta di Kwangju rimane senza dubbio una parte estremamente essenziale della storia coreana e non dovrebbe mai essere scordata. È importante ricordare ogni singolo caduto che si è immolato al fine di ottenere la democrazia di cui gode oggi la penisola, così da non permettere alla storia di ripetersi.  

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Lezioni di storia coreana: i cavalieri Hwarang

Tutti noi conosciamo la parola “Hwarang”, grazie al drama coreano dal titolo omonimo, che vede protagonisti una serie di ragazzi “bellocci”, di alta estrazione sociale, abili nello sport e nelle arti marziali. Ma chi sono esattamente questi cavalieri?

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Contesto storico

La forza militare dei Hwarang nasce in un periodo di grandi conflitti all’interno della Corea e, storicamente, questo periodo viene definito “Periodo dei 3 regni” (57 a.C.- 668 d.C.), in riferimento ai tre grandi popoli (Silla, Paekche e Koguryo) in costante guerra tra di loro per il dominio assoluto del Paese.

Intorno ai primi decenni del 500 d.C., dopo anni di lotta estenuante, il re Jinheung di Silla, decide di fondare una classe militare in grado di poter fronteggiare gli attacchi nemici e che potesse garantire la vittoria sul campo: nasce cosi la classe militare dei “giovani in fiore” o Hwarang (화랑 o 花郞, “Hwa” fiore, “Rang” giovane), una classe elitaria, che prevede solo ragazzi giovani, di famiglia nobile e di bell’aspetto, che possano eccellere non solo nelle arti belliche ma anche nella poesia e letteratura.

Tuttavia, va detto anche che qualche storico sostiene che i cavalieri Hwarang altro non erano che un gruppo di giovani perditempo, amanti del vino, delle donne e delle arti marziali, i quali si riunivano periodicamente sulle montagne, per dilettarsi nell’arte del combattimento.

Hwarang Dance GIF - Hwarang Dance GIFs

Come funziona l’ordine dei cavalieri Hwarang?

I Hwarang vengono selezionati dalla corte reale, fin da bambini, in base alle loro qualità e talenti naturali come intelligenza, forza, statura, e non meno importante, la bellezza: essi rappresentano la perfezione della nobiltà giovanile, guidati per raggiungere l’apice delle prestazioni umane.

I Hwarang sono fortemente influenzati dal buddismo, infatti il nome stesso “Hwarang” non è casuale ma riflette il simbolismo del credo religioso buddista perché il fiore di loto (Hwa), rappresenta la purezza, la divinità, l’illuminazione: non a caso il corpo militare in questione doveva rappresentare l’ideale buddista del giovane leader carismatico e patriottico, guerriero che cresce e diventa uomo, secondo una via illuminata.

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I cavalieri Hwarang e il loro codice etico

I Hwarang, hanno un vero e proprio codice etico da seguire e rispettare, basato su 5 regole, di matrice confuciana e buddista:

  • Fedeltà al proprio signore;
  • Pietà filiale verso i genitori, propri e degli altri;
  • Fiducia e fedeltà tra camerati;
  • Mai ritirarsi in battaglia;
  • Non uccidere, se non necessario;

I Hwarang, sviluppano ogni aspetto del loro potenziale, sotto la guida dei migliori maestri, in differenti arte e scienze, ad esempio nei combattimenti, sono allenati in ogni tipo di conflitto, armato, disarmato e di gruppo.

Lo sapevate che si racconta che i Hwarang fossero in grado di lanciare calci ad una velocità tale da sembrare attacchi di spada agli occhi dei nemici?

Com’erano organizzati?

Il corpo dei Hwarang viene indicato con il termine “Hwarangdo”, dove la sillaba “do” sta per “gruppo” e non “via”, come nelle arti marziali, e ha al suo interno delle differenziazioni, infatti troviamo i “Kukson” e “Rangdo”. Chi sono?

I primi, sono i hwarang di livello più alto, infatti il termine Kukson indica “l’immortale della nazione”, ad intendere un leader carismatico, che possiede doti sovrannaturali, mentre i “Rangdo” sono “i discepoli dei giovani Hwarang”, gruppi di giovani di livello più basso, talvolta anche non di origine aristocratica, che vengono affidati ad un Hwarang, per essere istruiti e allenati, affinché diventino anche loro un potenziale utile al Paese.

Kim Yushin: il più grande dei cavalieri Hwarang

Va ricordato, come cavaliere Hwarang più importante nella storia dei Silla, il generale Kim Yushin, nipote del re Jinheung, il quale diventa cavaliere Hwarang a 15 anni e a 18 un formidabile spadaccino e uno dei più grandi generali e leader dell’antica Corea: è uno dei pochi cavalieri ad essere sopravvissuto per più di 60 anni e il suo contributo è stato fondamentale per l’unificazione dei 3 regni sotto il potere dei Silla, non a caso il suo potere militare, politico e la sua saggezza, ne fanno un personaggio mistico per i coreani e la sua tomba infatti, è ancora oggi un monumento molto importante in Corea.

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Per concludere, quindi, proprio grazie a questa nuova forza militare dei Hwarang, e anche all’aiuto degli alleati cinesi Tang, il popolo Silla riesce a conquistare tutta la penisola coreana, per la prima volta unita da un’unica popolazione, si parla infatti del regno unito di Silla (o Silla unificato) del 668 d.C.

