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#K-Book: “Come tigri nella neve” di Kim Juhea

Annyeong!

Lo scorso settembre, con una dedica carina carina, ho ricevuto in regalo questo libro dalla mia Bianca Unnie (sì, proprio lei, la tipetta simpatica che vi rallegra spargendo gif su questo blog).

Me ne sono follemente innamorata dalla prima pagina: vite pesanti, personaggi con i quali la scrittura di Kim Juhea è capace di far empatizzare chi legge fino alle lacrime, momenti di felicità come pennellate in un quadro, come nuvole bianche in un cielo troppo terso, tutto nella cornice storica di una Corea che lotta per la sua libertà, che prima si spezza, poi si rialza, infine di divide e rinasce, dal 1919 a 1964.

“Come tigri nella neve” di Kim Juhea: storia di una camelia e del suo amore immutabile

Nella fredda Pyongyang del 1918, una bambina attraversa la porta di una scuola per cortigiane segnando la sua vita. Da fiore incompreso, con una sensibilità spiccata per la poesia, presso la scuola di Silver, che le ragazze dovranno lasciare presto a causa di una tragedia, Jade sboccerà presto sotto l’ala di Dani, una cortigiana di Seoul pronta ad istruire lei e le sue compagne, Lotus e Luna. Nel giardino di Dani, ognuna delle ragazze avrà un simbolo:

Jade venne abbinata alla camelia invernale, un albero da fiore tipico del Sud, che lei non aveva mai visto nel freddo Nord. Dani le assicurò che la camelia era un fiore molto fortunato per una donna. Il suo compagno era un grazioso uccellino dalle piume verde chiaro, che sorbiva solo il nettare e non visitava altri fiori. A fine stagione, poi, la camelia non diventava scura né appassiva perdendo un petalo alla volta, come altri fiori, ma cadeva intatta, rossa e vellutata come un cuore, ed era bellissima a terra quanto lo era il giorno in cui era sbocciata.

Dal capitolo 5 “L’amico di Shangai”

Nam Jung-ho è un orfano: unendosi ad una banda di ragazzini come lui, ne guadagnerà la fiducia e insieme attraverseranno la vita, dalla malavita alla militanza politica nel partito comunista alla guerra a favore dell’indipendenza della Corea. Dopo aver visto Jade ad una sfilata di cortigiane a Seoul, si innamorerà perdutamente di quella bambina piccola quanto lui ma così lontana, muovendo ogni passo per guadagnare la sua amicizia prima e il suo amore poi.

Allontanati e divisi dalla vita ripetutamente, entrambi i protagonisti affronteranno due vite dolce-amare: la sofferenza per la guerra contro i tiranni giapponesi, degli amori dolci ma impossibili, come quello che Jade prova per il giovane Kim Han-Chol, la solitudine di una vecchiaia che sembra aver fatto morire ogni ricordo di quella vita splendida che entrambi si lasciano alle spalle, Jade come affascinante cortigiana ed artista, Jung-ho come promessa del partito.

L’amore e la fiducia sono due fili conduttori potentissimi di questo libro. L’amore per un uomo o una donna. L’amore per la propria famiglia, per una padre di cui resta solo una vecchia leggenda, chiusa in un porta sigarette ed un anello da portare sul cuore. L’amore per un sogno, quello politico, quello dell’indipendenza per il proprio paese, che muove Myung-bo, direttore del partito comunista coreano-cinese, maestro di Jung-ho nel suo percorso, di uomo e di compagno, e rivale in amore di Sung-soo, per conquistare il cuore della splendida zia Dani. L’amore per la musica, infine, che fa sbocciare e poi consuma Lotus, amica più cara di Jade, sedotta da un uomo che prima la farà sentire una regina e poi la abbandonerà, costringendola a volare oltremare per trovare pace. L’amore per i figli, come Luna, che negli occhi della sua bambina riscoprirà il coraggio e cosa significa essere felici.

Il fascino di questo romanzo sta nei suoi intrecci, storici e genealogici, nella tenacia dei personaggi, piegati ma resilienti come le canne di bambù di cui parlava Pascal, capaci di rialzarsi solo insieme, nella dolcezza degli ultimi momenti e dei ricordi, della liberazione nella morte e nel viaggio, quello di Jung-ho per la Cina, quello di Luna e Lotus per l’America, quello di Jade per l’isola di Jejudo, dove incontrerà delle donne insieme a cui curare le proprie ferite.

“La vita si può sopportare solo perché il tempo ti fa dimenticare. Ma vale la pena di essere vissuta perché l’amore, invece, ti fa ricordare.”

Dall’epilogo “La donna del mare”

L’autrice, Kim Juhea

Kim Juhea è nata a Incheon, Corea del Sud, e si è poi trasferita a nove anni insieme alla famiglia a Portland, USA, dove vive tutt’ora. Laureatasi in Arte e Archeologia alla Princeton University, nel 2022 ha deciso di pubblicare il suo romanzo d’esordio, appunto “Come tigri nella neve”; il romanzo è stato definito “Un vero gioiello letterario; imperdibile; eccezionale; una storia in cui si muovo personaggi indissolubilmente legati dal destino” dalle maggiori testate giornalistiche americane.

