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Lezioni di storia coreana: la Corea del ‘900

Benvenuti al terzo episodio di “Lezioni di storia coreana“, la rubrica di Mondocoreano per gli amanti della storia e per chi vuole saperne di più su questo fantastico paese che è la Corea del sud!

Come visto nelle precedenti puntate, la storia della penisola coreana è costellata di alti e bassi, di periodi di grande splendore e periodi di buio e disperazione e, proprio in ragione di ciò, non possiamo non parlare di un capitolo fondamentale per lo sviluppo contemporaneo e moderno della – attuale – Repubblica di Corea. A cosa ci riferiamo?

Ovviamente alludiamo all’occupazione giapponese, ma proviamo a ricostruire piano piano tutti i tasselli di questa storia.

Periodo storico

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Soldati giapponesi arrivano a Seoul, Korea, durante la guerra russo-giapponese (1904-1905 circa), credits to yooniqimages

Quando parliamo dell’occupazione giapponese della Corea ci riferiamo ad un arco temporale che va dal 1910 fino al 1945 e rappresenta uno dei momenti più tristi e dolorosi della storia coreana, durante il quale gli abitanti persero, nel corso degli anni, quell’indipendenza che avevano faticosamente raggiunto durante l’epoca Joseon.

Possiamo dividere i 35 anni di colonizzazione nipponica, in 3 fasi distinte:

  1. Primo periodo (1910-1920);
  2. Secondo periodo (1920-1930);
  3. Quindicennio finale (1930-1945);

Il primo periodo: gli anni ’10 del 900

Nel primo periodo, noto tristemente per la crudele repressione generale verso il popolo coreano, i giapponesi cercarono di distruggere l’orgoglio coreano sfruttando le risorse del Paese e cercando di colonizzare sempre di più la penisola: in questi anni venne instaurato un vero e proprio Stato di polizia al fine di reprimere e punire ogni sorta di ribellione da parte del popolo colonizzato. Cosa intendiamo con “stato di polizia”?

Lo stato di polizia è un’evoluzione dello stato assoluto, concetto che ha visto i suoi albori a partire dalle Grandi monarchie del 1700 in Europa (in particolare con Maria Teresa d’Austria e con Federico il Grande), e che ha come caratteristiche generali il raggiungimento del benessere dei cittadini tramite una fortissima centralizzazione dei poteri dello stato.

In risposta alla forte oppressione dei giapponesi all’interno del Paese, si formarono piano piano, al di fuori della Corea, delle associazioni patriottiche coreane, unite dal desiderio di liberare il Paese dalla furia nipponica.

Con la fine della Grande Guerra, i coreani videro nella Russia un possibile aiuto nella lotta contro i giapponesi e in questo clima di entusiasmo, ma anche di incertezze e paure, nacque il cosiddetto “Movimento del 1° marzo” per l’indipendenza del Paese (Samil undong).

Nel frattempo, il 22 gennaio 1919 morì l’ex re coreano Kojong e iniziò presto a circolare la voce che fosse stato avvelenato da un soldato giapponese e, ovviamente, questo non fece altro che aumentare notevolmente il malcontento all’interno del Paese e i capi della resistenza coreana ne approfittarono per unirsi ancora di più contro il nemico comune; il 1° marzo 1919 ci fu la lettura in piazza della dichiarazione di indipendenza davanti a una folla numerosissima che si sparse per le strade della capitale inneggiando all’indipendenza: purtroppo, però, la repressione fu brutale e migliaia di cittadini coreani vennero uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre altri vennero rinchiusi in loculi senza uscita, lasciati morire tra le fiamme, così come vennero bruciate case, scuole e chiese.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Manifestazione del 1° Marzo 1919, una delle prime manifestazioni apertamente contro l’occupazione nipponica, credits to pilgrimwithapassport

Mai, fino ad allora, c’era stata una reazione così violenta ai danni del popolo coreano e il Giappone mostrò il suo lato più brutale e razzista e si pensa, infatti, che alla fine ci furono quasi 10.000 morti, 15.000 feriti e più di 50.000 imprigionati e, purtroppo, la natura pacifica della protesta coreana servì a ben poco, anzi tutto ciò aveva portato al massacro generale di un Paese che aveva cercato di tornare a splendere come una volta.

I coreani, però, non si lasciarono abbattere dalla brutalità e dai massacri messi in atto dai nipponici, infatti, la resistenza continuò nel suo durissimo percorso e il 10 aprile 1919 venne costituito a Shanghai un governo provvisorio coreano mentre i coreani esuli in Manciuria attaccavano le unità giapponesi: se, da una parte, il governo provvisorio avviava attività diplomatiche col resto del mondo, la lotta armata della resistenza, riprese più forte che mai.

Il secondo periodo: gli anni ’20 del 900

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Seoul, Korea, durante il periodo d’occupazione giapponese, credits to OoCities

Il decennio che venne a seguire, visti gli esiti del primo periodo, non prometteva nulla di buono, eppure, il Giappone decise di ridurre in parte la propria dominazione in terra coreana e questo fu l’inizio della cosiddetta “politica illuminata”, in cui vennero usati metodi più umani e data qualche concessione in più ai colonizzati, permettendo addirittura a qualche coreano di entrare nei ruoli dell’amministrazione, venne anche consentita la stampa di quotidiani coreani (seppur sotto parziale censura), che ancora oggi esistono e sono tra i maggiori quotidiani della Corea. Quali sono questi giornali?

Il Chosun Ilbo (조선 일보, 朝鮮 日報)!

Comunque, nonostante queste piccole concessioni date ai coreani, questi furono gli anni in cui il Giappone, provato anche dalla prima guerra mondiale, sfruttò al massimo le risorse coreane, sarà infatti in questo periodo che la Corea diventerà il “Granaio del Sol Levante”, con le sue industrie e la manodopera a basso costo, fornita dai lavoratori locali, non a caso, in questi anni, molti coreani, in preda alla disperazione, emigreranno in Manciuria e nello stesso Giappone per fuggire alla dominazione nipponica.

In questi anni, l’odio tra le due etnie divenne sempre più grande e la lotta armata continuò per tutto il decennio, insieme a quella politica. Il 1° settembre 1923 Tokyo fu gravemente danneggiata da un terremoto e i nipponici sfogarono la loro rabbia e frustrazione facendo strage dei coreani presenti sulla loro terra.

La “politica illuminata” fu un fallimento e il decennio si chiuse in un turbinio di violenza.

Il quindicennio finale: gli anni dal 1930 al 1945

Questi ultimi 15 anni segnarono l’ultima fase del dominio giapponese in terra coreana, fu il periodo dell’alleanza col nazi-fascismo e di un Giappone più che mai imperialista e nazionalista: in questi anni i nipponici tenteranno di allargare sempre di più i loro confini, con la conquista della Manciuria nel 1931 e la repressione sui coreani divenne sempre maggiore.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Soldato giapponese colto mentre si prende gioco – forse – di due anziani coreani, credits to imgur

Questa volta, però, i coreani non si fermarono alla semplice guerriglia e presero anche loro a rispondere alla violenza giapponese con altra violenza, dando il via ad una serie di attentati e, uno dei più importanti, fu quello ai danni dell’imperatore giapponese Hirohito a Tokyo e, poco più tardi, seguì quello a un ambasciatore giapponese in Manciuria, da parte di una donna coreana sessantenne, che una volta catturata, si lasciò morire di fame in cella.