Se volete saperne di più e scoprire quali legami si intrecciano ancora tra il presente e il passato coreano, abbiamo creato una nuova rubrica dal nome #Hipstory, il cui obiettivo è proprio quello di svelare tutti questi piccoli segreti: passate a dare un’occhiata!

Vi piacciono queste pillole di storia coreana? Fatecelo sapere nei commenti!

Autore: Massimo Gaz

Amante e studioso della cultura orientale, mi sono appassionato alla Corea, in tutte le sue sfaccettature, più di 10 anni fa, laureandomi alla facoltà di lingue orientali di Roma. Oltre alla storia e cultura, amo le arti marziali (taekwondo e hwarangdo) e la musica coreana, soprattutto rock e anche qualcosina di pop. Ho lavorato un anno in Corea e spero di tornarci il prima possibile. 화이팅!

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#Hipstory – 3.1: Il Movimento del Primo Marzo  

Il secondo appuntamento di Hispstory ci porta a parlare del Movimento di Indipendenza, grazie ad un artista hip hop che ha dichiarato il suo patriottismo in diverse occasioni: Bewhy.

La prima canzone che ci porta alla scoperta dell’autodeterminazione della penisola coreana è Mansae, portata dal rapper Behwy sul palco di Infinite Challange insieme al comico Yang Se-hyung.

Un vero e proprio inno alla lotta per l’indipendenza della Paese e grido di ringraziamento per chi ha combattuto fino all’ultimo per riuscire a portare la Corea a ciò che è oggi.

Ci troviamo in una delle pagine più tragiche della storia contemporanea coreana: la colonizzazione giapponese. 35 anni (ufficialmente) di atrocità che hanno segnato in maniera indelebile la popolazione del calmo mattino e le relazioni con il Giappone.

La colonizzazione giapponese comincia, sulla carta, nel 1910 con la firma del Trattato di Annessione da parte di Yi Wan-Yong e Masatake Teruchi, ma il Giappone stava già minacciando la Corea nel decennio precedente. In seguito alla vittoria della guerra sino-giapponese (1894-1895), di cui alcune battaglie vennero disputate proprio in suolo coreano (Seoul, Asan, Pyeonyang), con la pretesa da parte dei giapponesi di instaurare un governo filogiapponese, grazie al Trattato di Shimonoseki il Giappone fa in modo che alla Corea venga riconosciuta l’indipendenza. In questo modo, però, fa perdere ogni diritto di rivendicazione sulla Corea da parte della Cina.

Il Giappone si aspetta ora, quindi, di essere riconosciuta per il suo grande potere imperialista, ma l’intervento nella zona della Manciuria da parte del Triplice Intervento (Russia, Francia e Germania) fa infuriare la potenza nipponica e, quando la Russia cerca di rafforzare la sua egemonia sulla Penisola Coreana stazionando truppe in Manciuria, il Giappone approfitta dell’instabilità politica interna della Russia per cominciare quella che sarebbe poi diventata la guerra russo-giapponese (1904-1905): anche questa si conclude con la vittoria del Giappone e viene seguita dal Trattato di Partsmouth che, tra i vari punti, prevede il riconoscimento della Corea come una zona di influenza giapponese.

Il Giappone riesce così ad avanzare ancora più prepotentemente nella penisola coreana, con la quale stipula il Trattato di Eulsa (1905), detto anche Trattato del Protettorato, per mezzo del quale i poteri diplomatici della Corea verranno completamente ceduti al Giappone: in questo modo, la Corea non avrà più alcuna voce in capitolo a livello internazionale e qualsiasi accordo voglia prendere col resto del mondo dovrà tassativamente essere siglato passando previa autorizzazione giapponese.

오직 혁명뿐 물러나기 전까지 영원히 너네는 public enemy
사진을 찍어줘 죽기 전 마지막 나의 swagging
나라를 위해 죽는 민족 무릎은 하늘 앞에서만 꿇겠지
너의 것은 파괴되고 우리의 것은 재창조돼
악은 언제나 선에게 짓밟히게 돼있어
축제의 장은 열려 코레아우라

Fino a che la rivoluzione non terminerà, sarai per sempre un nemico pubblico
Scatta una foto del mio swag prima di morire
Le persone che perdono la vita per questa Nazione possono inginocchiarsi solo di fronte al cielo
Ciò che era tuo verrà distrutto, ciò che era nostro verrà ricreato
Il male è sempre stato calpestato dal bene
Apri le tende del sipario al festival, Corea

Bewhy si presenta sul palco vestito da martire patriota e alle sue spalle viene presentata l’immagine della Stazione Ferroviaria di Harbin, mentre l’entrata in scena di Yang Se-hyung è interamente dedicata all’eroe nazionale Ahn Jung Geun.

Ahn Jung Geun è considerato un patriota modello e simbolo della resistenza coreana in quanto, alla vigilia della stipula dell’accordo di annessione, si recherà alla Stazione Ferroviaria di Harbin per uccidere uno dei più importanti personaggi politici del tempo, Itō Hirobumi, sparandogli tre colpi di pistola: questo episodio, ricordato dai coreani come importante evento patriottico, purtroppo non fa cambiare idea ai politici che, anzi, velocizzarono le procedure per la firma di un vero e proprio trattato definitivo di annessione.

