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#K-Book: La danzatrice di Seul di Shin Kyung-Sook

Oggi vi porteremo in una corte coreana di fine Ottocento e poi a Parigi, negli stessi anni in cui veniva costruita la Torre Eiffel. Il romanzo di cui vogliamo parlarvi, infatti, è ambientato tra questi due luoghi così distanti e diversi: per la rubrica #K-Book, ecco “La danzatrice di Seul” di Shin Kyung-Sook (titolo originale: Rijin, 리진).

La danzatrice di Seul: la trama del romanzo di Shin Kyung-Sook

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Cosa unisce i destini di due persone? Un solo istante, in cui avviene un incontro casuale, come quello tra Victor e Jin. Lui è un diplomatico francese che sta per essere ricevuto dal re di Corea, lei è una danzatrice e alla corte ci vive fin da quando era bambina. Non ha neppure un vero nome e cognome, perché ha perso entrambi i genitori, e tutti la chiamano damigella Suh. Basta uno sguardo fugace, e Victor si innamora di quegli occhi neri. La saluta in francese, senza pensarci: quando la ragazza risponde nella stessa lingua, con grande naturalezza, l’uomo stenta a crederci. Riesce a scattarle una foto di nascosto, e vive ogni giorno pensando a lei, finché la rivede durante un banchetto: Jin esegue una danza meravigliosa, che lascia tutti i presenti senza parole, sulle note del daegeum, il flauto di bambù coreano. 

Con la follia e il coraggio che spesso caratterizzano gli innamorati, Victor arriva in breve tempo a dichiararsi, chiedendo al re il permesso di sposare la damigella Soh. Un fatto più unico che raro, dal momento che le danzatrici di corte non possono lasciare il palazzo e neppure sposarsi. Appartengono già a un uomo, il sovrano di Corea. Eppure questa volta le cose vanno in modo diverso: la damigella Soh riceve un cognome e un nome, Yi Jin, e a soli ventidue anni lascia la Corea insieme a Victor, nel 1891. Dopo una lunga traversata, i due raggiungono la Francia e si stabiliscono a Parigi, una città che per Jin è tutta da esplorare.

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Lontana da ciò che le è familiare, dagli affetti, dalle abitudini che da sempre hanno scandito la sua vita, è la prima donna coreana che mette piede in Europa. Da quel momento vivrà un’esistenza ricca di appuntamenti mondani, in cui mostrerà la sua arguzia e un’intelligenza acuta, che possiede fin da bambina. L’amore per la letteratura e per quella lingua che già conosce molto bene, grazie agli insegnamenti di padre Blanc e al suo prezioso dizionario francese-coreano, che ha portato con sé, e la presenza di Victor, l’uomo che ha rischiato la sua stessa vita per averla accanto, saranno abbastanza per farla sentire a casa?

Jin dovrà fare i conti con una cultura diversa, per la quale, forse, le sue doti più grandi sono la bellezza e la bravura nella danza: una società in cui, a dispetto del grido rivoluzionario che ancora aleggia per le strade – Liberté, egalité, fraternité – gli uomini e le donne non sono affatto uguali.  

Due mondi che si sfiorano

Ambientato tra la Corea e la Francia sul finire dell’Ottocento, La danzatrice di Seul è molto più della storia di due persone. È il racconto di come due mondi totalmente diversi sono entrati in contatto tra loro, delle incomprensioni, delle enormi differenze e delle assonanze, che ogni tanto è possibile individuare qua e là. Cosa vede, Victor, quando il suo sguardo si posa sulle abitudini coreane, sulla rigida etichetta di corte che, erroneamente, credeva simile a quella cinese, alla quale era abituato, e su tutta la realtà che lo circonda, sulla stessa Jin? Cosa comprende e cosa pensa di aver interpretato, cosa invece gli sfugge?

Straniero in una Corea dove francesi, russi, cinesi e giapponesi sono mossi da interessi economici e politici, il suo occhio è quello di un osservatore curioso, di un giovane che ha già visto altri luoghi dell’Asia: il suo cuore e la sua fedeltà appartengono alla madrepatria

All’apparenza, l’atteggiamento di Victor sembra aperto e spesso di sincera ammirazione per quel Paese quasi sconosciuto. Ma pian piano emergono altri dettagli, che incasellano l’uomo in un posto più scomodo e proiettano sulla sua figura le ombre dell’imperialismo e di una concezione totalmente eurocentrica del mondo. Così la Corea, come prima la Cina, dove aveva lavorato per anni, diventano due luoghi esotici e misteriosi, dai quali Victor porta via pezzi d’arte e libri antichi dall’inestimabile valore, con quel gusto tipico del collezionista che batte il territorio alla ricerca della rarità.