A questo punto i giapponesi, stanchi delle rivolte da parte dei coreani, iniziarono ad attuare una repressione forzata, volta ad annullare completamente l’identità coreana, un’autentica operazione di “pulizia etnica”, infatti i programmi didattici nelle scuole cambiarono drasticamente dando maggiore importanza allo studio della lingua giapponese e anche alla conoscenza della storia, secondo i canoni giapponesi, e si arrivò al punto che fu vietato completamente l’uso della lingua coreana in pubblico: anche la religione, subì delle conseguenze, infatti dal 1935 in poi, tutti i coreani dovevano seguire le cerimonie Shinto e questo, ovviamente, portò all’ennesimo malcontento che sfociò in ribellione da parte dei fedeli dell’altro credo e, anche in questo caso, la punizione dei nipponici non tardò ad arrivare e molti sacerdoti vennero arrestati ed espulsi i missionari.

Slogan come “Nissen yuwa” (armonia fra Giappone e Corea) e “Naisen ittai” (Giappone e Corea, una sola nazione) non facevano che confermare l’estrema ipocrisia e, allo stesso tempo, ferocia del popolo colonizzatore che non aveva alcuna intenzione di allentare la presa e lasciare libertà ai cittadini schiavizzati, ormai allo stremo delle forze.

Gli ultimi anni del dominio giapponese furono, forse, quelli più drammatici: nel 1937 scoppiò la guerra tra Giappone e Cina, vennero arruolati soldati coreani che, volenti o nolenti, dovevano combattere al fianco dei nuovi padroni, contro un nemico che non era il loro, così come tutti i soldati coreani furono costretti ad assumere nomi giapponesi; nello stesso periodo (intorno al 1939), tutti i giornali in lingua coreana furono soppressi, ad eccezione di uno, il “Maeil Sinbo” (Nuovo quotidiano).

Nel 1941, con l’attacco a Pearl Harbor, il Giappone entrò ufficialmente nel secondo conflitto mondiale e non mancò occasione per infierire ancora sul popolo coreano, infatti in questi anni migliaia di donne vennero sequestrate e usate per soddisfare i piaceri personali dei soldati giapponesi: si parla in proposito delle “comfort women”, termine vivo ancora oggi in Oriente e utilizzato dal popolo coreano che rivendicava la propria dignità e libertà, completamente distrutta in quei drammatici anni.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Un gruppo di “comfort women” appena reclutate, credits to pilgrimwithapassport

NB: lo sapevate che è ancora in corso una questione legale (e sociale, prevalentemente) secondo la quale il popolo coreano vorrebbe essere risarcito dal Giappone per i danni subiti?

Con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki terminò l’oppressione dei giapponesi sulla Corea che, piano piano, lasciarono il paese e, il 15 agosto 1945, finalmente la Corea poté ritenersi libera dai colonizzatori: una libertà amarissima, costata milioni di vittime e che lasciò profonde cicatrici, sul popolo coreano, oppresso per più di 30 anni.

23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Abitanti di Seoul esultano e festeggiano per strada la liberazione dall’occupazione giapponese insieme ai prigionieri del carcere di Seodaemun appena liberati (15 Agosto 1945), credits to fmkorea

Se siete curiosi di sapere come hanno reagito gli artisti moderni e le nuove generazioni a questo triste periodo della storia coreana, passate a dare un’occhiata alla nostra rubrica #Hipstory dove potrete trovare un episodio dedicato interamente al Movimento del primo marzo e all’indipendenza coreana visto tramite gli occhi dell’artista hip-hop Bewhy!

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16/04/2014: il naufragio del Sewol

Breve introduzione all’argomento

Il 16 Aprile 2014 è una data fondamentale per la storia contemporanea coreana, data passata tristemente alla storia a seguito del naufragio della nave Sewol ed è ricordato come uno dei più grandi naufragi mai avvenuti in Corea e, soprattutto, uno degli eventi più disastrosi accaduti in tempi di pace.

A causa del naufragio perderanno la vita 304 persone, 250 dei quali erano studenti della Danwon High School di Ansan e i 172 sopravvissuti verranno tratti in salvo prevalentemente da pescherecci e navi civili, arrivate sul luogo almeno 40 minuti prima della Korean Coast Guard (해양경찰청, Haeyang-gyeongchal-cheong).

This aerial image shows part of the damaged Sewol ferry between two barges during a salvage operation Thursday.
Immagini aeree delle operazioni di recupero del Sewol avvenute nel 2017 (Credits to AFP/Getty Images)

Ricostruzione dell’evento

naufragio-korea

Il Sewol (세월) era un traghetto costruito in Giappone nel 1994, nel 2012 verrà acquistato dalla Cheonghaejin Marine Company e, a seguito di ciò, subirà delle modifiche rivelatesi poi illegali.

Il traghetto ha iniziato ad essere attivo il 15 Marzo del 2013, compiendo tre viaggi a settimana dal porto di Incheon all’isola di Jeju, tragitto di 425 km e della durata di 13 ore e mezza.

Il Sewol, al momento della partenza, trasportava 443 passeggeri, 33 membri dell’equipaggio e 185 macchine, per un totale di 2,142.7 tonnellate di carico, nonostante il peso massimo consentito fosse pari a 987 tonnellate: il carico che non rientrava in quello consentito non era stato adeguatamente messo in sicurezza e questo squilibrio di peso sarà una tra le tante motivazioni che porteranno all’infausto evento.

La partenza del Sewol avverrà alle ore 09:00 p.m. KST del 15 Aprile 2014 e, per buona parte della navigazione, tutto andrà secondo i piani; tuttavia, a circa tre quarti di viaggio, avverrà qualcosa che darà il via alla concatenazione di eventi che porteranno al naufragio: alle ore 08:27 a.m. KST, mentre il Sewol entra nel canale di Maenggol, l’ufficiale di coperta Park ordinerà al timoniere Cho di correggere la rotta da 135 a 140 gradi.

A questo punto, però, la vicenda inizierà a farsi confusionaria perché verranno presentate due versioni differenti degli avvenimenti che, all’esito delle indagini, permetteranno alla Corte di concludere che i tentativi di Cho hanno portato la nave ad affrontare una svolta di 15 gradi per 40 secondi e che Cho (spaventato dall’eccessiva velocità della nave nella risposta ai comandi quando gli era stato dato l’ordine da Park di cambiare la rotta di 145 gradi) stesse già cercando di svoltare a sinistra quando ha ricevuto le altre indicazioni dall’ufficiale di coperta, portando la prua della nave a girare rapidamente a destra.

Il susseguirsi di brusche manovre porterà buona parte del carico del Sewol a spostarsi su un lato, implicando la perdita di tutta la forza di reazione della nave, permettendo così all’acqua di fluire dentro tramite i portelloni laterali per l’ingresso delle automobili e del carico localizzati nella poppa. Ma dov’era, in tutto questo trambusto, il capitano della nave?

Il Capitano Lee, nel frattempo, si trovava nella sua cabina ma, una volta sentito dell’incidente, si precipiterà sul ponte di comando della nave, raggiunto poco dopo dal resto dell’equipaggio e sarà all’incirca in questo momento che il timoniere Cho spegnerà i motori dell’imbarcazione, lasciando che questa andasse alla deriva.