Da questo momento in poi avrà inizio la prima fase della colonizzazione giapponese, ricordata come “politica repressiva”, che va dal 1910 al 1919.

Durante questo periodo, il Giappone fa di tutto per annientare la cultura e la storia del popolo coreano, cercando di manipolare i reperti storici per dimostrare che la Corea è sempre stato un Paese inferiore rispetto a loro. Col fine di imporre una “modernizzazione coloniale”, i giapponesi attuano una politica violenta ispirata ad una forte militarizzazione della società, controllata in maniera molto severa da polizia militare, polizia e funzionari istituendo un controllo dispotico su tutti gli aspetti della vita dei coreani.

Invece di rispettare quello che era un sistema eccezionale di autogoverno da parte delle comunità locali che faceva poi capo alla gestione indiretta del popolo da parte del governo centrale di Choseon, le autorità coloniali smantellano l’autonomia dei distretti di campagna e impongono invece un controllo diretto da parte del Governatorato Centrale, costruito di fronte al Palazzo Reale: l’80% del personale al suo interno è giapponese, ciò di fatto significa che la gestione politica ed economica del Paese finisce nelle mani del Giappone.

I coloni tentano di controllare ogni aspetto dell’economia coreana in continua espansione: le imprese possono nascere solo previo consenso del Governatorato Generale, viene imposto il monopolio su ginseng, sale e tabacco e vengono istituite nuove tasse, come quella sui liquori, sulla casa, sulle sigarette e l’imposta di bollo per contribuire a colmare le carenze finanziarie nipponiche; al tempo stesso, i coreani soffrono di discriminazioni quotidiane a livello educativo, amministrativo e legale e nelle scuole viene imposto lo studio della lingua e della storia giapponese, in modo da instaurare un senso di superiorità storica nei confronti dei coreani.

In questa fase così cruciale, si innesca inoltre la Prima Guerra Mondiale, che si rivelerà un toccasana per l’economia giapponese, in quanto alleata con la Gran Bretagna: svolgendosi principalmente in Europa, il Giappone non solo non subirà aggressioni di alcun tipo, ma avrà la possibilità di influire sulla presenza tedesca in Cina, riuscendo a scacciarli dalla penisola dello Shandong e prendendo il loro posto. Nel corso degli scontri armati i giapponesi rimangono stupiti dall’utilizzo di armi chimiche e decidono di creare dei laboratori dove fare esperimenti, utilizzando i colonizzati coreani e cinesi come cavie umane.
Un’impennata micidiale dei prezzi e lo scoppio di malattie infettive come il colera, il tifo e l’influenza spagnola aggravano il malcontento dei coreani, già sull’orlo di un’esplosione: la cosiddetta “missione civilizzatrice” non poteva più essere giustificata.

우리는 단 한 가지만 선택해야만 해 복종 혹은 죽음
우리는 이 땅에 자유와 해방을 위한 쟁투를
오직 피와 땀으로만 이 땅을 가슴속에 품은
자들만이 가질 수 있어 이 대한민국을

C’è solo una scelta da prendere tra obbedienza e morte
Combattiamo per la libertà della nostra nazione
Solo chi si porta questa terra nel cuore, col sangue e col sudore
Può sostenere di detenerla, Repubblica di Corea

Il 21 gennaio 1919 muore improvvisamente Re Kojong, avvenimento che fa scatenare il Movimento del Primo Marzo, in quanto i coreani si convincono non sia stata una morte accidentale bensì causata da un avvelenamento e da questo momento, gli intellettuali coreani cominciano a pronunciarsi in merito alla liberazione della Corea: 300 letterati si riuniscono a Tokyo per annunciare una Dichiarazione di Indipendenza, esponendosi al rischio di essere puniti ed incarcerati.

Il 3 marzo sono previsti i funerali del defunto Re e alla sua vigilia, alcuni esponenti coreani si raccolgono al centro di Seoul dichiarando ufficialmente l’indipendenza e dando seguito al Movimento di Indipendenza, al quale si unirà circa 1 milione di coreani tra i mesi di marzo e aprile, in diverse città della penisola: queste proteste non partivano però da un comando nazionale, erano sporadiche e prive di piani organizzati e questa debolezza intrinseca rese difficile superare la feroce oppressione militare dell’impero giapponese, i quali distrussero chiese, uccisero 23.000 persone e non ebbero alcuna pietà per i soggetti più fragili. Tuttavia, è importante sottolineare che la sua stessa spontaneità, così come la diffusione nazionale delle proteste, la partecipazione attiva e la devozione spassionata dei partecipanti alla causa del movimento, lo abbiano reso un evento cardine nella lotta contro il dominio giapponese.

만세 우리가 하나가 되는 순간
만세 밝은 내일을 향해 오늘도
만세 나는 자유를 위해 춤을 춰
만세 만세
난 say 만세
난 say 만세
난 say 만세
난 자유를 위해 춤을 춰 만세

Mansae, il momento in cui diventiamo una cosa sola
Mansae, anche oggi per un domani migliore
Mansae, balliamo per la libertà
Dico Mansae
Danzo per la libertà, Mansae

Mansae, Mansae, Mansae, una parola di incitamento che si sente spesso pronunciare dai coreani del ventunesimo secolo, ma che ruolo ricopre questo grido di battaglia?