Racconta di aver amato leggere e scrivere fin da piccolissima, e di come il trasferimento in America, e dunque il trovarsi di fronte ad una nuova lingua, con un nuovo alfabeto, da studiare, le abbiano fatto capire il potere e l’importanza delle parole.

E voi, conoscevate questo libro? Fatecelo sapere nei commenti. Intanto, alla prossima lettura con la nostra rubrica K-Book!

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#K-Book: “Lemon” di Kwon Yeo-sun

È iniziato il mese di settembre ed è ora di riprendere i nostri appuntamenti con #K-Book, la rubrica dedicata ai libri di letteratura coreana.

Prima della pausa, vi avevamo lasciato alcuni consigli su cosa leggere sotto l’ombrellone: anche noi, in spiaggia (ma non solo!) abbiamo portato alcuni titoli come “Lemon” di Kwon Yeo-sun, pubblicato in Italia pochi mesi fa da Il Saggiatore, nella traduzione di Benedetta Merlini. Ve ne parliamo in questo articolo.

“Lemon” di Kwon Yeo-sun: come le vite si misurano con il dolore

Kim Hae-on è di una bellezza tale da mettere in secondo piano ogni altra ragazza della classe e forse della scuola intera. Ha diciotto anni quando viene uccisa, e il suo corpo senza vita viene ritrovato in un parco da una coppia di passaggio. È il giorno dopo la finale dei mondiali di calcio disputati in Corea del Sud. Kim Hae-on ha il cranio sfondato e indossa soltanto un vestito di colore giallo: nessuno sa chi l’abbia uccisa, e le indagini della polizia non trovano nessun colpevole. I due sospetti, infatti, hanno entrambi un alibi. Così la vicenda cade nel dimenticatoio, ma lascia tracce indelebili nelle esistenze dei familiari di Hae-on e delle altre persone che la conoscevano.

L’immaginazione può essere dolorosa come la realtà. Anzi, anche di più, perché non c’é limite o fine alla fantasia.

Scopriamo tutto (o quasi) in un racconto a tre voci, che comincia molti anni dopo la morte della ragazza, con la ricostruzione dell’interrogatorio di Han Manu, uno dei sospettati: un ragazzo di umili origini, che dopo la scuola fa le consegne in una polleria, e che dice di aver visto Hae-on nell’auto di un altro ragazzo del liceo, Shin Jeong-jun. Figlio di un facoltoso commercialista, Jeong-jun è l’altro sospettato, dal momento che potrebbe essere l’ultimo ad aver visto la giovane Hae-on ancora viva. Potrebbe essere una storia in cui il più debole e povero paga per questo delitto e il più ricco riesce invece a sfuggire alla legge, ma in “Lemon” la vita si accanisce in modo diverso sui protagonisti. Entrambi gli alibi sono sufficienti a evitare l’accusa, così il caso resta irrisolto.

La sorella di Hae-on, però, non si dà pace: a distanza di tempo, continua a cercare la verità e comincia cercando Han Manu, che ha bollato come responsabile. È proprio Da-on, infatti, una delle voci narranti: una donna spezzata dal dolore della perdita, che non le ha soltanto tolto il sorriso e la spensieratezza di vivere, ma l’ha spinta a trasformarsi in una copia della sorella defunta, attraverso la chirurgia plastica.

I pensieri di Da-on si alternano a quelli di Shangui, una ragazza più grande conosciuta al club scolastico di poesia. Questa passione in comune, sviluppata con talento e modalità differenti da entrambe, le aveva portate ad avvicinarsi, durante il liceo. Quando si ritrovano, sono passati anni dalla sera che ha cambiato per sempre ogni prospettiva di Da-on verso il mondo. Ma anche Shangui ha vissuto una parte del trauma, e racconta di che atmosfera regnava nella scuola dopo l’accaduto.

Alle loro voci se ne aggiunge una terza, più misteriosa, che introduce nuovi dettagli sulla morte di Hae-on grazie ai quali è forse possibile comprendere meglio cosa sia davvero accaduto quella sera lontana.

In 8 capitoli, che hanno tutti un nome significativo e una data, la scrittura di Kwon Yeo-sun scorre veloce e affilata, rapida e incessante. Da una lato c’è la tentazione di leggere ancora e provare a capirne di più, dall’altro il bisogno di fermarsi e metabolizzare.

“Lemon” è un romanzo breve, di neanche 150 pagine, che sa prendersi il suo tempo e restare ben impresso nella memoria anche una volta terminato.

Il limone del titolo non torna solo nel giallo del vestito con cui viene trovata la vittima, ma anche nell’asprezza di certi passaggi, che riflettono quella della vita. Esistenze atterrite da un evento tragico, ma anche dai colpi di mano del destino, e collegate tra loro dal senso di smarrimento e, in qualche modo, dall’isolamento a cui si può andare incontro nella società.