Mentre il Sewol iniziava ad affondare, i membri dell’equipaggio e il Capitano Lee ordineranno ai passeggeri tramite l’interfono della nave di rimanere fermi perché ogni minimo movimento sarebbe potuto essere pericoloso e, contestualmente, verrà effettuata la prima chiamata al numero nazionale di emergenza da Choi Duk-ha, uno studente della Danwon presente sul traghetto: l’equipaggio procederà con le dovute chiamate d’emergenza al servizio di assistenza al traffico marittimo o VTS soltanto qualche minuto dopo.

Di lì in poi inizierà un “botta e risposta” tra la Guardia Costiera e il Sewol circa lo status dell’imbarcazione, dei passeggeri e le procedure da seguire: alle 08:57 a.m. KST la Guardia costiera invierà il pattugliatore No. 123 sulla scena e lo incaricherà di seguire le procedure della Guardia costiera per il salvataggio dei passeggeri.

Questo passa parola di informazioni proseguirà fino alle 09:38 a.m. KST, quando si interromperanno definitivamente le comunicazioni tra la nave e il VTS: nel frattempo, qualche minuto prima lo stesso servizio di assistenza esorterà il Capitano a prendere una rapida decisione sul da farsi e questi ribadirà, un’ultima volta, l’ordine di rimanere fermi, ordine che condannerà definitivamente a morte buona parte dei passeggeri.

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Alle 09:46 a.m. KST il Capitano Lee e parte del suo equipaggio verrà tratto in salvo, abbandonando la nave e i suoi passeggeri al loro triste destino.

Le successive operazioni di recupero dei corpi delle vittime e dei loro oggetti da restituire a genitori e amici verranno condotte prevalentemente da sommozzatori civili, lasciati da soli nell’esecuzione di queste difficilissime e pericolose operazioni: il 10 Luglio 2014 il governo ordinerà improvvisamente ai sub di interrompere il tutto e di abbandonare il sito.

Cause principali del naufragio

Ma quindi, quali sono le cause di questo terribile incidente?

Per quanto cercare un solo colpevole sia – sostanzialmente – impossibile, siamo in grado, anche grazie alle indagini e ai processi che si sono svolti, di individuare alcune motivazioni che hanno portato a questo esito, innanzitutto possiamo imputare alla pericolosità della zona di mare del canale di Maenggol un primo motivo che avrebbe dovuto comportare una maggiore attenzione nella navigazione.

Purtroppo, però, in questo caso le cause e gli errori umani sono sicuramente quelli che hanno maggiormente influito nella determinazione degli eventi, partendo dalle modifiche inopportune al progetto originale del traghetto e al difetto nel meccanismo di governo del timone (informazione che era stata fatta presente dal Capitano Lee il 1 Aprile di quello stesso anno ma che era stata completamente ignorata dalla compagnia che gestiva la manutenzione della nave).

Un altro errore umano è stato quello commesso dall’ufficiale di coperta Park e dal timoniere Cho, dovuto all’improvvisa e irragionevole virata a tribordo tra le 08:48 e le 08:49 che ha causato lo scivolamento del carico a babordo (= sinistra) e a ciò si deve aggiungere la totale inesperienza e inadeguatezza dell’equipaggio nelle situazioni emergenziali: un’indagine sulla contabilità della Chonghaejin ha rivelato, poi, che l’azienda avesse speso appena 521 dollari per l’addestramento dell’equipaggio, comprese le esercitazioni per le evacuazioni.

I ritardi nelle operazioni di salvataggio rientrano sicuramente tra le concause di questa tragedia, infatti è stato notato come una maggiore repentinità nell’attivazione delle operazioni avrebbe sicuramente portato in salvo molte più persone rispetto ai numeri effettivi ma in questo caso si inserisce un’altra componente, cioè quella dell’insensatezza dell’ordine di rimanere a bordo da parte del Capitano Lee, ordine che è stato eseguito ad occhi chiusi dai passeggeri: da questa dinamica è stato, poi, tratto un articolo di critica sociale da parte del giornale Korea Times dal titolo Culture can’t explain it all, nel quale si affronta il ruolo della cultura e della rigida educazione coreana.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo il comportamento del Capitano, il quale ha impiegato ben 40 minuti prima di rendersi conto dell’irrecuperabilità della situazione e non si è prodigato immediatamente per l’attivazione dei protocolli di salvataggio: a ciò va aggiunto, soprattutto, la sua decisione di mettersi in salvo prima di essersi assicurato del benessere dei propri passeggeri, violando quella che è una legge non scritta del mare, cioè “Il comandante affonda con la nave“.

Tra i vari responsabili, certamente non si può escludere la Guardia costiera, sospettata di aver deliberatamente ignorato il proprio manuale interno nello svolgimento delle operazioni di soccorso, infatti, secondo il Manuale di soccorso marittimo la polizia marittima è tenuta a designare un Coordinatore per supervisionare le operazioni: effettivamente, la Guardia costiera di Mokpo aveva sì inviato il vascello No. 123 ma senza dargli grandi spiegazioni sulla situazione, infatti questi non soltanto aveva una scarsissima conoscenza delle coordinate reali della nave, del numero dei passeggeri e – soprattutto – del nome del traghetto, ma anche non era a conoscenza delle comunicazioni avvenute tra il Sewol e il VTS di Jindo, così come non aveva ricevuto alcuna informazione dall’elicottero che era arrivato sulla scena dell’incidente 10 minuti prima.

Il vascello No. 123 è arrivato sulla scena totalmente impreparato, trovandosi davanti la nave già inclinata di 45 gradi, rendendo impossibili i tentativi di evacuazione con i mezzi che aveva a bordo e, inoltre, secondo il Manuale di soccorso, i sommozzatori sarebbero dovuti intervenire immediatamente appena giunti sul posto ma ciò non è avvenuto, anzi soltanto due sommozzatori hanno tentato di entrare nel traghetto verso le 11:24 a.m. KST, quando già il Sewol era capovolto e quasi totalmente affondato, rendendo vani i loro tentativi.

Proprio a causa dell’inadeguatezza della Guardia costiera coreana, l’ex Presidentessa Park Geun-hye dismetterà l’organismo in risposta alla fortissima pressione sociale e verrà ristabilito soltanto nel 2017 dal Presidente Moon Jae-in.

Il caso mediatico e il caos politico

La prima cosa che è apparsa agli occhi di tutti è stato il fallimento epocale della leadership e dell’apparato statale nella gestione della tragedia, pensiamo semplicemente al fatto che Park Geun-hye non è apparsa in pubblico per circa sette ore dopo l’avvenuto naufragio, rimanendo chiusa nella sua stanza da letto: il governo coreano verrà aspramente criticato in quei concitati giorni, non soltanto accusato di aver ritardato troppo i soccorsi, ma anche per le notizie imprecise – e talvolta false – date dalle fonti governative, tanto che il 27 Aprile 2014 il Primo Ministro Chung Hong-won darà le sue dimissioni dopo essersi scusato con la popolazione.

Park Gyun-hye si scuserà per essere stata incapace di gestire la situazione soltanto 13 giorni dopo l’evento, il 29 Aprile 2014, e visiterà la scuola di Ansan dalla quale provenivano gli studenti, promettendo alle testate giornalistiche e ai cittadini di avere l’intenzione di riformare il paese affinché un evento del genere non si verificasse più: tuttavia, questo sarà soltanto l’ennesimo tentativo del governo di proteggere maggiormente la propria reputazione che la verità.