Sarà la vita parigina a portare queste riflessioni, non solo nel lettore, ma anche in Jin che, pur estasiata dai capolavori del Louvre, domanderà a Victor il perché di ogni statua e ogni manufatto egizio o greco. La risposta dell’uomo servirà a spiegare anche il suo approccio alle questioni di politica internazionale: in Francia, a suo parere, quelle statue sono al sicuro, custodite meglio rispetto a quanto accadrebbe nel luogo da cui arrivano. Ci sono luoghi su cui vale la pena mettere le mani, soltanto per ribadire e consolidare il proprio potere, e spesso soltanto finché ci sono interessi in ballo. 

Un francese e una coreana, prima che un uomo e una donna 

Pur avendo vissuto sulla sua pelle cosa voglia dire essere uno straniero, Victor non comprende fino in fondo i sentimenti di Jin. È lui stesso ad affermare, per esempio, che durante la permanenza in Corea non era così infastidito dal fatto che tutti lo guardassero.

Jin, invece, si sente come le opere del Louvre: trapiantata in un luogo che le piace ma non le appartiene, e soprattutto, che la accetta solo perché veste abiti in stile parigino e parla correntemente la lingua.

L’unico altro coreano che vive a Parigi, Hong, una vecchia conoscenza di Jin e Victor, le rimprovera proprio questo, di aver dimenticato il suo Paese, cosa che invece lui non ha fatto. In ogni occasione, infatti, continua a indossare il tradizionale abito coreano

Jin, che per lungo tempo non aveva avuto neppure un cognome, cercherà se stessa con affanno, tra i vicoli di Parigi e in seguito avrà modo di riflettere su come alcune idee avessero pesato anche sul suo sguardo, che vedeva in Victor un francese e in lei una coreana, prima di vedere un uomo e una donna. 

Shin Kyung-Sook e la vera storia di Yi Jin

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Shin Kyung-sook – via website

Shin Kyung-Sook è un’autrice contemporanea di cui vi avevamo già parlato il mese scorso. Tra i 4 libri per scoprire la letteratura coreana, infatti, c’era anche il suo “Prenditi cura di lei”, per il quale Shin ha vinto nel 2012 il Man Asian Literary Prize, un riconoscimento che non era mai andato a una scrittrice, e che neppure la Corea del Sud aveva mai ricevuto. 

La storia di Jin è ispirata a un personaggio realmente esistito, di cui Shin ha trovato traccia in un libro sulla dinastia Joseon: un testo lungo appena una pagina e mezza, in cui si parlava di un diplomatico francese che si era innamorato di una danzatrice di corte coreana. Shin non ha trovato altri riferimenti alla vicenda in nessuno degli archivi e dei libri consultati, ma ha deciso di mettere la sua penna al servizio di quella donna vissuta alla fine dell’Ottocento, e di usare la fantasia per riempire i vuoti. 

“La danzatrice di Seul”, infatti, non è un romanzo storico. A dirlo è la stessa autrice, nella bellissima postilla che chiude il libro. È un romanzo che racconta una storia, quella di Jin, ambientata in un preciso momento temporale ricostruito in modo fedele, ma lasciando spazio ai personaggi. Le scelte narrative, infatti, sono fatte sulla base della direzione che le loro vite di ognuno di loro possono e vogliono prendere: la priorità della scrittrice è anche assegnare a tutti quanti delle caratteristiche profondamente umane, che a volte, almeno sulla carta, potrebbero non incastrarsi alla perfezione con il ruolo che ricoprono.

È il caso della regina Min, una donna di cui l’autrice sottolinea paure e gelosie, sentimenti forse meno nobili di quelli che si addicono a una sovrana, ma più autentici. Un personaggio a cui è affidata una riflessione che riprende un tema sempre presente nel libro:

Mi pare di capire che nascere donna è una tragedia laggiù in Francia come lo è qui da noi.

Caratterizzato da una scrittura leggera e delicata come i passi di Jin, “La danzatrice di Seul” è un romanzo in cui non mancano la durezza, la violenza, lo scontro.

A noi è piaciuto molto: e voi? L’avete letto? Fateci sapere cosa ne pensate! Al prossimo appuntamento!

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K-Culture K-Travel Korea

#K-living: dating culture

Sono sicura che almeno una volta a tutti noi sia capitato di vedere qualche video con l’hashtag #국제커플 (#internationalcouple) e di aver pensato a come sia frequentare un/una coreano/a: in questo articolo vi parlerò di tutti gli aspetti che riguardano la dating culture coreana.

Primo punto: come e dove ci si conosce?