L’autrice, Kwon Yeo-sun

Kwon Yeo-sun è nata ad Andong nel 1965. Ha vinto diversi premi letterari, tra cui il prestigioso Sangsang Literary Award. Nel 2019 ha pubblicato “Lemon”, primo romanzo tradotto in inglese e in italiano.

Avete già letto questo libro? Fateci sapere! Nel frattempo, appuntamento alla prossima.

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5 libri coreani da leggere sotto l’ombrellone

In spiaggia e in piscina, oltre alla crema solare, al telo e a un bel paio di occhiali scuri alla moda, non può mancare un buon romanzo. In queste roventi giornate estive, abbiamo pensato di consigliarvi 5 libri coreani da leggere sotto l’ombrellone, per scoprire autrici e autori come Han Kang e Gong Ji-young: eccoci al quarto appuntamento con #K-book!

“La guardia, il poeta e l’investigatore” di Lee Jung-myung

  • Autore: Lee Jung-myung
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: 별을 스치는 바람, 2012
  • Edizione italiana: Traduzione di Benedetta Merlini, Sellerio 2016

Il romanzo di Lee Jung-Myung, uscito nel 2016, racconta una vicenda apparentemente semplice in cui ci sono una vittima e un omicida. La vittima è una guardia della prigione di Fukuoka, un luogo in cui i giapponesi vietano ai detenuti di parlare la loro lingua, un segno tangibile del pugno duro con cui governano la Corea occupata. L’omicida non ha ancora un nome: è un’altra guardia a condurre l’indagine, un giovane molto diverso da Sugiyama Dozan, l’uomo assassinato, famoso per la sua brutalità. L’investigatore è costretto ad agire contro la sua natura, per assolvere gli obblighi imposti dal sistema e dal ruolo che ricopre al suo interno. 

Più passano i giorni, più Watanabe Yuichi scopre che forse Sugiyama non era affatto la persona che tutti avevano conosciuto: era sensibile, con una inaspettata passione per la poesia, nata proprio durante il lavoro alla prigione. Il suo ruolo, infatti, era anche controllare la corrispondenza inviata e ricevuta dai detenuti. Con uno di loro, in particolare, Sugiyama aveva stretto un legame forte, tanto da conservare in tasca un pezzo di carta con alcuni dei suoi versi appuntati: si tratta di Yun Dong-ju, poeta sudcoreano realmente esistito, morto proprio durante la detenzione a Fukuoka, nel 1945.

“Come una sorella” di Gong Ji-young

  • Autrice: Gong Ji-young
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: 봉순이 언니, 1998
  • Edizione italiana: Traduzione di Ombretta Marchetti, Baldini Castoldi Dalai, 2007

Dieci anni dopo la fine della guerra civile, la Corea del Sud è nel pieno del boom economico. Ma gli anni Sessanta, per il Paese, sono anche ricchi di tensioni sociali e disparità tra ricchi e poveri. Mentre una parte della popolazione riesce ad approfittare di quei profondi cambiamenti, un’altra non sa come tirare avanti. È questa la distanza che separa le due protagoniste del romanzo di Gong Ji-young, Jiang e Bongsoon, due bambine che crescono sotto lo stesso tetto ma non condividono le origini. I genitori di Jiang stanno facendo fortuna, e accolgono la piccola Bongsoon che invece è stata abbandonata da una famiglia troppo povera per occuparsi di una neonata. Le due bambine vivono come sorelle, ma a Bongsoon tocca ben presto occuparsi delle faccende domestiche: la sua storia prenderà una piega totalmente diversa da quella di Jiang, e la porterà a cercare la sua identità e il suo ruolo lontano da quella famiglia e dalla persona con cui ha condiviso l’infanzia.

“La vegetariana” di Han Kang

  • Autrice: Han Kang
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: 채식주의자 (Chaesikjuuija), 2007
  • Edizione italiana: Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi 2016

Yeong-hye è scossa da sogni disturbanti, in cui vengono macellati degli animali. Così smette non solo di mangiare carne, ma anche di cucinarla per la sua famiglia. A raccontare cosa accade è dapprima suo marito, il signor Cheong, che lo fa in prima persona, poi le voci del cognato e della sorella, in terza persona. Questi tre punti di vista provano a ricomporre la storia di una donna che scivola in una privazione del cibo sempre più drastica e radicale, in una spirale di eventi che non riguarda soltanto la protagonista, ma che travolge anche tutti quelli che la circondano.