Mansae (letteralmente diecimila anni) e Cheonsae (letteralmente mille anni) erano modi di dire utilizzati in maniera interscambiabile durante la dinastia Choseon e furono standardizzati poi in Mansae nel momento in cui l’impero Daehan fu stabilito nel 1897: la parola Mansae fu poi resa popolare dagli attivisti del Club dell’Indipendenza Coreana (독립협회 Dongnip hyeophoe) e dai Movimenti dell’Illuminismo Patriottico, rendendo questo termine un concetto con un significato intrinseco profondo, il quale esprime una cultura politica che gli intellettuali moderni della Corea cercavano di diffondere nel popolo. Infine, la parola Mansae, mediata dalle culture politiche delle precedenti rivolte contadine, arrivò a promuovere un senso di unità nazionale e a servire come mezzo attraverso il quale le voci di protesta contro il Giappone potevano risuonare in tutta la nazione.

In onore del centesimo anniversario del Movimento di indipendenza, Bewhy ha pubblicato anche il singolo My Land con un testo ed un MV ricchi di patriottismo: sia le parole da lui decantate che il video musicale riflettono un secolo di storia carico di tentativi, dolore e speranza nel vedere la propria terra diventare finalmente un Paese indipendente.

저들의 우월해지고 싶은 마음과 혐오 땜에
자유 할 권리를 짓밟힘 당한 나로 변해

A causa del loro odio e il desiderio di essere superiori
Sono io a vedere calpestati i miei diritti alla libertà

상해에서부터 서울 종로 종로 한복판에서 한반도
우리 100년의 역사는 저들이 아닌 우리 열사들의 핏자국이 감독
한 세기의 외침이 지금을 창조 앞으로의 100년을 향한 한 보
너와 내가 우리가 되어야만 완고 해지겠지 투쟁 안에서 평화만을 낭독

Da Shanghai a Jong-no, Seoul, il cuore della penisola coreana
Questi nostri 100 anni di storia sono stati diretti dal sangue dei nostri missionari, non da loro
Le grida di un secolo creano il presente e il passaggio per i prossimi 100 anni
Dobbiamo rimanere insieme per creare la pace all’interno di questa lotta

우리들의 만세는 복수가 아닌 다가올 내일의 천국을 향한 거니까

Il nostro grido alla libertà non è una vendetta, ma alla volta del paradiso del domani

Il brano è stato scritto dal punto di vista dei combattenti e nel video viene rappresentata e ricordata una figura considerevole della storia coreana, l’eroina Yu Gwan-sun, una giovane attivista che a soli 19 anni guidò il Primo Movimento per l’Indipendenza contro il dominio coloniale imperiale giapponese nella zona meridionale del Chungcheong: la dimostrazione da lei organizzata radunò 3.000 dimostranti che gridavano all’indipendenza della Corea, ma nel primo pomeriggio intervenne la polizia militare giapponese uccidendo diversi manifestanti, tra i quali i genitori di Yu Gwan-sun, arrestando quest’ultima. Imprigionata e torturata, anche in prigione continuò a battersi per l’indipendenza coreana fino al giorno della sua morte, il 28 settembre 1920, presumibilmente a causa delle torture, diventando così un simbolo del Movimento del Primo Marzo.

Sebbene il Movimento per l’Indipendenza del Primo Marzo non portò direttamente all’indipendenza, accelerò l’istituzione del Governo Provvisorio Coreano a Shanghai, infatti dopo aver sopportato secoli di monarchia e 35 anni di dominio coloniale giapponese, la Corea divenne finalmente una nazione democratica (perlomeno, sulla carta): fu dichiarata una Repubblica Democratica con la sovranità che risiedeva nel popolo, un principio stipulato nell’articolo 1 della Costituzione del Governo Provvisorio.

A testimonianza del suo impatto, il Movimento per l’Indipendenza rimane tutt’ora un episodio molto influente nonostante sia avvenuto più di cento anni fa: la premessa del Movimento per l’Indipendenza del Primo Marzo era un sogno e una visione pro-democratica che affermava la sovranità del popolo e sosteneva valori universali come la libertà, l’uguaglianza, i diritti umani e la pace.

Con i versi di queste canzoni si spera di avvicinare e incoraggiare i giovani a rivivere quei pezzi di storia che, seppur logoranti, rendono il Paese fiero dei suoi cittadini.

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San Valentino in Corea: come funziona?

Il 14 Febbraio in tutto il mondo si celebra “la festa degli innamorati”, il giorno nel quale per noi occidentali ci si scambia cioccolatini, rose e regali di vario tipo… Vi siete mai chiesti come passano questa giornata in Corea e quali sono le differenze rispetto ai nostri festeggiamenti?

Siete capitati nel posto giusto, proviamo a scoprirne di più!

Partiamo, innanzitutto, dal fatto che in Corea del sud non si festeggia solo il 14 Febbraio ma i festeggiamenti e le dimostrazioni d’amore sono allargati ad ogni 14 del mese!