I coreani, o più in generale gli asiatici, difficilmente vi verranno a parlare o vi fermeranno per strada per chiedervi di uscire, se volete incontrare qualcuno le app di incontri fanno al caso vostro: Tinder, Meef, come anche le app per gli scambi linguistici (HelloTalk per esempio) sono i modi più diretti per incontrare un possibile appuntamento.

Ci sono però un paio di cose alle quali dovete prestare attenzione: evitate i profili con sole foto di animali, sfondi tutti neri e quelli nei quali i soggetti sembrano troppo belli per essere veri, perché infatti non lo sono. Consiglio a tutti di chiedere il contatto instagram o kakaotalk non appena iniziate a scrivervi con qualcuno. Nel caso in cui vi dicano di non averli e sul loro profilo ci sono scritte del tipo FWB o ONS, vi consiglio di chiudere la conversazione all’istante.

Purtroppo, molte delle persone che vi contatteranno sono solamente in cerca dell’avventura con una/un occidentale perché vogliono “provare” qualcosa di differente: i coreani tra di loro difficilmente usano Tinder, solitamente ci si conosce tramite amici di amici.

E se incontrassi qualcuno in un pub? In Italia spesso succede, no?

Per quella che è stata la mia esperienza i club sono dei grandi NO, in particolare a Seoul. Gran parte dei ragazzi che incontrerete nelle discoteche sono lì per un solo motivo, ovvero, “hunting”: le ragazze bianche, o comunque occidentali, sono letteralmente un “trofeo” ambito da molti, dunque, se cercate una relazione, non fatelo nei club.

P.S. i coreani non sono gli unici ai quali fare attenzione in discoteca, abbiate un occhio di riguardo anche per le uniformi a stelle e strisce (chi vuole intendere intenda).

Secondo punto: l’appuntamento

Quasi sicuramente vi chiederanno di andare a mangiare fuori per poi spostarvi in qualche pub: normalmente in Corea si divide il conto, ma generalmente per il primo appuntamento il ragazzo paga la cena e la ragazza i drink. Se non andate al ristorante, vi inviteranno in un cafè o per un picnic.

Finito il vostro date, una cosa che i coreani tendono spesso a fare è scrivere per dire che si sono trovati bene non appena vi siete salutati (e intendo letteralmente 5 minuti dopo), se non lo fanno probabilmente vogliono ghostarvi.

Se arrivate fino al terzo appuntamento, consideratelo come un punto di svolta! I coreani, infatti, considerano la regola dei “three dates” come uno step abbastanza fondamentale, oltre al quale ci si inizia a considerare quasi come fidanzati.

Non stranitevi se il vostro partner o la vostra partner vi chiederanno ufficialmente di mettervi assieme: gli anniversari in Corea sono molto importanti (specialmente i 100 giorni) e stabilire la data nella quale vi siete ufficialmente fidanzati è obbligatorio.

Una cosa che nelle relazioni in Corea vedrete spesso sono i vestiti di coppia: dalle felpe alle scarpe, i #coupleclothes sono un vero e proprio simbolo delle coppie, infatti, spesso nei negozi vedrete abbinati il capo femminile e quello maschile.

Un altro elemento simbolo delle relazioni sono gli anelli di coppia: a noi potrebbe sembrare strano, a meno che non ci si stia preparando per un futuro matrimonio, ma in Corea di certo non è così perché essere fidanzati, per i coreani, rappresenta un vero e proprio status sociale, e quale miglior modo per farlo notare se non con le fedine?

Ultimo punto: non aspettatevi di vivere la vostra storia d’amore come i K-drama

Se vi dovessero mai chiedere di incontrarvi in posti strani ad orari strani evitate! Potrebbe sembrare scontato ma purtroppo si tende a romanticizzare troppo questo Paese, dunque tenete bene a mente che tutto il mondo è paese!

Detto questo, uscire con qualche local sicuramente sarà un plus della vostra permanenza in Corea: che sia per una cena, un caffe o degli scatti nei photoboot, l’esperienza del dating va fatta.

A un possibile appuntamento parlerete probabilmente voi per la maggior parte del tempo, ma una cosa è certa, i coreani adorano l’Italia e gli italiani: oltre ad essere un punto a favore non appena vi presenterete, può anche essere un buon argomento di discussione, provare per credere!

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K-Drama Recensioni

“Business Proposal” – Un incontro inaspettato

  • Genere: commedia romantica, rom-com
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 12
  • Cast principale: Ahn Hyo-seop, Kim Sejeong, Seol In-ah, Kim Min-kyu
  • Voto: 8

Siete alla ricerca di una serie simpatica e leggera, che vi faccia ridere a crepapelle ma allo stesso tempo sia ricca di boy-friend material e vi regali personaggi di cui potrete innamorarvi fin dal primo istante?