“Kim Ji-young, nata nel 1982” di Cho Nam-joo

  • Autrice: Cho Nam-joo
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: 82 년생 김지영, 2016
  • Edizione italiana: Traduzione di Filippo Bernardini, La nave di Teseo, 2021

Diventato un best seller in pochi mesi, il romanzo di Cho Nam-joo non ha soltanto conquistato i lettori di tutto il mondo, ma è diventato anche un simbolo della lotta per l’emancipazione. Nel 2018, infatti, è entrato a far parte della campagna femminista in Corea del Sud e dei movimenti “Escape the Corset” e #MeToo. La vicenda, infatti, racconta le difficoltà, i pregiudizi e la sofferenza di una donna, Kim Ji-young, che dopo la nascita della figlia inizia pian piano a cambiare personalità. Negli incontri con lo psichiatra, ripercorrerà l’infanzia e l’adolescenza, ma anche l’età adulta, con tutte le rinunce e le privazioni che ha dovuto subire perché, in quanto donna, il suo desiderio e il suo bisogno non erano mai al primo posto.  

PS: sapevate che questo libro è anche tra quelli consigliati da Namjoon dei BTS?

“Come l’acqua sul fiore di loto” di Hwang Sok-yong

  • Autore: Hwang Sok-yong
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: 심청, 연꽃의 길 (Simcheong, yeonkkochui gil), 2007
  • Edizione italiana: Traduzione di Monica Capuani, Einaudi, 2013

Shim Chong viene venduta a un mercante cinese a soli quindici anni. Mentre si dirige verso questo Paese sconosciuto, il suo nome diventa Lianhua, Fiore di Loto: sarà una concubina, viaggerà per mare e visiterà altri luoghi dell’Asia, si sposerà e resterà vedova. Un’esistenza avventurosa, che si snoda durante un periodo in cui la Cina è a cavallo tra la modernizzazione e il colonialismo, aperta ai rapporti con i paesi occidentali, ma ancora legata a tradizioni che sono destinate, ben presto, a scomparire.

Conoscete o avete già letto qualcuno dei titoli che vi abbiamo consigliato? Siccome sappiamo che non vi saziate mai di letteratura coreana, qui trovate altri 4 libri che abbiamo selezionato per aiutarvi a conoscere questo Paese, attraverso romanzi e raccolte di racconti.

Buona lettura!

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#K-Book: La danzatrice di Seul di Shin Kyung-Sook

Oggi vi porteremo in una corte coreana di fine Ottocento e poi a Parigi, negli stessi anni in cui veniva costruita la Torre Eiffel. Il romanzo di cui vogliamo parlarvi, infatti, è ambientato tra questi due luoghi così distanti e diversi: per la rubrica #K-Book, ecco “La danzatrice di Seul” di Shin Kyung-Sook (titolo originale: Rijin, 리진).

La danzatrice di Seul: la trama del romanzo di Shin Kyung-Sook

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Cosa unisce i destini di due persone? Un solo istante, in cui avviene un incontro casuale, come quello tra Victor e Jin. Lui è un diplomatico francese che sta per essere ricevuto dal re di Corea, lei è una danzatrice e alla corte ci vive fin da quando era bambina. Non ha neppure un vero nome e cognome, perché ha perso entrambi i genitori, e tutti la chiamano damigella Suh. Basta uno sguardo fugace, e Victor si innamora di quegli occhi neri. La saluta in francese, senza pensarci: quando la ragazza risponde nella stessa lingua, con grande naturalezza, l’uomo stenta a crederci. Riesce a scattarle una foto di nascosto, e vive ogni giorno pensando a lei, finché la rivede durante un banchetto: Jin esegue una danza meravigliosa, che lascia tutti i presenti senza parole, sulle note del daegeum, il flauto di bambù coreano. 

Con la follia e il coraggio che spesso caratterizzano gli innamorati, Victor arriva in breve tempo a dichiararsi, chiedendo al re il permesso di sposare la damigella Soh. Un fatto più unico che raro, dal momento che le danzatrici di corte non possono lasciare il palazzo e neppure sposarsi. Appartengono già a un uomo, il sovrano di Corea. Eppure questa volta le cose vanno in modo diverso: la damigella Soh riceve un cognome e un nome, Yi Jin, e a soli ventidue anni lascia la Corea insieme a Victor, nel 1891. Dopo una lunga traversata, i due raggiungono la Francia e si stabiliscono a Parigi, una città che per Jin è tutta da esplorare.

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Lontana da ciò che le è familiare, dagli affetti, dalle abitudini che da sempre hanno scandito la sua vita, è la prima donna coreana che mette piede in Europa. Da quel momento vivrà un’esistenza ricca di appuntamenti mondani, in cui mostrerà la sua arguzia e un’intelligenza acuta, che possiede fin da bambina. L’amore per la letteratura e per quella lingua che già conosce molto bene, grazie agli insegnamenti di padre Blanc e al suo prezioso dizionario francese-coreano, che ha portato con sé, e la presenza di Victor, l’uomo che ha rischiato la sua stessa vita per averla accanto, saranno abbastanza per farla sentire a casa?

Jin dovrà fare i conti con una cultura diversa, per la quale, forse, le sue doti più grandi sono la bellezza e la bravura nella danza: una società in cui, a dispetto del grido rivoluzionario che ancora aleggia per le strade – Liberté, egalité, fraternité – gli uomini e le donne non sono affatto uguali.  