Ebbene sì, ogni 14 del mese cade una ricorrenza speciale, utile per dimostrare ancora una volta i propri sentimenti alla persona amata: diamogli un’occhiata!

  • 14 Gennaio Diary Day, i partner si comprano a vicenda agende annuali sulle quali appuntare e tenere traccia di tutti i loro futuri appuntamenti e annotare bei ricordi sulle pagine vuote del diario: i negozi di cancelleria sono molto popolari in Corea e ciò rende il tutto più semplice!
  • 14 Febbraio San Valentino
  • 14 Marzo White Day
  • 14 Aprile Black Day
  • 14 Maggio Rose Day/Yellow Day, le feste Coreane tendono spesso ad avere temi che corrispondono alle stagioni e questo è il caso del Rose Day, infatti quando i fiori di maggio sono in piena fioritura le coppie indossano abiti gialli (possibilmente coordinati) e si scambiano mazzi di rose, preferibilmente gialle. I single, invece, possono prendere parte alla festa mangiando del curry Coreano di colore giallo, nel tentativo di sentirsi meno soli!
  • 14 Giugno Kiss Day, una scusa in più per riempirsi di baci!
  • 14 Luglio Silver Day: è tempo di scambiarsi anelli color argento per la promesse, il che indica l’impegno della coppia! Per questa giornata le coppie si recano insieme in gioiellerie e scelgono anelli abbinati, spesso si fa incidere anche il nome all’interno dell’anello: il Silver Day tende ad essere anche un occasione per incontrare i genitori dell’uno e dell’altro, in quanto spesso la cultura Coreana enfatizza l’approvazione della famiglia in queste questioni.
Scena del k-drama “What’s wrong with secretary Kim” con Park Seo-joon e Park Min-young
  • 14 Agosto Green Day, durante il quale le coppie si vestono di verde, mentre i single possono consolarsi bevendo del soju, il più famoso alcolico coreano, che per restare in tema si trova in una bottiglia di colore verde.
  • 14 Settembre Photo Day e Music Day, durante il quale si scattano foto di coppia e si va a cantare al noraebang (노래방), il karaoke coreano.
  • 14 Ottobre Wine Day, una scusa per brindare con dei buoni calici di vino in coppia o, in questo caso per i single, tra amici.
  • 11 Novembre Pepero Day, i Pepero sono dei bastoncini di biscotto ricoperti di cioccolato (molto simili ai  Mikado) e sono così famosi in Corea da avere una propria giornata dedicata. Questa festa, nonostante sia stata diffusa dal brand Pepero e sia dunque la più commerciale, è molto popolare, quasi da essere considerata un altro San Valentino e durante questa giornata le coppie (ma anche gli amici) si regalano assolutamente pacchetti di Pepero.
  • 14 Novembre Movie Day, le coppie vanno al cinema insieme o guardano anche da casa una commedia romantica insieme.
Scena del k-drama “Run on” con Im Si-wan e Shin Se-kyung
  • 14 Dicembre Hug Day/Sock Day, un caldo abbraccio è particolarmente gradito nel freddo mese di Dicembre! E mentre le coppiette si scambiano calorosi abbracci, i single discutono online su quale celebrità Coreana sia più degna di coccole. Dal momento che gli abbracci sono gratuiti, le aziende incoraggiano le coppie a regalarsi paia di calzini come altro modo per “tenersi al caldo”.

Ma quali sono le ricorrenze principali? Il 14 Febbraio (San Valentino), il 14 Marzo (White Day) e il 14 Aprile (Black Day)!

Come funzionano queste tre feste?

Partendo dal 14 Febbraio, “cioccolato” è la parola d’ordine del San Valentino in Corea ma state attenti, perché non è l’uomo che regala del cioccolato alla donna né è un regalo che ci si fa reciprocamente: durante questa ricorrenza è sempre e solo la donna che regala del cioccolato al partner o alla persona che le interessa!

Può sembrare strano, ma la motivazione è semplice: invece di scambiarsi un regalo lo stesso giorno, l’uomo ricambierà il 14 del mese successivo, cioè durante il White Day.

Ultimamente, però, regalare il cioccolato a San Valentino non è più soltanto una questione di coppia, ma si tende a fare un piccolo pensiero anche ad altre persone con cui si ha una qualsiasi relazione, infatti molte donne regalano del cioccolato “di cortesia” cioè “in amicizia” anche a colleghi o amici: ovviamente la consistenza del regalo sarà diversa, lasciando il regalo migliore per la persona che si ritiene più importante dal punto di vista sentimentale.

Lettori e lettrici, state ben attenti!

State cercando di conquistare la vostra crush oppure il vostro bias?

Beh, sappiate che il regalo che più viene apprezzato dai ragazzi coreani, così come dai giapponesi, è la cioccolata preparata direttamente dalla ragazza, la quale con il suo amore nella preparazione e nell’abbellimento del regalo, farà facilmente breccia nel cuore del suo amato: il successo è garantito, parola di Mondocoreano! Tuttavia, questa voglia di differenziarsi dalla massa crea una corsa pazza all’acquisto degli ingredienti e di tutto l’occorrente che serve a personalizzare i propri dolci, rendendo non esattamente semplice la missione.