Business Proposal è la nuova serie SBS che una volta atterrata nell’universo Netflix è riuscita a far parlare di sé sin dalle sue prime puntate, riuscendo a scavalcare titoli come “Twenty-Five Twenty-one”  nelle classifiche e diventando già una delle serie di maggior successo del 2022!

Se avete già visto “Strong Woman Do Bong Soon” e “What’s wrong with secretary Kim?”, sarete felici di sapere che Business Proposal, sebbene rimanendo un titolo che già di per sé riesce a catturare l’attenzione, mi ha ricordato un sacco quelli che considero due dei meglio riusciti drama del genere rom-com, riportando alla luce la tipica storia d’amore tra il ricco e bel CEO di un’impresa e una ragazza comune in grado di farci sorridere e affezionare ai personaggi con una facilità tale da ritrovarci a tifare per loro sin dalle prime scene della serie.

Trama e personaggi

A confronto, la locandina della serie e la copertina del webtoon

Tratto dall’omonimo webtoon “A Business Proposal” scritto da Guava Farm / Perilla, disegnato da Narak e tratto a sua volta da un romanzo di Haehwa, il drama racconta la storia d’amore che si verrà a creare tra Shin Ha-ri e il presidente dell’azienda per cui lavora, Kang Tae-moo.

Shin Ha-ri (Kim Se-jeong, The Uncanny Counter) è una ricercatrice alimentare che lavora presso una delle più grandi aziende produttrici del mercato alimentare del Paese, la Go Food.

Figlia di proprietari di un piccolo ristorante di pollo fritto, vive assieme al fratello e ai genitori dividendo le sue giornate tra il lavoro d’ufficio e la gestione del locale di famiglia, condividendo gioie e dolori con la sua migliore amica Jin Young-seo (Seol In-an, Mr. Queen, Strong Woman Do Bong Soon), figlia di un ricco imprenditore poco incline ai rapporti umani che porta la ragazza a passare la maggior parte del tempo con la ben più modesta famiglia di Ha-ri, la cui vicinanza la fa sentire apprezzata molto più di quanto possa mai fare il padre, deciso a darla in sposa ad un ricco pretendente che possa poi ereditare la sua azienda.

È così che la povera Young-seo si ritrova a dover sopportare una serie di incontri al buio organizzati dal padre intento a presentarle l’uomo perfetto da sposare, quando invece tutto quello che desidera lei è innamorarsi di un ragazzo senza pensare alla sua posizione sociale o agli interessi economici della famiglia.

E quale miglior modo per mandare in fumo tutti gli incontri organizzati se non quello di chiedere alla sua migliore amica di fingersi lei e fare in modo che nessuno dei pretendenti le chieda la mano?

Uno dopo l’altro, le due amiche riescono nel loro intento e quindi ad allontanare tutti coloro interessati a conoscere Young-seo, ignari di avere in realtà di fronte la sua amica Ha-ri, ben felice di racimolare qualche soldo in più facendo peraltro contenta la sua migliore amica.

Tutto sembra andare per il meglio fino a quando Ha-ri accetta (seppur non troppo volentieri) quello che Young-seo dice essere l’ultimo favore che le avrebbe chiesto, l’ultima piccola messa in scena per scampare ancora una volta ai piani di suo padre.

Ma è proprio quando Ha-ri accetta e si presenta all’appuntamento al buio che la storia prenderà una direzione inaspettata quando si troverà seduto davanti a lei non altri che il capo dell’azienda per cui lavora, l’affascinante CEO Kang Tae-moo (Ahn Hyo-seop, Abyss).

Seppur resistergli si riveli un arduo compito, Ha-ri continua a recitare strepitosamente la sua parte: peccato che mentre lei pensa di aver inscenato la performance perfetta, Kang Tae-moo intanto sta pensando di sposarla subito dopo quello che è stato il loro primo e unico appuntamento, convinto che la ragazza che ha incontrato sia in realtà Young-seo.

È questo l’intreccio che ci porterà a seguire due bellissime storie d’amore che sbocceranno tra personaggi che difficilmente avrebbero potuto incontrarsi, due relazioni che si sviluppano parallelamente tra Kang Tae-moon e Shin Ha-ri e tra Jin Young-seo e Cha Sung-hoon (Kim Min-kyu, Queen: Love and War, Backstreet Rookie), segretario di Kang Tae-moo.

Cliché? Forse, ma con gusto 

Come forse vi ho già fatto capire, mentirei se vi dicessi che quella che guarderete è una storia originale o ricca di colpi di scena, devo dire che a livello di trama infatti la narrazione si accosta molto a quelle raccontate in altre serie del genere già viste in precedenza, contenente numerosi cliché e sequenze alquanto prevedibili.