Due mondi che si sfiorano

Ambientato tra la Corea e la Francia sul finire dell’Ottocento, La danzatrice di Seul è molto più della storia di due persone. È il racconto di come due mondi totalmente diversi sono entrati in contatto tra loro, delle incomprensioni, delle enormi differenze e delle assonanze, che ogni tanto è possibile individuare qua e là. Cosa vede, Victor, quando il suo sguardo si posa sulle abitudini coreane, sulla rigida etichetta di corte che, erroneamente, credeva simile a quella cinese, alla quale era abituato, e su tutta la realtà che lo circonda, sulla stessa Jin? Cosa comprende e cosa pensa di aver interpretato, cosa invece gli sfugge?

Straniero in una Corea dove francesi, russi, cinesi e giapponesi sono mossi da interessi economici e politici, il suo occhio è quello di un osservatore curioso, di un giovane che ha già visto altri luoghi dell’Asia: il suo cuore e la sua fedeltà appartengono alla madrepatria

All’apparenza, l’atteggiamento di Victor sembra aperto e spesso di sincera ammirazione per quel Paese quasi sconosciuto. Ma pian piano emergono altri dettagli, che incasellano l’uomo in un posto più scomodo e proiettano sulla sua figura le ombre dell’imperialismo e di una concezione totalmente eurocentrica del mondo. Così la Corea, come prima la Cina, dove aveva lavorato per anni, diventano due luoghi esotici e misteriosi, dai quali Victor porta via pezzi d’arte e libri antichi dall’inestimabile valore, con quel gusto tipico del collezionista che batte il territorio alla ricerca della rarità.

Sarà la vita parigina a portare queste riflessioni, non solo nel lettore, ma anche in Jin che, pur estasiata dai capolavori del Louvre, domanderà a Victor il perché di ogni statua e ogni manufatto egizio o greco. La risposta dell’uomo servirà a spiegare anche il suo approccio alle questioni di politica internazionale: in Francia, a suo parere, quelle statue sono al sicuro, custodite meglio rispetto a quanto accadrebbe nel luogo da cui arrivano. Ci sono luoghi su cui vale la pena mettere le mani, soltanto per ribadire e consolidare il proprio potere, e spesso soltanto finché ci sono interessi in ballo. 

Un francese e una coreana, prima che un uomo e una donna 

Pur avendo vissuto sulla sua pelle cosa voglia dire essere uno straniero, Victor non comprende fino in fondo i sentimenti di Jin. È lui stesso ad affermare, per esempio, che durante la permanenza in Corea non era così infastidito dal fatto che tutti lo guardassero.

Jin, invece, si sente come le opere del Louvre: trapiantata in un luogo che le piace ma non le appartiene, e soprattutto, che la accetta solo perché veste abiti in stile parigino e parla correntemente la lingua.

L’unico altro coreano che vive a Parigi, Hong, una vecchia conoscenza di Jin e Victor, le rimprovera proprio questo, di aver dimenticato il suo Paese, cosa che invece lui non ha fatto. In ogni occasione, infatti, continua a indossare il tradizionale abito coreano

Jin, che per lungo tempo non aveva avuto neppure un cognome, cercherà se stessa con affanno, tra i vicoli di Parigi e in seguito avrà modo di riflettere su come alcune idee avessero pesato anche sul suo sguardo, che vedeva in Victor un francese e in lei una coreana, prima di vedere un uomo e una donna. 

Shin Kyung-Sook e la vera storia di Yi Jin

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Shin Kyung-sook – via website

Shin Kyung-Sook è un’autrice contemporanea di cui vi avevamo già parlato il mese scorso. Tra i 4 libri per scoprire la letteratura coreana, infatti, c’era anche il suo “Prenditi cura di lei”, per il quale Shin ha vinto nel 2012 il Man Asian Literary Prize, un riconoscimento che non era mai andato a una scrittrice, e che neppure la Corea del Sud aveva mai ricevuto. 

La storia di Jin è ispirata a un personaggio realmente esistito, di cui Shin ha trovato traccia in un libro sulla dinastia Joseon: un testo lungo appena una pagina e mezza, in cui si parlava di un diplomatico francese che si era innamorato di una danzatrice di corte coreana. Shin non ha trovato altri riferimenti alla vicenda in nessuno degli archivi e dei libri consultati, ma ha deciso di mettere la sua penna al servizio di quella donna vissuta alla fine dell’Ottocento, e di usare la fantasia per riempire i vuoti. 

“La danzatrice di Seul”, infatti, non è un romanzo storico. A dirlo è la stessa autrice, nella bellissima postilla che chiude il libro. È un romanzo che racconta una storia, quella di Jin, ambientata in un preciso momento temporale ricostruito in modo fedele, ma lasciando spazio ai personaggi. Le scelte narrative, infatti, sono fatte sulla base della direzione che le loro vite di ognuno di loro possono e vogliono prendere: la priorità della scrittrice è anche assegnare a tutti quanti delle caratteristiche profondamente umane, che a volte, almeno sulla carta, potrebbero non incastrarsi alla perfezione con il ruolo che ricoprono.