Parlando sempre di cose carine da fare a San Valentino per il proprio partner, una delle usanze più “kawaii” in Corea del Sud è quella di scrivere il proprio nome e quello del proprio partner in un messaggio che viene poi attaccato su delle pareti dedicate alle coppie nella Namsan Tower di Seoul, oppure incidere le iniziali dei due innamorati su un lucchetto.

Altre simpatiche usanze sono quelle di recarsi nei cafè come quello di Mustory di Hongdae dove si possono acquistare bambole da decorare e regalarsi o andare  al centro commerciale di Ssamziegil dove si può fare lo stampo delle proprie labbra e regalarlo al compagno in modo che si porti dietro tutti i giorni, come porta chiavi o porta fortuna, una parte della propria dolce metà!

La “sorella gemella” della festa di San Valentino è il White Day, che ricorre il 14 Marzo. Quali sono le sue origini?

Il White Day è nato in Giappone decenni fa e, successivamente, è entrato a far parte delle nuove tradizioni coreane, infatti nel 1977, un pasticcere giapponese di nome Ishimura Manseido proclamò il 14 marzo “Giorno del Marshmallow” e, anche se questa iniziativa non prese esattamente piede, la National Confectionery Industry Association le diede una svolta e così si venne a creare il White Day, offrendo agli uomini la possibilità di “rispondere” ai doni ricevuti dalle ragazze il ​​14 Febbraio.

Durante questa giornata sono gli uomini a regalare del cioccolato o altri dolciumi alle donne e il regalo deve in genere essere tre volte tanto quello ricevuto il giorno di San Valentino e, inizialmente, era previsto si regalasse principalmente cioccolato bianco (ecco il perché del nome White Day). Perché proprio il cioccolato bianco?

Il bianco stava a simboleggiare la purezza dell’amore ma era anche un associazione allo zucchero, quindi una sorta di omaggio a Manseido per ricordare la sua iniziativa; dunque, uno degli aspetti più importanti di questa festa consiste nell’usare il più possibile il colore bianco nei regali e ciò potrebbe significare regalare cioccolato bianco o incartare regali in eleganti confezioni bianche, regalare fiori bianchi etc… Più si usa il colore bianco, meglio è!

Ultimo, ma non per importanza, abbiamo il Black Day, che cade il 14 Aprile, ed è una festa interamente dedicata ai single: il nome deriva proprio dal fatto che, durante questa giornata, tutti i single si ritrovano insieme a loro amici altrettanto single a mangiare i jjajangmyeon (짜장면), un piatto cinese-coreano a base di noodles in salsa di fagioli neri.

In origine, il Black Day era un momento in cui i single si riunivano e “piangevano nel loro cibo preferito” e, questo momento, ha anche un significato sociologico, in quanto ciò avviene perché  c’è molta pressione da parte dei genitori, specialmente sui figli ventenni, perché si sposino e abbiano figli: quindi, i coreani si sentono tristi non solo per essere single, ma perché non hanno adempiuto al loro obbligo sociale, che è davvero importante nelle culture dell’Asia orientale, non a caso alcuni arrivano al punto di vestirsi di nero quel giorno.

Ma qualcosa è successo, almeno in Corea del Sud, negli ultimi anni, infatti per una piccola e crescente minoranza il Black Day non rappresenta più un giorno per lamentarsi o piangersi addosso ma una celebrazione dell’unicità, libertà, del riconoscimento e dell’apprezzamento di sé e, magari, per prendersi del tempo per se stessi in quel giorno e rilassarsi!

E voi sapevate già dell’esistenza di tutti questi giorni all’insegna dell’amore per i coreani? Quale vorreste festeggiare con la vostra dolce metà? Anche voi pensate che si nascondano solo questioni economiche dietro queste feste?

                                                                                                                                                           

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#Hipstory – Frammenti di epoca Joseon

Con oggi cominciamo una breve rubrica che abbiamo deciso di intitolare “Hipstory” (dall’unione di hiphop e storia), dove canzoni scritte da artisti k-hiphop ci guideranno nella scoperta di alcuni momenti importanti della storia della Corea.

NB: Se avete perso le lezioni introduttive al mondo del k-hiphop, ecco dei link utili:

In questo primo articolo vediamo insieme due personaggi fortemente apprezzati e ricordati dal popolo coreano per aver compiuto considerevoli imprese nel corso della loro vita: Re Sejong il Grande e Yi Sun Shin.

Il primo lo esploriamo grazie alla canzone ‘When You’re Exhausted’ (지칠 때면) di Jeong Junha, Zico e Kim Jongwang.

Parliamo di Re Sejong il Grande (세종대왕), celebrato e stimato dai coreani per aver permesso loro di emanciparsi grazie all’invenzione dell’alfabeto (hangeul 한글). Infatti, prima del 1446, i coreani erano obbligati a scrivere utilizzando i caratteri cinesi e solo i nobili aristocratici (yangban, 양반) avevano l’opportunità di studiare i sinogrammi, con la conseguenza che i meno abbienti venivano considerati illetterati e posti quindi ai margini della società.

In questa canzone, oltre ad adorarlo e ringraziarlo per il lavoro svolto, gli autori gli parlano come se fosse un loro protettore, confidandogli i problemi che affliggono il popolo e chiedendogli di rimanere sempre al loro fianco.