Non poteva di certo mancare una scena con l’ombrello giallo, non credete?

Ma allora perché sta avendo così tanto successo, vi chiederete voi?

Beh la risposta sta proprio nel modo in cui la storia è stata scritta, mai pesante nelle sue dinamiche (seppur già viste) e arricchita da personaggi che difficilmente potranno non piacervi. Business Proposal, infatti, è stato uno di quei pochi drama che mi ha fatto amare non solo la coppia formata dai main characters, ma anche quella secondaria, un arduo compito che pochissimi titoli erano riusciti a portare avanti fino ad ora.

Il “선” e la dating culture coreana

Una cosa è certa: durante la visione, più e più volte ho notato quanto pressante potesse essere l’insistenza da parte dei genitori nel voler per forza controllare la vita sentimentale dei loro figli. Ma da dove nasce questa cultura degli incontri organizzati?

Se siete appassionati della cultura coreana, vi sarà capitato almeno una volta di imbattervi nel termine “Sogaeting”, una combinazione della parola “소개” (“so-gae” che significa letteralmente “introduzione/presentazione”) e “” (“ting” che deriva dall’ultima sillaba della parola inglese “meeting”).

Il “sogaeting” è infatti uno dei modi preferiti dai coreani per conoscere il loro futuro partner, tra amici è comunissimo far incontrare le proprie conoscenze ancora single sperando che tra di loro possa scoppiare la scintilla.

Ma in Business Proposal, quello che vediamo presentato in modo molto pressante è invece il “” (“seon”), metodo con il quale i genitori sono soliti scegliere una persona che si metta alla ricerca del partner perfetto per i propri figli secondo criteri che si basano su status sociale e background economico (le famiglie abbienti sono infatti le più inclini a praticarlo).

Nel caso di una commedia come questa, è divertente pensare a come i protagonisti si siano trovati proprio cercando di sfuggire a queste dinamiche imposte loro dalla società. Nella vita reale però, questo tipo di pressioni sociali sono molto sentite dalla popolazione, che vede l’essere single (soprattutto da una certa età in poi) come una nota negativa da cancellare tramite, appunto, questo tipo di incontri organizzati.

L’amore nell’aria

Ma non preoccupatevi, niente forzature nelle sequenze di questo drama, tutto risulta molto pulito e naturale e saranno tantissime le scene che vi faranno venire le farfalle allo stomaco: tra la chimica perfetta tra i due protagonisti e second leads, la storia scorre senza mai annoiare, regalando 12 puntate che vi faranno ridere e ogni tanto commuovere (ma soprattutto ridere, l’ho già detto?) in una narrazione leggera e piacevole che vi accompagnerà fino alla fine di questa storia senza mai farvi sentire il peso di scene superflue al filo conduttore del racconto.

Avete presente quei drama in cui continuate a pensare “ma perché non sono al posto della protagonista?” Ecco, l’ho detto.

Commento finale

Avendo iniziato questa serie incuriosita dalle tantissime recensioni positive lette online, posso finalmente dire a fine visione di non essermene assolutamente pentita. 

Molto piacevole e sempre divertente, era da tanto che un drama non mi faceva ridere così, e già averlo paragonato a Strong Woman (sì, avrà sempre un posto speciale nel mio cuore) per me vuol dire tanto, anzi, tantissimo!

Un cast fresco composto da ragazzi giovani e di talentoMa vogliamo poi parlare di Ahn Hyo-seop? Se ancora siete indecisi se iniziare o no questa serie, vi lascio qui sotto una galleria di immagini del cast che potrebbe aiutarvi a… Riflettere.

Su Netflix italiano è ancora on air, ma online potrete facilmente trovare tutte le 12 puntate complete!

E voi l’avete visto? Vorreste iniziarlo? Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

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K-Travel Korea

#K-living: Korea on the road!

Bella Seoul, vero? Tranquilli, già la so la risposta. La Corea però non è solo Seoul, ma offre altrettante città che meritano di essere visitate e in questo articolo vi parlerò di cosa potrete fare a Gangneung, Sokcho, Jeonju, Busan, Daegu, Gyeongju e l’isola di Jeju.

가자!

Partiamo dalle mete più “vicine” alla capitale: Gangneung e Sokcho.

Essendo molto vicine tra loro potete tranquillamente visitarle in un unico viaggio. Partendo da Seoul ci metterete circa due ore con il treno e tre con l’autobus, vi consiglio quest’ultimo, essendo i bus davvero ben organizzati e puliti in Corea. Per l’alloggio vi direi di cercare qualcosa vicino alle spiagge per entrambe le città, essendo i punti di interesse vicino a queste. Cosa si può visitare in queste città quindi?