È il caso della regina Min, una donna di cui l’autrice sottolinea paure e gelosie, sentimenti forse meno nobili di quelli che si addicono a una sovrana, ma più autentici. Un personaggio a cui è affidata una riflessione che riprende un tema sempre presente nel libro:

Mi pare di capire che nascere donna è una tragedia laggiù in Francia come lo è qui da noi.

Caratterizzato da una scrittura leggera e delicata come i passi di Jin, “La danzatrice di Seul” è un romanzo in cui non mancano la durezza, la violenza, lo scontro.

A noi è piaciuto molto: e voi? L’avete letto? Fateci sapere cosa ne pensate! Al prossimo appuntamento!

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#K-book: 4 libri per scoprire la letteratura coreana

Ed eccoci al secondo appuntamento con #K-book, la nostra rubrica dedicata agli autori coreani, in cui vi consigliamo alcune letture per portarvi alla scoperta di un panorama letterario che sta destando sempre più interesse. Dopo avervi parlato di “Pachinko – La moglie coreana”, il romanzo di Lee Min Jin che ha ispirato l’omonima serie in onda su Apple tv+ (a proposito, quanti di voi la stanno guardando?), oggi vi presentiamo quattro titoli che appartengono a generi ma soprattutto epoche storiche differenti. Dai racconti scritti tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, alle fiabe tradizionali, dagli anni Sessanta fino ad arrivare alla Corea dei giorni nostri.

“I racconti di Ou” di Yu Mongin

Credits to Carocci Editore
  • Autore: Yu Mongin (유몽인)
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: “Eou yadam”, (어우야담), XVII sec.
  • Edizione italiana: Traduzione di Antonietta L. Bruno, Carocci Editore, 2019

Yu Mongin è vissuto tra la seconda metà del 1500 e i primi decenni del secolo successivo. Noto anche come Ou, è a lui che si deve la tradizione del genere yadam, di cui fanno parte racconti su personaggi che affrontano determinati eventi storici. 

Sull’anno della pubblicazione non si hanno notizie certe. Il tema della raccolta, pubblicata come “I racconti di Ou” e tradotta da una versione uscita nel 1964, comprende le vicende legate ai conflitti sia sociali che politici avvenuti tra la fine del primo e l’inizio del secondo periodo Joseon, epoca in cui visse l’autore. Quest’opera è diventata un vero e proprio classico della letteratura coreana; una delle storie incluse nel volume ha ispirato il drama fantasy “The legend of the Blue Sea”, in cui una sirena si ritrova nella moderna Seoul.

“Fiabe e storie coreane” di Maurizio Riotto

Credits to Franco Muzzio Editore
  • Autore: Maurizio Riotto
  • Anno di pubblicazione: 2001
  • Edizione: Franco Muzzio Editore 

Le fiabe rappresentano una parte fondamentale della cultura di ogni Paese. Anche la Corea vanta una lunga tradizione di questi racconti legati al folklore: storie in cui si intrecciano la visione della famiglia, il legame con la natura e gli animali, la rigida struttura della società, l’aspetto spirituale legato ai culti sciamanistici. Questo volume, scritto da un grande orientalista, Maurizio Riotto, che insegna Storia della Corea e Culture Comparate alla Anyang University, raccoglie molte fiabe mai che finora non erano ancora state tradotte in italiano: è un testo di grande interesse sia per chi vuole avvicinarsi alla cultura e alla letteratura coreane, sia per chi invece conosce già molti autori classici e contemporanei. È un libro unico, che aiuta a conoscere e comprendere il substrato su cui si è sviluppata, nel corso dei secoli, la tradizione letteraria della Corea del Sud. 

“L’infinito mare dei vent’anni” di Hwang Seok-yeong

Credits to O barra O edizioni
  • Autore: Hwang Seok-yeong (황석영)
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: “Gaebapbaragibyeol” (개밥바라기별), 2008
  • Edizione italiana: traduzione di Andrea De Benedittis, O barra O edizioni, 2021

“L’infinito mare dei vent’anni” procede per giustapposizioni di ricordi, attraverso una serie di flashback che riguardano sia la vita di Chun che dei suoi amici. Siamo in Corea del Sud durante gli anni Sessanta, e al protagonista di questo romanzo spettano due giorni di congedo prima di partire per il Vietnam. Chun sa che potrebbe perdere la vita durante il conflitto, sa che le vere ragioni per cui combatterà sono molto diverse da quelle propagandate dagli americani, si interroga sulla vita e su se stesso, alla ricerca di un senso. Un romanzo di formazione in cui ogni racconto e ogni riflessione sono di grande realismo, e in cui le voci dei diversi personaggi costruiscono un’unica trama che lascia emergere le contraddizioni della società sudcoreana dell’epoca.