Il 16 Novembre 2016 verrà pubblicato un report sulla tragedia del Sewol compilato dal Servizio nazionale di intelligence coreano diretto alla Presidentessa Park, nel quale ci si riferiva al naufragio come ad un “banale incidente di un traghetto” (그저 하나의 여객선 사고) e si affermava di dover “controllare le proteste in merito al naufragio” (여객선 사고를 빌미로 한 투쟁을 제어해야 한다): nel report non si fa alcun riferimento né alle indagini, né al recupero del relitto né al supporto verso le famiglie delle vittime ma, anzi, si incita al controllo delle proteste da parte dell’opposizione, suggerendo di manipolare l’opinione pubblica tramite manifestazioni organizzate dal governo stesso.

Il naufragio del Sewol contribuirà fortemente al crollo dell’amministrazione Park, infatti mentre aumentavano le critiche nei suoi confronti, l’amministrazione istituiva una commissione per monitorare e perseguire i detrattori: nel 2016 questo piano uscirà definitivamente allo scoperto e causerà lo scoppio di uno scandalo per corruzione che porterà all’avvio del procedimento di impeachment nei confronti di Park Geun-hye.

Dopo l’elezione di Moon Jae-in, verranno rivelati dei documenti che l’ex Presidentessa aveva creato contenenti una lista nera segreta di artisti cui era vietato ricevere ogni sorta di riconoscimento governativo o sponsorizzazione e, successivamente, si scoprirà che l’obiettivo iniziale di questa lista era proprio quello di censurare coloro che avevano commemorato le vittime del Sewol tramite la loro arte.

Gli indagati e il processo

Come in tutte le storie, anche in questo caso dobbiamo identificare i “cattivi”, o meglio, dobbiamo capire chi sono i responsabili e, in effetti, sin dal primo momento l’attenzione è ricaduta, giustamente, su alcuni soggetti specifici. Cioè?

  • Il Capitano della nave e 14 membri dell’equipaggio;
  • Il Governo (nella figura di Park Geun-hye e della Guardia costiera);
  • Il proprietario della Chonghaejin Marine, Yoo Byung-eun;

Cosa c’entra il proprietario della compagnia?

Dalle indagini è emerso che questi non fosse un soggetto particolarmente raccomandabile, anzi tutt’altro, infatti, era noto come il “milionario senza faccia” a causa delle sue rare apparizioni in pubblico: ex fotografo e membro del culto religioso chiamato Odaeyang (il che lo aveva reso sospetto nel caso del suicidio-omicidio di massa del 1987, in cui più di 30 persone del suo gruppo furono trovate morte, legate e imbavagliate in una fabbrica a sud di Seoul, senza però che gli investigatori trovassero alcuna prova del suo coinvolgimento), nei primi anni ’90 passerà quattro anni in prigione per il reato di frode.

Illustrato, quindi, il quadro sulla sua persona ma senza voler scadere nel “giudicare un libro dalla sua copertina”, non appare affatto strano che dietro il disastro del Sewol vi sia anche il suo zampino e, non a caso, non appena verrà rilasciato un mandato d’arresto nei suoi confronti, questi si darà alla macchia: per la sua ricerca verranno impiegati 9000 poliziotti, tuttavia, nel giugno del 2014 verrà trovato un cadavere a 415km a sud di Seoul corrispondente a quello dell’imprenditore (identificato per mezzo del suo DNA) ma le cause della morte rimarranno ignote. Che, quindi, sapesse più del previsto e che, quindi, la verità fosse ancora più sconvolgente di quanto fosse già emerso?

Ad ogni modo, i principali sospettati sono 11 membri dell’equipaggio, accusati di negligenza professionale e di altri reati minori circa la sicurezza della nave, e 4 membri dell’equipaggio (il Capitano Lee, il Primo Ufficiale Kang, l’ufficiale in seconda Kim e il capo ingegnere Park), accusati di omicidio per grave negligenza, la cui pena nell’ordinamento giuridico coreano può anche corrispondere alla pena di morte.

Il processo per il disastro del Sewol inizierà qualche mese dopo e fondamentali saranno le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla tragedia e dei sommozzatori civili, specie per la ricostruzione degli eventi e per ridisegnare meglio i profili di responsabilità in capo all’equipaggio a bordo e alle autorità: ciò che, purtroppo, emergerà dalle loro testimonianze sarà l’ingiustificato ritardo nelle operazioni e i vaghi e insensati tentativi di camuffare la verità.

I want to question the high-ranking officials. I remember everything with acute pain. I cannot forget. But how come you, the élite of the society, claim that you don’t know and you don’t remember?
Kim Gwan-hong, civilian diver – First hearings for the Sewol ferry disaster 14-16/12/2015

Voglio fare una domanda alle persone importanti qui presenti [letteralmente “ai funzionari di alto rango]. Io ricordo tutto con estremo dolore. Non posso dimenticare [quello che ho visto]. Come fate voi, élite della società, ad affermare di non sapere e di non ricordare [di quel giorno]?
Kim Gwan-hong, sommozzatore civile – Prima udienza per il caso Sewol 14-16/12/2015

Durante una delle udienze, il pubblico ministero chiederà la pena di morte per il Capitano Lee, sostenendo fortemente la sua totale responsabilità nel non aver adempiuto ai suoi obblighi da capitano, mentre l’11 Novembre 2014 il Tribunale del distretto di Gwangju affermerà che questi fosse sì, colpevole di negligenza, ma che questa non fosse sostenuta dall’obiettivo di uccidere, condannandolo a 36 anni di carcere: nei vari appelli, poi, la sentenza è stata ulteriormente aumentata passando da 36 anni al carcere a vita, tuttavia questa sentenza non sarà affatto ben accetta dai cittadini, che sosterranno vivamente che la Corte abbia “anteposto la vita del Capitano a quelle dei loro figli“.

Anche gli altri imputati subiranno una condanna al carcere, seppur con qualche sconto di pena.

The “Yellow ribbon campaign”

Credits to Korea.net

The parents have been desperate to know the truth. But why are they trying so hard to hide it? I need to know the truth, and I want them to apologise sincerely.
Jeong Bu-ja, mother of late Shin Ho-seong

I genitori sono disperati di sapere la verità. Perché [loro, le autorità] stanno cercando così tanto di nasconderla? Ho bisogno di sapere la verità e voglio che si scusino sinceramente.
Jeong Bu-ja, madre del defunto Shin Ho-seong

Tra le cose che più lasciano di stucco davanti tragedie di questo calibro è l’utilizzo del cellulari, diventati involontariamente testimoni e strumento per raccontare l’agonia e la disperazione dei passeggeri del Sewol e proprio i video e i messaggi inviati dalle vittime ai propri cari sono stati ulteriore benzina per la già ustionante e divampante rabbia dei parenti delle vittime, assetati come non mai di giustizia e di verità: è proprio in quest’occasione che è nata la “Yellow ribbon campaign“. Cos’è?

Il fiocco giallo è, da sempre, usato come simbolo di speranza, così quando il Sewol è naufragato e divenne chiaro che le vittime non avrebbero fatto ritorno e i cittadini presero a interrogarsi circa le responsabilità del governo, i fiocchi assunsero il significato di resistenza civile e di democratizzazione.