Partiamo da Gangneung. Questa piccola cittadina non è solo rinomata tra i surfisti per le sue onde, ma anche dagli amanti dei k-drama, infatti vicino al porto di Jumunjin, è stato girato una delle serie TV più famose di tutti i tempi, Goblin! Come dimenticarsi la scena in cui Eun-Tak invoca Kim Shin e i due si incontrano sulla scogliera? Non sarà difficile da trovare, i coreani amano questo scorcio per farsi sempre qualche foto!

Se vi viene fame, questo è il posto giusto per mangiare qualcosa, infatti essendo Gangneung una città di mare, troverete molti piatti a base di crostacei e molluschi: se volete entrare nel pieno spirito questa cittadina, non potete andarvene senza aver prima assaggiato l’hemul jjim, piatto tradizionale a base di frutti di mare e germogli di soia, il tutto ben condito con della salsa piccante! Questo piatto non è per tutti, io l’ho provato perché la foto mi ricordava gli spaghetti allo scoglio ma il sapore, chiaramente, era tutt’altro, tuttavia, se siete lì vale di certo la pena provare!

Gangneung è conosciuta anche per un altro motivo: se vi dicessi “you never walk alone”?

Gli ARMY sicuramente avranno già capito, sto parlando della panchina usata come copertina dell’album dei BTS: questa si trova sulla spiaggia di Jumunjin (più spostata rispetto al porto) ma anche il lungomare merita decisamente una visita, infatti qui potrete trovare spiaggia e mare pulito, numerosi i locali presenti (stile Jesolo) e clima ideale anche per un bagno!

#Consiglidiviaggio: a differenza di Seoul, i mezzi di trasporto qui sono davvero poco efficienti, dunque assicuratevi che il vostro alloggio sia vicino a questi due posti.

A non più di 40 minuti da Gangneung, troverete Sokcho, città molto piccola ma che ospita uno dei parchi nazionali più belli e grandi di tutta la Corea, Seoraksan: numerosi sono i trekking che potete fare in questo parco, ma quello di Ulsanbawi è di sicuro il più famoso. Sicuramente farete un po’ di fatica, ma il panorama del quale potrete godere non appena raggiungerete la cima vi ripagherà di tutto.

Essendo Sokcho una città “piccola” e concentrando tutti i punti d’interesse nella zona centrale della città, potete noleggiare una bici e recarvi prima al padiglione Yeonggeumjeong, per poi sposarvi al lago Yeongnangho. Ultima tappa di questo primo viaggio è il villaggio Abai, poco distante dal padiglione troverete questo piccolo villaggio abitato da soli rifugiati della Corea del Nord: il complesso si trova a pochi metri dalla spiaggia e potrete concedervi una piccola pausa gustandovi un buon ojingeo-sundae, ovvero, un calamaro ripieno di maiale, noodles e verdure.

Dalla East coast… Alla West coast!
Hanok village, Jeonju – @imagineyourKorea via Pinterest

Dopo questi due/tre giorni passati sulla costa est, è ora di spostarsi verso ovest: prossima tappa Jeonju, situata a circa tre ore da Seoul, culla della cultura coreana ed è conosciuta come la “capitale del bibimbap”! Per l’alloggio vi consiglio di cercarlo all’interno dell’hanok village, non solo perché i maggiori punti di interesse sono per la maggior parte concentrati al suo interno, ma anche per vivere l’essenza di questa città. Jeonju, infatti, fu la capitale del regno Baekje durante l’era dei Tre Regni ed è la città natale di Yi Seong-gye, fondatore della dinastia Joseon. Ma prima di pensare ai monumenti, cosa si mangia in questa città?

Beh, sicuramente il bibimbap: non potete assolutamente perdervelo, ha un sapore totalmente unico qui! Un altro piatto decisamente interessante è il kongnmul gukbap, ovvero, una zuppa di germogli di soia piccante. E per dolce? In Corea, come in generale in Asia, è davvero difficile trovare dei dolci che siano tali, tuttavia Jeonju vi farà ricredere: qui, infatti, è nata la choco pie, due strati di pan di spagna al cioccolato che avvolgono un cuore di marmellata e panna, uno snack davvero molto amato dai coreani e poco conosciuto dagli stranieri. Dopo questo pranzo da re, dove si va?

Iniziamo dal sepolcro di Gyeonggijeon dove è custodito il ritratto di re Taejo. Poco distante da questo troverete la porta di Pungnam e il mercato Nambu, dove potrete gustare altrettante specialità locali: uscendo da quest’ultimo e proseguendo verso destra arriverete sul lungo fiume dove potrete passeggiare fermandovi a dare un’occhiata al museo della calligrafia e al ponte Namcheon, fino ad arrivare alla scuola confuciana Hyanggyo; da qui potrete raggiungere facilmente il villaggio dei murales Jaman-Okryu.

