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#K-book: “Pachinko” – La moglie coreana

Recensione

Benvenuti al primo appuntamento di #K-book, una rubrica originale di Mondocoreano, incentrata interamente su libri di autori coreani consigliati dalla redazione!

Giusto qualche giorno fa è uscito ufficialmente “Pachinko”, K-drama che vede il ritorno sugli schermi di Lee Min Ho, e potevamo non cogliere l’occasione per parlarvi dell’omonimo libro dal quale è tratto?

Certo che no! Ovviamente vorremmo parlarvi di questo libro senza fare troppi spoiler, lasciandovi il piacere della lettura: partiamo allora da alcune considerazioni sui personaggi e le loro vicende.

“La Storia ci ha traditi, ma non importa”

Il libro si apre con questa frase: “La Storia ci ha traditi, ma non importa.” e, in effetti, fin da subito, è chiaro che i protagonisti di Lee Min Jin sono persone semplici, che possiedono poco o niente e che spesso non sanno neppure leggere: insomma, persone su cui la Storia con la “s” maiuscola sembra accanirsi, per trasformarle in vittime. Ma vittime non sono e, a dirlo, è la stessa autrice in un’intervista per la PBS: sono persone che hanno coraggio, che si danno da fare, che si ingegnano per cavarsela e per dare ai figli la possibilità di riscattarsi, di farcela. E se nessuno ha raccontato di loro è perché hanno lasciato poche tracce sui sentieri che battuti dagli storici. 

Tutto questo accade nelle pagine iniziali di “La moglie coreana”, titolo con cui è stato pubblicato in Italia “Pachinko” di Lee Min Jin (traduzione di Federica Merani, edizioni Piemme): un romanzo storico che si snoda lungo quasi ottant’anni e che racconta ben quattro generazioni, dai genitori di Sunja fino ai suoi nipoti.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza…

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Sunja, la protagonista del romanzo, viene alla luce quando sua madre, Yangjin, ha già perso tre figli e cresce in una famiglia umile che possiede una locanda a Yeongdo, un isolotto non distante dalla città di Pusan, nella Corea del primo Novecento governata dai giapponesi.

Il padre di Sunja, Hoonie, ha il labbro leporino e un piede storto, ma è un uomo buono e generoso, benvoluto da tutti, devoto sia alla moglie che alla figlia ma questi, purtroppo, non avrà vita lunga perché morirà a causa della tubercolosi, lasciando Sunja e Yangjin a occuparsi dei pensionanti, con l’aiuto delle altre dipendenti; nella locanda, le giornate di Sunja sono tutte uguali, ore e ore in cui pulisce i pavimenti, lava piatti e vestiti, cucina e serve i pasti.

Poi qualcosa, o meglio, qualcuno, cambia per sempre il corso della sua esistenza: si innamora e si concede senza pensare alle conseguenze, senza sapere che Koh Hansu ha già una moglie e delle figlie in Giappone, a Osaka. Incinta di un uomo che non può sposarla, Sunja sembra avere il destino ormai segnato, ma un altro evento rimescola le carte. Cioè?

Una volta sposatasi con un giovane pastore, che accetta di fare da padre al bambino, sale su un battello che la porterà proprio a Osaka.

La diaspora coreana e la difficile relazione con i giapponesi

Quando arriva a Osaka, Sunja va a vivere con suo marito a casa del cognato e della moglie, che abitano a Ikaino, il ghetto coreano: un dedalo di stradine sporche e case tirate su alla bell’e meglio, in cui spesso persone e animali condividono pochi metri quadri.

La giovane donna deve confrontarsi con i pregiudizi che la società giapponese nutre verso i coreani e che, a volte, sono alimentati anche dagli stessi suo connazionali: è il cognato, infatti, che le raccomanda di non fidarsi dei vicini, di non prestare loro del denaro né offrire loro del cibo, ricordandole che la maggior parte degli abitanti di Ikaino vive di espedienti e non si fa scrupolo a rubare o a commettere altre illegalità. 