Un gruppo di studenti universitari, noto come “Active Autonomous Alter Life Together” (ALT), durante i giorni successivi alla tragedia posterà online il progetto di un disegno che rappresentava un fiocco delineato in nero su uno sfondo giallo accompagnato dalla didascalia “Che possa un piccolo movimento generare un grande miracolo” e incoraggeranno tanti altri a partecipare alla campagna in sostegno delle vittime del Sewol: i fiocchi gialli riceveranno subito una grande risonanza, diventando un simbolo anti-governativo e delle proteste che scoppieranno di lì a poco.

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Credits to Korea Times

Durante una di queste proteste, i manifestanti marceranno verso il quartier generale della Korean Broadcasting System (KBS) per criticare la loro collaborazione alla rappresentazione distorta (e filo governativa) della tragedia, da lì la protesta si sposterà verso la Blue House, dove vive il presidente, chiedendo maggiore neutralità da parte del governo e delle commissioni istituite ad hoc per il caso Sewol: questa protesta alla Blue House durerà per ben 76 giorni, a seguito dei quali i manifestanti si sposteranno verso Gwanghwamun Square, luogo dal grande valore artistico e storico per i coreani.

Si può avere paura di un simbolo?

In questo caso sì, perché presto i fiocchi gialli verranno targhettizzati dal Governo come simboli di protesta e di ribellione e non come simboli di lutto e memoria e ne verrà vietato l’uso o l’esposizione nelle scuole.

La risposta del K-pop

Il mondo dell’arte, specie del K-pop, non rimarrà silente davanti questa tragedia e, a dimostrazione del fatto che arte e realtà camminano da sempre – e per sempre – fianco a fianco, negli anni saranno tanti i gruppi che si esporranno in favore della verità per le vittime del Sewol e, velatamente, contro l’operato del governo. Proviamo a fare qualche esempio:

I BTS, nel febbraio 2017 (circa un mese prima il recupero del relitto del Sewol), pubblicheranno il brano Spring day (봄날) il cui messaggio, già profondo di per sé, richiama la nostalgia nei confronti di qualcuno caro che magari non è più con noi, tuttavia ha un significato nascosto e che, in qualche modo, si può collegare alla vicenda del Sewol: infatti, molti ARMY hanno notato le numerosissime – e forse non poi così casuali – somiglianze con il naufragio del Sewol. Ad esempio?

Come illustra magnificamente il canale Youtube “Italian Army” nel video in sovraimpressione, già solo guardando la copertina dell’album cui fa parte la canzone – WINGS: You Never Walk Alone – è possibile notare la presenza di quattro fiocchi gialli su uno sfondo nero, così come sono molti i riferimenti sparsi qui e lì nel video, a partire dalla scena d’apertura che ritrae V che cammina su delle rotaie vuote, attendendo un treno che non arriverà mai (come il Sewol e i suoi passeggeri), la scena della lavanderia e degli oblò delle lavatrici che richiamano molto quelli di una nave ma anche la scena della giostra arrugginita alla quale sono attaccati tanti nastri gialli.

추운 겨울 끝을 지나
다시 봄날이 올 때까지
꽃 피울 때까지
그곳에 좀 더 머물러줘
머물러줘

Past the end of this cold winter
Until the spring comes again
Until the flowers bloom again
Stay there a little longer
Stay there

Non soltanto i BTS ma anche il gruppo femminile The Ark ha avuto modo di esprimere la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, infatti nel video della canzone The light viene rappresentato un amorevole rapporto madre/figlia, nel quale la madre viene vista lavorare e farsi in quattro per consentire alla figlia di vivere un’esistenza dignitosa, tuttavia quando questa si lamenta di voler comprare uno zaino nuovo, la madre glielo negherà: qualche giorno dopo, la figlia andrà in gita con la scuola, gita dalla quale non farà ritorno perché il bus sul quale viaggiava avrà un incidente, portando con sé tutti i passeggeri.

I know always got my back back,
And you know I always got you right back,
No matter what anyone says to me, now I’ll always be by your side.

Io so che mi hai sempre coperto le spalle,
E tu sai che io ti ho sempre con me,
Non importa quello che mi dicono gli altri, io sarò sempre al tuo fianco.

Anche le Red Velvet parteciperanno a questo movimento di massa, infatti nel 2016 pubblicheranno il brano One of these nights (7월 7일) il cui video reca molti riferimenti all’acqua, ai lunghi corridoi delle navi e persino, ad un certo punto, abbiamo modo di vedere una dei membri del gruppo giacere su di una piccola imbarcazione che, con il passare del tempo, va via via sprofondando: anche in questo caso, come in Spring day, troviamo come tema comune la nostalgia e la perdita di qualcuno a noi caro e il disperato bisogno di rivederlo.

Oh, I can’t forget easily
Even if I turn the calendar, I’m still in the same place

Oh, non posso dimenticare facilmente
Anche se giro [i fogli] del calendario, rimango sempre nello stesso posto

Infine bisogna citare Shin Yong Jae, membro dei 4MEN, il quale pubblicherà la canzone You who my love: la particolarità di questo brano sta nel fatto che è stato scritto da uno studente vittima del naufragio, grande fan del cantante, ed è stata inviata dai genitori dello studente perché questi la finisse e la pubblicasse.

Ulteriore materiale per conoscere meglio l’argomento

Nel caso in cui foste particolarmente interessati alla vicenda, vi consigliamo la visione dei seguenti prodotti:

Documentario sul naufragio del Sewol:

The truth shall not sink with Sewol” (= la verità non deve affondare con il Sewol), uno slogan che ne richiama un altro già noto a noi italiani, “Don’t clean up the blood“, diventato tristemente famoso dopo le vicende del G8 di Genova, slogan che invita a non dimenticare gli eventi e non lasciare che lo scorrere del tempo e lo svanire dei ricordi permetta alla mala politica e amministrazione di passarla liscia.

Intervista di Korea Now ad una sopravvissuta:

Ricostruzione della vicenda da parte del giornale “The New Yorker”:

“When we left the scene, there were small birds in the rain and wind. Those tiny birds… were flying around… in the storm. The birds were so tiny and beautiful. And their call so touching… But it sounded like the students’ wailing, asking me not to leave them behind.
Kim Gwan-hong (1973-2016), civilian diver

Quando abbiamo lasciato il sito, c’erano dei piccoli uccellini [che volavano] tra la pioggia e il vento. Quei piccoli uccelli… volavano… nella tempesta. Erano così piccoli e belli. E il loro canto era così emozionante… Ma quel canto suonava come i lamenti degli studenti che mi chiedevano di non lasciarli indietro [e di non abbandonarli].
Kim Gwan-hong (1973-2016), sommozzatore civile

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K-book

#K-book: “Pachinko” – La moglie coreana

Benvenuti al primo appuntamento di #K-book, una rubrica originale di Mondocoreano, incentrata interamente su libri di autori coreani consigliati dalla redazione!

Giusto qualche giorno fa è uscito ufficialmente “Pachinko”, K-drama che vede il ritorno sugli schermi di Lee Min Ho, e potevamo non cogliere l’occasione per parlarvi dell’omonimo libro dal quale è tratto?

Certo che no! Ovviamente vorremmo parlarvi di questo libro senza fare troppi spoiler, lasciandovi il piacere della lettura: partiamo allora da alcune considerazioni sui personaggi e le loro vicende.