… E poi giù al sud!

Dopo essere stati ad est e ad ovest, siete pronti per un tour del sud della penisola, ovvero, Busan, Daegu e Gyeongju.

Partiamo subito col botto, Busan: i più esperti sapranno che questa è la città natale dei due membri dei BTS Jungkook e Jimin!

Agli ARMY farà di sicuro piacere sapere che proprio qui a Busan c’è il caffè gestito dal papà di Jimin, il Magnate: leggermente overpriced, ma merita decisamente una visita, avendo esposti anche i cappelli indossati da Jimin! Un’altra tappa a tema BTS che i fan non possono perdere è il murales raffigurante Jimin e Jungkook all’interno del villaggio Gamcheon: questo quartiere merita decisamente una visita, non vi è un percorso esatto da seguire, infatti, la cosa migliore da fare è perdersi al suo interno così da poter godere della variopinta architettura delle case fino a trovare la statua del piccolo principe.

Gamcheon culture village, Busan – @pinterest

Come prossimo step ci spostiamo sulla spiaggia di Songdo: qui troverete una cabinovia che vi porterà direttamente in cima alla scogliera Hyeolcheongso dalla quale potrete avere accesso allo Skypark e al parco Anman. Le scogliere sono decisamente un pezzo forte di questa città ma se volete godere di un panorama decisamente degno di nota Sinseondae, Igidae e lo sky walk Oryukdo di certo non vi deluderanno, soprattutto in orario tramonto!

Ultima tappa non può che essere il tempio buddhista Haedong Yonggungsa, costruito anche questo su una scogliera.

#Consiglidiviaggio: il tempio si trova fuori dal centro, dunque ritagliatevi due o tre ore per visitarlo, contando il viaggio.

Busan non solo è famosa per le scogliere che la circondano, ma anche per le spiagge: Heundae e Gwangalli sono i principali punti di ritrovo dei giovani e qui caffè e pub di certo non mancano, inoltre non molto lontano troverete anche la Busan Tower, dalla quale potrete avere una bella panoramica della città. In queste zone numerosi sono anche i ristoranti nei quali poter gustare alcune specialità locali, tra cui dwaeji hukbap (zuppa di maiale), milmyeon (noodles freddi) e l’hemul pajeon. Se vi piace il pesce potete farvi un giro al mercato del pesce Jachalgi, dove troverete numerosi ristoranti dove poter gustare qualche prelibatezza.

“A to the G to the U to the STD / I’m d boy because I’m from D”. Dove ci troviamo ora? Mi sembra ovvio, siamo a Daegu, distante solo 40 minuti da Busan! Purtroppo devo essere onesta, questa città non ha molto di speciale, una giornata basta e avanza per visitarla, soprattutto se avete poco tempo vi consiglierei di dedicarlo a visitare qualche altro posto. Tuttavia, se siete di passaggio ci sono un paio di posti che potete visitare come per esempio la 83 Tower, la casa del poeta Lee Sang-Hwa e i murales Mabijeong. La pausa pranzo potete farla gustandovi dei buoni napjiak mandu (ravioli piatti) oppure i jjolmyoen (noodles freddi piccanti).

Passiamo ora all’ultima meta di questo tour del sud, Gyeongju. Questa città si trova nel sud-est della penisola e, come Jeonju, ha un enorme valore storico: infatti, questa città è considerata un vero e proprio museo a cielo aperto e custodisce l’importante eredità culturale del regno di Silla. Anche a Gyeongju troverete un villaggio hanok completo di ristoranti, caffè e negozi, così come gli edifici circostanti il villaggio. Vicino al villaggio sorge l’enorme complesso di tombe appartenenti ai re di Silla chiamato Daereungwon. Cosa ci sarà di speciale in delle tombe?

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Vista aerea sul complesso di tombe Daereungwon, Gyeongju

La risposta è molto semplice: l’architettura! Ogni tomba, infatti, è rappresentata da una collinetta e. nel mezzo di questo vasto parco, troverete anche l’osservatorio Cheomseongdae, il più antico di tutta l’Asia; vi consiglio di visitarlo di notte, in quanto viene illuminato di un bel rosa. Poco lontano da questo parco troverete il museo di Silla e il Donggu Gwa Wolji, il palazzo secondario del regno di Silla.

Un altro punto che merita decisamente una vostra visita è il ponte Woljeonggyo costruito secondo l’architettura tradizionale.

In una seconda giornata potete visitare un paio di siti un po’ più lontani rispetto al centro città come la tomba sommersa nel mare del re Munmu, il tempio buddhista Bulguksa e la grotta Seokguram.