All’inizio del video, sullo schermo viene riportato il testo della canzone con la forma originale delle lettere in pensate inizialmente da Re Sejong.

몰라보게 세상 모습이 변해도, 그때의 지혜를 빌려 사는 건 여전해.

Anche se il mondo sembra ormai irriconoscibile, viviamo ancora dei frutti che la sua saggezza ci ha donato.

In queste parole si percepisce la riconoscenza di un popolo che, nonostante ora viva in un’epoca completamente diversa e con un aspetto e consuetudini alquanto dissimili da ciò che viene riportato di quel momento storico, è ancora riconoscente per gli ideali che Re Sejong ha tanto combattuto per conquistare e, a 5 secoli di distanza, stanno ancora dando i loro frutti.

Infatti, sebbene la situazione politica e amministrativa del regno fosse solida nel momento in cui è salito al trono, il re si è rifiutato di stare in panciolle e godersi la vita, ma è stato determinato a lasciare un’eredità culturale cospicua ai suoi posteri: nonostante ciò, nella canzone viene evidenziato come alcune volte si tende a non essere grati abbastanza e non si realizza quanto lui abbia effettivamente fatto per il popolo.

뿌리 깊은 역사는 우리가 버티는 힘이지

Sono le radici della nostra storia a darci la forza di andare avanti

누구 하나 빠트리지 않은 대신평생을 고민에 잠겨 지내신

Hai trascorso tutta una vita in contemplazione, sommerso dalle preoccupazioni, per far sì che nessuno venisse più emarginato.

Durante il suo regno, Re Sejong portò avanti numerosi progetti col fine di arricchire il patrimonio culturale e scientifico della Corea. Tutti questi progressi non furono però affatto facili da raggiungere: pur essendo l’autorità massima, la sua corona non gli permetteva di prendere decisioni arbitrarie e doveva costantemente scontrarsi con le istituzioni amministrative che spesso e volentieri contestavano le sue decisioni. Ciononostante, l’ardita passione che aveva nei confronti del suo popolo lo ha spinto a lottare per le sue idee generando notevoli sviluppi in ambito umanistico, scientifico, medico-farmacologico, geografico, agricolo e persino musicale.

나의 우상 나의 영웅 나의 왕, 애민정신이 창제한 훈민정음 없었다면 과연 이 가사는 어떻게 나왔을까

Il mio idolo, il mio eroe, il mio Re. Se non ci fosse stato lo Hunmin Cheongeum, che hai creato con amore per il popolo, come avrei scritto questo testo?

우린 노비도 백성도 아닌 국민, 원만한 삶을 살고픈 게 꿈인

Non siamo più né schiavi né gente comune, siamo cittadini (un popolo unico) che sognano di avere una vita dignitosa

L’invenzione per cui viene principalmente ricordato Re Sejong il Grande è quella dell’hangeul, ossia dell’alfabeto coreano. Dal I secolo a.c. fino al XV secolo d.c i coreani hanno sempre utilizzato i caratteri cinesi per esprimere per iscritto la loro cultura. Ciò comportava disagi di diversa natura:

1. Gli ideogrammi cinesi non erano in grado di rappresentare a pieno titolo i suoni della lingua coreana e neanche la sua morfosintassi;

2. Gran parte della popolazione veniva discriminata ed esclusa da qualsiasi posizione lavorativa di medio-alto livello perché non aveva la possibilità economica di studiare il cinese.

Il sovrano, rendendosi conto dei numerosi impedimenti che comportava l’assenza di un sistema di scrittura in grado di riportare su carta in maniera precisa il coreano parlato, passò anni a studiare un alfabeto ad hoc per i suoi discepoli: nel 1443, infatti, Re Sejong ha annunciato di aver messo a punto un alfabeto di sole 28 lettere che al tempo ha preso il nome di Hunmin Cheongeum, che letteralmente significa “i suoni corretti per l’istruzione del popolo”.

Dal 1443 al 1446 il Re e un gruppo di letterati da lui designati hanno messo a punto un libro di “spiegazioni ed esempi” (Haerye) per aiutare i discepoli a comprendere ed utilizzare al meglio questa grandiosa e considerevole invenzione.

Nel 1910 prende finalmente il nome con cui lo conosciamo oggi, hangul, e con la riforma del 1993 vengono eliminate 4 delle 28 lettere ideate da Re Sejong il Grande, per facilitare maggiormente la popolazione.

절하고 있는 걸까요 묻고 싶은 게 많아요

지칠 때면 시간을 건너 당신을 찾죠

나타나 줄 순 없나요 의지할 품이 없어 이제 머물러줬으면 해요 이대로.

Sto facendo abbastanza? Ci sono così tante cose che vorrei chiederti
Quando non ho più le forze, viaggio attraverso il tempo per cercarti.
Puoi ritornare? Non ho nessuno su cui contare, spero rimarrai per sempre.

Il ritornello è un grido di aiuto, ma anche la manifestazione di quanto ancora risulti importante la figura del Re Sejong nel quotidiano dei coreani: un sovrano che ha dato tutto per il suo popolo e che non manca di rincuorare i suoi discendenti nei momenti bui, seppur a secoli di distanza.

A Gwanghwamun Square (광화문광장) viene commemorato con un’imponente statua a inizio piazza, proprio di fronte (girato di spalle) al Palazzo Reale.  