Il libro è ispirato alla storia personale dell’autore, che ha combattuto in Vietnam nel corpo di spedizione a supporto delle truppe americane.

“Prenditi cura di lei” di Shin Kyung-sook

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Credits to Neri Pozza
  • Autore: Shin Kyung-sook (신경숙)
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: “Eommareul Butakhae” (엄마를 부탁해), 2008
  • Edizione italiana: traduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi, Neri Pozza, 2011

“Prenditi cura di lei” è un romanzo che parla della famiglia, soprattutto del rapporto tra madre e figlia, attraverso una vicenda in cui veniamo immersi fin dal primo istante di lettura. Il libro, infatti, inizia quando l’evento cruciale della narrazione è già accaduto: Park So-nyo, una donna di quasi settant’anni, è scomparsa in mezzo alla folla dell’ora di punta in una stazione della metropolitana. Suo marito, che l’ha accompagnata a Seoul per fare visita ai due figli, all’improvviso non l’ha più vista accanto a sé e non ha modo di rintracciarla. Mentre nessuno di loro sa cosa fare per ritrovare So-nyo, tutti quanti iniziano a ripercorrere la vita familiare e il rapporto con lei. I due figli, nelle prime parti del romanzo, poi il marito, per lasciare spazio, nel finale, proprio alla voce della donna. 

Un libro toccante e affatto banale, che esplora le sfaccettature del ruolo ricoperto dalla donna e del suo spirito di sacrificio, ma analizza anche i rapporti tra genitori e figli, tra moglie e marito, alla ricerca delle verità nascoste, di tutto ciò che non sappiamo delle persone, neppure quando abbiamo condiviso con loro tutta la vita.

Speriamo che i nostri consigli di lettura vi siano piaciuti. Fateci sapere se avete letto qualcuno di questi libri e quali sono i vostri preferiti. Al prossimo appuntamento con #K-book!

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#K-book: “Pachinko” – La moglie coreana

Benvenuti al primo appuntamento di #K-book, una rubrica originale di Mondocoreano, incentrata interamente su libri di autori coreani consigliati dalla redazione!

Giusto qualche giorno fa è uscito ufficialmente “Pachinko”, K-drama che vede il ritorno sugli schermi di Lee Min Ho, e potevamo non cogliere l’occasione per parlarvi dell’omonimo libro dal quale è tratto?

Certo che no! Ovviamente vorremmo parlarvi di questo libro senza fare troppi spoiler, lasciandovi il piacere della lettura: partiamo allora da alcune considerazioni sui personaggi e le loro vicende.

“La Storia ci ha traditi, ma non importa”

Il libro si apre con questa frase: “La Storia ci ha traditi, ma non importa.” e, in effetti, fin da subito, è chiaro che i protagonisti di Lee Min Jin sono persone semplici, che possiedono poco o niente e che spesso non sanno neppure leggere: insomma, persone su cui la Storia con la “s” maiuscola sembra accanirsi, per trasformarle in vittime. Ma vittime non sono e, a dirlo, è la stessa autrice in un’intervista per la PBS: sono persone che hanno coraggio, che si danno da fare, che si ingegnano per cavarsela e per dare ai figli la possibilità di riscattarsi, di farcela. E se nessuno ha raccontato di loro è perché hanno lasciato poche tracce sui sentieri che battuti dagli storici. 

Tutto questo accade nelle pagine iniziali di “La moglie coreana”, titolo con cui è stato pubblicato in Italia “Pachinko” di Lee Min Jin (traduzione di Federica Merani, edizioni Piemme): un romanzo storico che si snoda lungo quasi ottant’anni e che racconta ben quattro generazioni, dai genitori di Sunja fino ai suoi nipoti.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza…

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Sunja, la protagonista del romanzo, viene alla luce quando sua madre, Yangjin, ha già perso tre figli e cresce in una famiglia umile che possiede una locanda a Yeongdo, un isolotto non distante dalla città di Pusan, nella Corea del primo Novecento governata dai giapponesi.

Il padre di Sunja, Hoonie, ha il labbro leporino e un piede storto, ma è un uomo buono e generoso, benvoluto da tutti, devoto sia alla moglie che alla figlia ma questi, purtroppo, non avrà vita lunga perché morirà a causa della tubercolosi, lasciando Sunja e Yangjin a occuparsi dei pensionanti, con l’aiuto delle altre dipendenti; nella locanda, le giornate di Sunja sono tutte uguali, ore e ore in cui pulisce i pavimenti, lava piatti e vestiti, cucina e serve i pasti.

Poi qualcosa, o meglio, qualcuno, cambia per sempre il corso della sua esistenza: si innamora e si concede senza pensare alle conseguenze, senza sapere che Koh Hansu ha già una moglie e delle figlie in Giappone, a Osaka. Incinta di un uomo che non può sposarla, Sunja sembra avere il destino ormai segnato, ma un altro evento rimescola le carte. Cioè?