“La Storia ci ha traditi, ma non importa”

Il libro si apre con questa frase: “La Storia ci ha traditi, ma non importa.” e, in effetti, fin da subito, è chiaro che i protagonisti di Lee Min Jin sono persone semplici, che possiedono poco o niente e che spesso non sanno neppure leggere: insomma, persone su cui la Storia con la “s” maiuscola sembra accanirsi, per trasformarle in vittime. Ma vittime non sono e, a dirlo, è la stessa autrice in un’intervista per la PBS: sono persone che hanno coraggio, che si danno da fare, che si ingegnano per cavarsela e per dare ai figli la possibilità di riscattarsi, di farcela. E se nessuno ha raccontato di loro è perché hanno lasciato poche tracce sui sentieri che battuti dagli storici. 

Tutto questo accade nelle pagine iniziali di “La moglie coreana”, titolo con cui è stato pubblicato in Italia “Pachinko” di Lee Min Jin (traduzione di Federica Merani, edizioni Piemme): un romanzo storico che si snoda lungo quasi ottant’anni e che racconta ben quattro generazioni, dai genitori di Sunja fino ai suoi nipoti.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza…

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Sunja, la protagonista del romanzo, viene alla luce quando sua madre, Yangjin, ha già perso tre figli e cresce in una famiglia umile che possiede una locanda a Yeongdo, un isolotto non distante dalla città di Pusan, nella Corea del primo Novecento governata dai giapponesi.

Il padre di Sunja, Hoonie, ha il labbro leporino e un piede storto, ma è un uomo buono e generoso, benvoluto da tutti, devoto sia alla moglie che alla figlia ma questi, purtroppo, non avrà vita lunga perché morirà a causa della tubercolosi, lasciando Sunja e Yangjin a occuparsi dei pensionanti, con l’aiuto delle altre dipendenti; nella locanda, le giornate di Sunja sono tutte uguali, ore e ore in cui pulisce i pavimenti, lava piatti e vestiti, cucina e serve i pasti.

Poi qualcosa, o meglio, qualcuno, cambia per sempre il corso della sua esistenza: si innamora e si concede senza pensare alle conseguenze, senza sapere che Koh Hansu ha già una moglie e delle figlie in Giappone, a Osaka. Incinta di un uomo che non può sposarla, Sunja sembra avere il destino ormai segnato, ma un altro evento rimescola le carte. Cioè?

Una volta sposatasi con un giovane pastore, che accetta di fare da padre al bambino, sale su un battello che la porterà proprio a Osaka.

La diaspora coreana e la difficile relazione con i giapponesi

Quando arriva a Osaka, Sunja va a vivere con suo marito a casa del cognato e della moglie, che abitano a Ikaino, il ghetto coreano: un dedalo di stradine sporche e case tirate su alla bell’e meglio, in cui spesso persone e animali condividono pochi metri quadri.

La giovane donna deve confrontarsi con i pregiudizi che la società giapponese nutre verso i coreani e che, a volte, sono alimentati anche dagli stessi suo connazionali: è il cognato, infatti, che le raccomanda di non fidarsi dei vicini, di non prestare loro del denaro né offrire loro del cibo, ricordandole che la maggior parte degli abitanti di Ikaino vive di espedienti e non si fa scrupolo a rubare o a commettere altre illegalità. 

In tutti i contesti, per i coreani, la vita è difficile. A scuola e sul lavoro le opportunità non sono le stesse, come sperimenteranno i figli di Sunja, e anche la fatica non sempre porta al riscatto sociale: al tempo stesso, però, un ritorno in Corea è quasi impossibile, a causa della povertà, prima, e poi della situazione politica successiva alla Seconda guerra mondiale.

Se per la maggior parte dei coreani, però, la loro condizione è motivo di astio verso la nazione che li governa, per alcuni il cruccio è invece non essere giapponese, dunque da un lato c’è la consapevolezza che non tutti i giapponesi si comportano male con gli immigrati, ma soprattutto è legittimo chiedersi come debba considerarsi chi appartiene alla seconda o terza generazione: poiché il romanzo copre un arco temporale molto ampio, c’è modo anche di parlare dei coreani nati in altri paesi (la stessa autrice è cresciuta negli Stati Uniti), che fanno ritorno in Asia.

In questo contesto vale la pena ricordare una riflessione fatta, sul finale, da uno dei protagonisti:

L’identità di una persona non dipende solo dal sangue.” 

Il pachinko e le sale da gioco

Dal momento che molti lavori sono preclusi agli immigrati, molti coreani entrano in contatto con la yakuza o si dedicano ad attività ritenute losche, pericolose, non da gente perbene.

Una di queste è la gestione delle sale di pachinko ed ecco che entra in ballo anche ciò che dà il titolo originale al libro. Cos’è il pachinko?

Il pachinko è un gioco d’azzardo giapponese che si pratica con una macchina simile al flipper e che si è diffuso subito dopo la guerra, nella seconda metà del Novecento: fa il suo ingresso nella seconda metà del libro e diventa man mano sempre più presente, perché diversi personaggi sono coinvolti nella gestione delle sale.

Un business che può assicurare ricchezza e donne a chi è disposto a rischiare tutto e che rappresenta un po’ la metafora della vita: in fondo, proprio come nel gioco d’azzardo, si può vincere o perdere qualunque cosa in un istante.

L’autrice di “Pachinko”: Lee Min Jin

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La scrittrice Lee Min Jin (이민진) è nata a Seoul nel 1958, ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 1976, insieme alla sua famiglia. Ha studiato storia alla Yale University e legge alla Georgetown University, e ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2004, “Axis of happines”, per la quale ha ricevuto il premio del Narrative Magazine. Nel 2007 debutta come romanziera con “Free food for millionaires” (“Amori e pregiudizio”, nella traduzione italiana del 2008), che racconta la comunità coreana di New York attraverso le vicende delle due protagoniste. Sebbene il romanzo sia diventato subito un best seller, abbia ricevuto un’accoglienza calorosa e numerosi riconoscimenti, è con “Pachinko”, del 2017, che Lee Min Jin si fa conoscere al grande pubblico dei lettori internazionali. Alcune vicende e idee di questo libro erano già state scritte da Lee Min Jin in un racconto breve uscito nel 2002, intitolato “Motherland”.

Dal romanzo alla serie tv: “Pachinko” arriva su Apple tv+

  • Genere: Drama
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 8
  • Cast principale: Lee Min-ho, Jin Ha, Anna Sawai, Minha Kim, Soji Arai, Kaho Minami 

Il 25 marzo è andato in onda su Apple tv+ il primo episodio di “Pachinko”, tratta dal romanzo di Lee Min Jin, una produzione con un budget che in pochi potevano permettersi: rispetto al libro, in cui le vicende sono narrate secondo un andamento lineare, ha una narrazione in cui le diverse storie di intrecciano e le linee temporali si sovrappongono. Ma la vera particolarità (e una delle sfide per tutti quelli che vi hanno lavorato) è che è recitato in tre lingue: coreano, giapponese e inglese.

Per concludere, a noi sono piaciuti sia il romanzo che i primi episodi della serie e, nonostante sia un libro di oltre 500 pagine, la voglia di scoprire cosa succederà le fa scorrere molto veloci. Voi lo avete letto? Cosa ne pensate?

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Lezioni di storia coreana: i cavalieri Hwarang

Tutti noi conosciamo la parola “Hwarang”, grazie al drama coreano dal titolo omonimo, che vede protagonisti una serie di ragazzi “bellocci”, di alta estrazione sociale, abili nello sport e nelle arti marziali. Ma chi sono esattamente questi cavalieri?