Il secondo personaggio che andiamo ad esplorare è l’ammiraglio Yi Sunshin e la sua potente invenzione, Kobukson (Turtle Ship), tramite la canzone presentata a Show Me The Money 4 da Song Mino, Jamezz e Andup ma in seguito remixata con il supporto di rapper come Paloalto, Zico e Okasian.

La Turtle Ship, definita così per via della sua corazza, è una nave ideata dall’ammiraglio Yi SunShin nel XV secolo ed utilizzata in ben 16 battaglie navali contro il Giappone, vincendole tutte. In questa canzone, proprio come nella realtà storica, la nave simbolizza il mezzo con cui i partecipanti vengono orgogliosamente trasportanti verso la vittoria della competizione (missione della puntata): ognuno dei versi scritto dai rapper racconta infatti le lotte che stanno combattendo, ma si danno forza convinti che non potranno far altro che vincerle a testa alta.

우린 거북선, 다른 배들 통통
그냥 통통, 떨어져라 똥통
커지는 네 동공, 느껴지는 고통
우린 독종, 너흰 그냥 보통

Noi siamo la Turtle Ship, tutte le altre navi sono vuote
Vuote, levati mucchio di m*
Le tue pupille si dilatano, senti il terrore
Noi siamo sopravvissuti, voi nella media

Siamo ancora in epoca Joseon, per la precisione nel 1592, quando le truppe navali del comandante giapponese Toyotomi Hideyoshi cominciano ad invadere la Corea col desiderio di arrivare in Cina, sfociando in quella che sarà ricordata come la guerra dei 7 anni e, in questo frangente, entra in gioco Yi SunShin, il quale riporta in auge una tipologia di nave utilizzata nel XIII secolo ma, per qualche oscuro motivo, caduta nel dimenticatoio.

Si tratta di una nave di struttura simile a quelle utilizzate all’epoca (panokseon), ma con la peculiarità (e vantaggio) di essere corazzate.

Vi sono stati vari modelli di questa vittoriosa nave nel corso dei vari scontri ma, in linea di massima, erano caratterizzate da una lunghezza che variava dai 30 ai 37, una base in legno spinta da vele e a remi (panokseon) ricoperta da uno scudo di ferro e presentava a prua una testa di drago con duplice valenza: nebulizzava gas e sparava fiamme per disorientare le flotte nemiche e nascondersi da esse e, in più, era dotata di un cannone per attaccare i nemici. Sotto alla testa vi era uno sperone, in grado di deturpare le navi avversarie. Inoltre, anche a poppa e sulle fiancate laterali era dotata di feritoie e spuntoni di metallo per difesa e attacco.

La brillantezza di Yi come stratega si dimostra fondamentale per la salvezza della Corea dalla possibile distruzione e dalla colonizzazione giapponese. Ancora oggi viene infatti considerato uno dei più eminenti ammiragli coreani di tutti i tempi, sinonimo di coraggio, perseveranza, forza, abnegazione e lealtà verso la patria e questo perché fu in grado di difendere un’intera nazione senza strutture idonee né addestramento adeguato, preoccupandosi anche dei rifornimenti che scarseggiavano perché non riceveva aiuto alcuno dal sovrano del tempo.

Il suo immenso talento lo si può comprendere anche dal fatto che Won Gyun, il successore di Yi, non fu mai in grado di sconfiggere una flotta nemica di simile potenza a quella giapponese, pur disponendo delle navi e dell’equipaggio addestrato dallo stesso Yi. Purtroppo, le riforme navali di Yi SunShin vennero abolite poco dopo la sua morte, così come le Turtle Ship scomparsero dagli annali, rimanendo nella storia come armamenti leggendari e iconici. E, a fare la storia, saranno anche i suoi discendenti, la maggior parte dei quali intraprenderà la carriera militare raggiungendo importanti cariche ufficiali, mentre altri diventeranno attivisti dell’indipendenza anti-giapponese.

Il titolo postumo dato a Yi Sunshin, Signore della Lealtà e della Cavalleria (Chungmu-gong, 충무공; 忠武公), è oggi la terza più alta onorificenza militare della Corea e, sempre postumo, è stato onorato anche con il titolo di Principe di Deokpoong. Chungmuro (충무로; 忠武路), un’importante strada nel centro di Seul, è stata così chiamata in suo onore. La città Chungmu, sulla costa meridionale della Corea, ribattezzata Tongyeong, porta il suo titolo postumo ed è il luogo del suo quartier generale: una maestosa statua dell’ammiraglio Yi Sunsin si erge imponente al centro di Sejongno, nel centro di Seul, a piazza Gwanghwamun, proprio insieme a Re Sejong il Grande.

Il volto dell’ammiraglio è anche quello raffigurato nella moneta da 100 won.

Tutte queste intitolazioni a lui dedicate, così come la canzone di Song Mino, Jamezz e Andup, ci fanno capire quanta ammirazione vi sia nei confronti di un personaggio storico quale Yi SunShin e le sue imprese eroiche per salvare la popolazione coreana.

Oggi abbiamo conosciuto due stimabili autorità storiche senza le quali la Corea non sarebbe probabilmente ciò che è oggi.

Al prossimo episodio di Hipstory!