Una volta sposatasi con un giovane pastore, che accetta di fare da padre al bambino, sale su un battello che la porterà proprio a Osaka.

La diaspora coreana e la difficile relazione con i giapponesi

Quando arriva a Osaka, Sunja va a vivere con suo marito a casa del cognato e della moglie, che abitano a Ikaino, il ghetto coreano: un dedalo di stradine sporche e case tirate su alla bell’e meglio, in cui spesso persone e animali condividono pochi metri quadri.

La giovane donna deve confrontarsi con i pregiudizi che la società giapponese nutre verso i coreani e che, a volte, sono alimentati anche dagli stessi suo connazionali: è il cognato, infatti, che le raccomanda di non fidarsi dei vicini, di non prestare loro del denaro né offrire loro del cibo, ricordandole che la maggior parte degli abitanti di Ikaino vive di espedienti e non si fa scrupolo a rubare o a commettere altre illegalità. 

In tutti i contesti, per i coreani, la vita è difficile. A scuola e sul lavoro le opportunità non sono le stesse, come sperimenteranno i figli di Sunja, e anche la fatica non sempre porta al riscatto sociale: al tempo stesso, però, un ritorno in Corea è quasi impossibile, a causa della povertà, prima, e poi della situazione politica successiva alla Seconda guerra mondiale.

Se per la maggior parte dei coreani, però, la loro condizione è motivo di astio verso la nazione che li governa, per alcuni il cruccio è invece non essere giapponese, dunque da un lato c’è la consapevolezza che non tutti i giapponesi si comportano male con gli immigrati, ma soprattutto è legittimo chiedersi come debba considerarsi chi appartiene alla seconda o terza generazione: poiché il romanzo copre un arco temporale molto ampio, c’è modo anche di parlare dei coreani nati in altri paesi (la stessa autrice è cresciuta negli Stati Uniti), che fanno ritorno in Asia.

In questo contesto vale la pena ricordare una riflessione fatta, sul finale, da uno dei protagonisti:

L’identità di una persona non dipende solo dal sangue.” 

Il pachinko e le sale da gioco

Dal momento che molti lavori sono preclusi agli immigrati, molti coreani entrano in contatto con la yakuza o si dedicano ad attività ritenute losche, pericolose, non da gente perbene.

Una di queste è la gestione delle sale di pachinko ed ecco che entra in ballo anche ciò che dà il titolo originale al libro. Cos’è il pachinko?

Il pachinko è un gioco d’azzardo giapponese che si pratica con una macchina simile al flipper e che si è diffuso subito dopo la guerra, nella seconda metà del Novecento: fa il suo ingresso nella seconda metà del libro e diventa man mano sempre più presente, perché diversi personaggi sono coinvolti nella gestione delle sale.

Un business che può assicurare ricchezza e donne a chi è disposto a rischiare tutto e che rappresenta un po’ la metafora della vita: in fondo, proprio come nel gioco d’azzardo, si può vincere o perdere qualunque cosa in un istante.

L’autrice di “Pachinko”: Lee Min Jin

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La scrittrice Lee Min Jin (이민진) è nata a Seoul nel 1958, ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 1976, insieme alla sua famiglia. Ha studiato storia alla Yale University e legge alla Georgetown University, e ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2004, “Axis of happines”, per la quale ha ricevuto il premio del Narrative Magazine. Nel 2007 debutta come romanziera con “Free food for millionaires” (“Amori e pregiudizio”, nella traduzione italiana del 2008), che racconta la comunità coreana di New York attraverso le vicende delle due protagoniste. Sebbene il romanzo sia diventato subito un best seller, abbia ricevuto un’accoglienza calorosa e numerosi riconoscimenti, è con “Pachinko”, del 2017, che Lee Min Jin si fa conoscere al grande pubblico dei lettori internazionali. Alcune vicende e idee di questo libro erano già state scritte da Lee Min Jin in un racconto breve uscito nel 2002, intitolato “Motherland”.

Dal romanzo alla serie tv: “Pachinko” arriva su Apple tv+

  • Genere: Drama
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 8
  • Cast principale: Lee Min-ho, Jin Ha, Anna Sawai, Minha Kim, Soji Arai, Kaho Minami 

Il 25 marzo è andato in onda su Apple tv+ il primo episodio di “Pachinko”, tratta dal romanzo di Lee Min Jin, una produzione con un budget che in pochi potevano permettersi: rispetto al libro, in cui le vicende sono narrate secondo un andamento lineare, ha una narrazione in cui le diverse storie di intrecciano e le linee temporali si sovrappongono. Ma la vera particolarità (e una delle sfide per tutti quelli che vi hanno lavorato) è che è recitato in tre lingue: coreano, giapponese e inglese.

Per concludere, a noi sono piaciuti sia il romanzo che i primi episodi della serie e, nonostante sia un libro di oltre 500 pagine, la voglia di scoprire cosa succederà le fa scorrere molto veloci. Voi lo avete letto? Cosa ne pensate?