In tutti i contesti, per i coreani, la vita è difficile. A scuola e sul lavoro le opportunità non sono le stesse, come sperimenteranno i figli di Sunja, e anche la fatica non sempre porta al riscatto sociale: al tempo stesso, però, un ritorno in Corea è quasi impossibile, a causa della povertà, prima, e poi della situazione politica successiva alla Seconda guerra mondiale.

Se per la maggior parte dei coreani, però, la loro condizione è motivo di astio verso la nazione che li governa, per alcuni il cruccio è invece non essere giapponese, dunque da un lato c’è la consapevolezza che non tutti i giapponesi si comportano male con gli immigrati, ma soprattutto è legittimo chiedersi come debba considerarsi chi appartiene alla seconda o terza generazione: poiché il romanzo copre un arco temporale molto ampio, c’è modo anche di parlare dei coreani nati in altri paesi (la stessa autrice è cresciuta negli Stati Uniti), che fanno ritorno in Asia.

In questo contesto vale la pena ricordare una riflessione fatta, sul finale, da uno dei protagonisti:

L’identità di una persona non dipende solo dal sangue.” 

Il pachinko e le sale da gioco

Dal momento che molti lavori sono preclusi agli immigrati, molti coreani entrano in contatto con la yakuza o si dedicano ad attività ritenute losche, pericolose, non da gente perbene.

Una di queste è la gestione delle sale di pachinko ed ecco che entra in ballo anche ciò che dà il titolo originale al libro. Cos’è il pachinko?

Il pachinko è un gioco d’azzardo giapponese che si pratica con una macchina simile al flipper e che si è diffuso subito dopo la guerra, nella seconda metà del Novecento: fa il suo ingresso nella seconda metà del libro e diventa man mano sempre più presente, perché diversi personaggi sono coinvolti nella gestione delle sale.

Un business che può assicurare ricchezza e donne a chi è disposto a rischiare tutto e che rappresenta un po’ la metafora della vita: in fondo, proprio come nel gioco d’azzardo, si può vincere o perdere qualunque cosa in un istante.

L’autrice di “Pachinko”: Lee Min Jin

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La scrittrice Lee Min Jin (이민진) è nata a Seoul nel 1958, ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 1976, insieme alla sua famiglia. Ha studiato storia alla Yale University e legge alla Georgetown University, e ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2004, “Axis of happines”, per la quale ha ricevuto il premio del Narrative Magazine. Nel 2007 debutta come romanziera con “Free food for millionaires” (“Amori e pregiudizio”, nella traduzione italiana del 2008), che racconta la comunità coreana di New York attraverso le vicende delle due protagoniste. Sebbene il romanzo sia diventato subito un best seller, abbia ricevuto un’accoglienza calorosa e numerosi riconoscimenti, è con “Pachinko”, del 2017, che Lee Min Jin si fa conoscere al grande pubblico dei lettori internazionali. Alcune vicende e idee di questo libro erano già state scritte da Lee Min Jin in un racconto breve uscito nel 2002, intitolato “Motherland”.

Dal romanzo alla serie tv: “Pachinko” arriva su Apple tv+

  • Genere: Drama
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 8
  • Cast principale: Lee Min-ho, Jin Ha, Anna Sawai, Minha Kim, Soji Arai, Kaho Minami 

Il 25 marzo è andato in onda su Apple tv+ il primo episodio di “Pachinko”, tratta dal romanzo di Lee Min Jin, una produzione con un budget che in pochi potevano permettersi: rispetto al libro, in cui le vicende sono narrate secondo un andamento lineare, ha una narrazione in cui le diverse storie di intrecciano e le linee temporali si sovrappongono. Ma la vera particolarità (e una delle sfide per tutti quelli che vi hanno lavorato) è che è recitato in tre lingue: coreano, giapponese e inglese.

Per concludere, a noi sono piaciuti sia il romanzo che i primi episodi della serie e, nonostante sia un libro di oltre 500 pagine, la voglia di scoprire cosa succederà le fa scorrere molto veloci. Voi lo avete letto? Cosa ne pensate?

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