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Contesto storico

La forza militare dei Hwarang nasce in un periodo di grandi conflitti all’interno della Corea e, storicamente, questo periodo viene definito “Periodo dei 3 regni” (57 a.C.- 668 d.C.), in riferimento ai tre grandi popoli (Silla, Paekche e Koguryo) in costante guerra tra di loro per il dominio assoluto del Paese.

Intorno ai primi decenni del 500 d.C., dopo anni di lotta estenuante, il re Jinheung di Silla, decide di fondare una classe militare in grado di poter fronteggiare gli attacchi nemici e che potesse garantire la vittoria sul campo: nasce cosi la classe militare dei “giovani in fiore” o Hwarang (화랑 o 花郞, “Hwa” fiore, “Rang” giovane), una classe elitaria, che prevede solo ragazzi giovani, di famiglia nobile e di bell’aspetto, che possano eccellere non solo nelle arti belliche ma anche nella poesia e letteratura.

Tuttavia, va detto anche che qualche storico sostiene che i cavalieri Hwarang altro non erano che un gruppo di giovani perditempo, amanti del vino, delle donne e delle arti marziali, i quali si riunivano periodicamente sulle montagne, per dilettarsi nell’arte del combattimento.

Hwarang Dance GIF - Hwarang Dance GIFs

Come funziona l’ordine dei cavalieri Hwarang?

I Hwarang vengono selezionati dalla corte reale, fin da bambini, in base alle loro qualità e talenti naturali come intelligenza, forza, statura, e non meno importante, la bellezza: essi rappresentano la perfezione della nobiltà giovanile, guidati per raggiungere l’apice delle prestazioni umane.

I Hwarang sono fortemente influenzati dal buddismo, infatti il nome stesso “Hwarang” non è casuale ma riflette il simbolismo del credo religioso buddista perché il fiore di loto (Hwa), rappresenta la purezza, la divinità, l’illuminazione: non a caso il corpo militare in questione doveva rappresentare l’ideale buddista del giovane leader carismatico e patriottico, guerriero che cresce e diventa uomo, secondo una via illuminata.

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I cavalieri Hwarang e il loro codice etico

I Hwarang, hanno un vero e proprio codice etico da seguire e rispettare, basato su 5 regole, di matrice confuciana e buddista:

  • Fedeltà al proprio signore;
  • Pietà filiale verso i genitori, propri e degli altri;
  • Fiducia e fedeltà tra camerati;
  • Mai ritirarsi in battaglia;
  • Non uccidere, se non necessario;

I Hwarang, sviluppano ogni aspetto del loro potenziale, sotto la guida dei migliori maestri, in differenti arte e scienze, ad esempio nei combattimenti, sono allenati in ogni tipo di conflitto, armato, disarmato e di gruppo.

Lo sapevate che si racconta che i Hwarang fossero in grado di lanciare calci ad una velocità tale da sembrare attacchi di spada agli occhi dei nemici?

Com’erano organizzati?

Il corpo dei Hwarang viene indicato con il termine “Hwarangdo”, dove la sillaba “do” sta per “gruppo” e non “via”, come nelle arti marziali, e ha al suo interno delle differenziazioni, infatti troviamo i “Kukson” e “Rangdo”. Chi sono?

I primi, sono i hwarang di livello più alto, infatti il termine Kukson indica “l’immortale della nazione”, ad intendere un leader carismatico, che possiede doti sovrannaturali, mentre i “Rangdo” sono “i discepoli dei giovani Hwarang”, gruppi di giovani di livello più basso, talvolta anche non di origine aristocratica, che vengono affidati ad un Hwarang, per essere istruiti e allenati, affinché diventino anche loro un potenziale utile al Paese.

Kim Yushin: il più grande dei cavalieri Hwarang

Va ricordato, come cavaliere Hwarang più importante nella storia dei Silla, il generale Kim Yushin, nipote del re Jinheung, il quale diventa cavaliere Hwarang a 15 anni e a 18 un formidabile spadaccino e uno dei più grandi generali e leader dell’antica Corea: è uno dei pochi cavalieri ad essere sopravvissuto per più di 60 anni e il suo contributo è stato fondamentale per l’unificazione dei 3 regni sotto il potere dei Silla, non a caso il suo potere militare, politico e la sua saggezza, ne fanno un personaggio mistico per i coreani e la sua tomba infatti, è ancora oggi un monumento molto importante in Corea.

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Per concludere, quindi, proprio grazie a questa nuova forza militare dei Hwarang, e anche all’aiuto degli alleati cinesi Tang, il popolo Silla riesce a conquistare tutta la penisola coreana, per la prima volta unita da un’unica popolazione, si parla infatti del regno unito di Silla (o Silla unificato) del 668 d.C.

Se volete saperne di più e scoprire quali legami si intrecciano ancora tra il presente e il passato coreano, abbiamo creato una nuova rubrica dal nome #Hipstory, il cui obiettivo è proprio quello di svelare tutti questi piccoli segreti: passate a dare un’occhiata!

Vi piacciono queste pillole di storia coreana? Fatecelo sapere nei commenti!

Autore: Massimo Gaz

Amante e studioso della cultura orientale, mi sono appassionato alla Corea, in tutte le sue sfaccettature, più di 10 anni fa, laureandomi alla facoltà di lingue orientali di Roma. Oltre alla storia e cultura, amo le arti marziali (taekwondo e hwarangdo) e la musica coreana, soprattutto rock e anche qualcosina di pop. Ho lavorato un anno in Corea e spero di tornarci il prima possibile. 화이팅!

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K-Culture Korea

Lezioni di storia coreana

Articolo ad opera di Massimo Gaz

Siete appassionati di storia? In questo primo episodio alla scoperta della storia della Corea del Sud affronteremo i passaggi salienti che, dall’alba dei tempi sino al primo ‘900, hanno caratterizzato l’evoluzione di questo paese.

Occorre, innanzitutto, inquadrare i periodi che andremo ad analizzare ed ecco per voi un piccolo reminder per muoversi con maggiore tranquillità in questo appassionante viaggio nel tempo!

Tabella cronologica:
600.000 a.C. – 8.000 a.C. : Paleolitico
8.000 a.C. – 6.000 a.C. : Mesolitico
6.000 a.C. – 600 a.C. : Neolitico
600 a.C. – 300 a.C. : Età del bronzo
300 a.C. – 300 d.C. : Età del ferro
300 – 668 : Periodo dei 3 Regni (Silla, Paekche, Koguryo)
668 – 935 : Periodo dei Silla unificato
935 – 1392 : Periodo Koryo (da cui il paese prenderà il nome Corea)
1392 – 1910 : Periodo Choson (Joseon)

Paleolitico (600.000 a.C. – 8.000 a.C.)
Purtroppo abbiamo poche fonti e ritrovamenti archeologici per quanto riguarda il periodo più antico della Corea ma si può comunque affermare, che l’uomo fece la sua prima comparsa in Corea circa 600.000 anni fa. Cacciatore e raccoglitore, l’uomo paleolitico coreano, viveva da nomade, in
gruppi o bande, e trovava asilo nelle grotte e ripari provvisori, vicini all’acqua, fonte indispensabile per la sopravvivenza.

Proprio nelle grotte, sono stati ritrovati asce, punte e raschiatoi, insieme a ossa fossilizzate di animali.

Nel tardo paleolitico, abbiamo reperti archeologici, più numerosi. Una “industria” più raffinata, che comprende lame, microlame e le prime punte da lancio: non meno importanti anche le pietre, usate nella caccia, simili alle odierne “bolas” sudamericane.

Neolitico (6000 a.C. – 600 a.C.)
Mentre sul mesolitico, si sa poco e niente, sul neolitico, si hanno diversi reperti archeologici.
Troviamo una lavorazione della pietra più sofisticata e matura, grazie alla grande quantità di oggetti in ossidiana rinvenuti ma il prodotto più caratteristico del è senz’altro la ceramica con decorazione “a pettine”. Cos’è?

Si tratta di vasi dalla bocca ampia e dal fondo appuntito, decorati con incisioni a linee oblique parallele e si pensa che siano stati usati per conservare cibi.

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I villaggi neolitici coreani erano costituiti da capanne seminterrate di forma circolare. Sono stati rinvenuti ami da pesca, punteruoli, arpioni e punte di freccia, in quantità notevole, insieme alla ceramica.

Si pensa che ci siano stati dei rapporti col Giappone, proprio per la somiglianza della ceramica a pettine coreana (pissalmunui togi), con la ceramica “Jomon” del Kyushu settentrionale.

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Nel tardo neolitico, probabilmente iniziano a esserci anche contatti con la Cina nord orientale e Manciuria, provati dal fatto che vi è un nuova ceramica, diversa dalla solita “a pettine”: uno stile più rozzo, che sembra addirittura tornare indietro rispetto alle tecniche che si erano affinate col
tempo.

Proprio in questo periodo, tardo neolitico, si notano aspetti culturali diversi, tra nord e sud della Corea.

Età dei metalli: bronzo e ferro (600 a.C. – 300 d.C.)
La sempre maggior diffusione dell’agricoltura trasforma in contadini la maggior parte degli abitanti della penisola e una scoperta importantissima è quella del riso (molto probabilmente, grazie alla Cina).

La conoscenza dei metalli comincia direttamente col bronzo, senza passare a quelle fasi intermedie di lavorazione del rame e stagno e caratteristici sono i pugnali in bronzo, di forma slanciata, usati come corredi tombali.

Testimonianze archeologiche di questo periodo, sono i “dolmen”, monumenti funerari megalitici, molto usati per la sepoltura e nell’ultimo millennio a.C. si passa da culture di tipo tribale a una società di tipo centralizzato, quindi una figura che faceva a capo della popolazione che diventa meno nomade e più sedentaria.

Periodo dei 3 Regni (300 d.C. – 668 d.C.)
In questo periodo, la penisola coreana è divisa da 3 grandi Regni, Koguryo (il primo dei 3, a sorgere), Paekche e Silla: il più grande, quello di Koguryo, nella sua massima espansione, arriva a occupare tutta la parte centro/nord della Corea, arrivando fino a una parte dell’attuale Manciuria, nella parte meridionale invece, troviamo i piccoli stati di Paekche a occidente, e Silla a oriente.

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Comincia, in questi anni un periodo contrassegnato da lotte, alleanze fra i vari regni, tradimenti e vendette: nonostante il predominio iniziale per molti anni da parte dei Koguryo, il regno di Silla piano piano acquista sempre più potere e grazie alla formidabile forza della classe d’élite militare dei Hwarang e all’alleanza con la Cina, riesce a prendere il controllo del Paese.

Periodo di Silla unificato (668 – 935)
Possiamo definire il periodo di Silla come quello di uno Stato che non seppe diventare nazione, infatti una volta compiuta l’impresa di unificazione del territorio, arrivarono non pochi problemi: perché?

Perché, per la prima volta, il Paese aveva bisogno che il potere fosse accentrato nelle mani di un unico sovrano che potesse governare tutto il territorio.

In più, oltre ai problemi interni, vi era la minaccia dei cinesi Tang che avevano aiutato i Silla nell’eroica impresa ma non senza un proprio scopo, infatti volevano avere un potere influente sulla penisola coreana e in questo periodo i Tang si stabilirono negli antichi territori di Paekche e Koguryo.

Un altro elemento di instabilità del Paese, oltre a quelli già presenti, fu in ambito religioso per il conflitto tra buddismo e confucianesimo: tutti questi problemi, portarono ben presto al disfacimento e la caduta di Silla.

Periodo Koryo (935 – 1392)
Può essere considerato il “medioevo coreano”: in questo periodo il re Wang Kon Taejo, nonostante le varie difficoltà date dalle continue lotte interne, riesce a consolidare il proprio potere e, grazie alle alleanze con varie famiglie e con matrimoni combinati, crea una importante catena di solidarietà reciproca e fedeltà al trono, gettando così le basi di una unificazione nazionale, che fino ad allora, sembrava impossibile realizzare.

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Dopo la sua morte, una figura importantissima, è quella del re Kwangjong, persona diplomatica e all’occorrenza, anche spietata: questo viene definito il periodo d’oro della Corea, con una buona tranquillità interna e sufficiente sicurezza oltre i confini (nonostante le minacce dei Khitan e Jurchen, dalla Manciuria e in seguito, dei Mongoli).

Periodo Joseon (1392 – 1910)
Se il periodo Koryo lo abbiamo definito “il medioevo coreano”, il Joseon viene visto come il “Rinascimento”, un’epoca in cui domina in maniera preponderante il pensiero confuciano che rivaluta il ruolo dell’uomo in un universo migliorabile, attraverso lo studio e sviluppo delle scienze e lettere.

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C’è il bisogno di ricominciare da 0, delegittimando il passato a causa di una identità culturale calpestata dai Mongoli e dagli errori delle ex famiglie reali (dinastia Wang), una totale rivoluzione quindi, volta a togliere ogni diritto di regnare, alla casata Wang di Koryo, a causa della loro corruzione, malvagità e di comportamenti ritenuti non idonei al bene del Paese.

Il potere passa dai Wang alla famiglia Yi e viene spostata la capitale da Kaesong a Hanyang, luogo in cui era sorta anni prima, la capitale di Paekche.

Il periodo Joseon viene ricordato soprattutto grazie al Re Sejong, figura importantissima per lo sviluppo della Corea nel quindicesimo secolo: è sicuramente il sovrano più amato e rispettato dai coreani e anche quello più conosciuto dagli occidentali.

In campo militare, affida al suo comandante il compito di attaccare le basi a Tsushima, isola nipponica, per risolvere l’annoso problema dell’invasione giapponese e, successivamente, riesce a consolidare i confini settentrionali del Paese per proteggersi dalle popolazioni della Manciuria (Mongoli, Jurchen e varie popolazioni anarchiche, definite dai coreani “Yain”, ossia barbari).

Ma la fama immortale di Re Sejong è sicuramente dovuta all’invenzione dell’alfabeto nazionale, inventato nel 1443 e promulgato nel 1446, l’“Hangul”, tant’è che l’arte del periodo Joseon si concentra soprattutto intorno alla pittura e calligrafia, anche se non bisogna però trascurare la ceramica e altre forme di altissimo artigianato, come i mobili intarsiati e i vasi.

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Quest’epoca di relativa pace interna e di splendore è destinata a terminare il 22 agosto del 1910, giorno in cui viene firmato il trattato di annessione della Corea al Giappone, e iniziano così gli anni più duri e tragici per gli abitanti della penisola coreana, che si vedono perdere piano piano quell’indipendenza che avevano faticosamente costruito e mantenuto nei secoli.

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Articolo ad opera di Massimo Gaz