Ultima, ma non per importanza: l’isola di Jeju!
Jeju – @pinterest

Raggiungerla è davvero semplice, infatti basterà prenotare uno dei numerosi voli di Jeju Air per non più di 30-40€. Essendo i vari punti di interesse dislocati in zone disparate dell’isola, consiglio a tutti di richiedere la patente internazionale per poter noleggiare un’auto perché i mezzi di trasporto sono davvero poco efficienti e un’auto è il miglior e unico mezzo che vi permetterà di visitare l’isola.

A soli 10 minuti dall’aeroporto c’è il più grande e antico mercato dell’isola, il Dongmun traditional market. Qui troverete i famosi mandarini di Jeju, souvenir e innumerevoli piatti locali, tra cui il famoso black pork di Jeju.

Proseguendo verso ovest troverete il parco Hallim, ovvero, un giardino botanico; l’entrata è a pagamento, ma merita comunque una vostra visita. Poco più lontano si trova la spiaggia Hyeopjae: che visitiate l’isola in inverno oppure in estate, questa spiaggia dalla sabbia bianca e dal mare cristallino va assolutamente visitata.

A circa 20 minuti di auto da qui ci sono i flagship store di Innisfree e O’sulloc: in quest’ultimo potrete gustarvi torte, gelati, croffle ecc. al thè verde, assolutamente un must della vostra gita a Jeju.

Sempre muniti della vostra 4 ruote, il secondo giorno potete farvi un bel giro sulla costa sud dell’isola passando per la spiaggia Yongmeori, la scogliera di Oedolgae e la grotta lavica Manjaggul. A poco più di 15 minuti di auto troverete il caffè Gongbech, ovvero, il caffè che aveva in gestione il fratello di Suga.

Agli appassionati di montagna farà piacere sapere che a Jeju c’è il monte più alto di tutta la Corea, Hallasan: si tratta del vulcano che sorge nel punto centrale dell’isola. La passeggiata richiede la prenotazione, inoltre se volete raggiungere la cima dovete arrivare il rifugio intermedio prima delle 12, altrimenti non vi faranno passare.

Come ultima tappa vi potete dirigere verso est fino al monte Seongsan: si tratta della punta del cratere di un vulcano ormai spento e sommerso dall’acqua. Qui vicino potrete assistere anche allo spettacolo delle donne subacquee Haenyeo. In questa località numerosi sono i ristornati che servono il jeonbok-juk, ovvero, il porridge di abalone: alla vista forse non molto appetibile, ma il sapore è davvero buono.

Il nostro giro della Corea finisce qui e, come avrete notato, c’è molto da vedere, da fare e da mangiare! Armatevi di un paio di scarpe comode, tanta curiosità e soprattutto di NAVER MAP: per quanto efficienti siano le mappe di Google e dell’I-phone in Italia, in Corea decisamente non lo sono. Consiglio a tutti di imparare un po’ di coreano di “sopravvivenza”, sia per farvi capire da chi non parla inglese (purtroppo in tanti) sia per utilizzate Naver.

Che ve ne pare di questo tour? Siete pronti a partire con Mondocoreano?

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K-book

#K-book: 4 libri per scoprire la letteratura coreana

Ed eccoci al secondo appuntamento con #K-book, la nostra rubrica dedicata agli autori coreani, in cui vi consigliamo alcune letture per portarvi alla scoperta di un panorama letterario che sta destando sempre più interesse. Dopo avervi parlato di “Pachinko – La moglie coreana”, il romanzo di Lee Min Jin che ha ispirato l’omonima serie in onda su Apple tv+ (a proposito, quanti di voi la stanno guardando?), oggi vi presentiamo quattro titoli che appartengono a generi ma soprattutto epoche storiche differenti. Dai racconti scritti tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, alle fiabe tradizionali, dagli anni Sessanta fino ad arrivare alla Corea dei giorni nostri.

“I racconti di Ou” di Yu Mongin

Credits to Carocci Editore
  • Autore: Yu Mongin (유몽인)
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: “Eou yadam”, (어우야담), XVII sec.
  • Edizione italiana: Traduzione di Antonietta L. Bruno, Carocci Editore, 2019

Yu Mongin è vissuto tra la seconda metà del 1500 e i primi decenni del secolo successivo. Noto anche come Ou, è a lui che si deve la tradizione del genere yadam, di cui fanno parte racconti su personaggi che affrontano determinati eventi storici. 

Sull’anno della pubblicazione non si hanno notizie certe. Il tema della raccolta, pubblicata come “I racconti di Ou” e tradotta da una versione uscita nel 1964, comprende le vicende legate ai conflitti sia sociali che politici avvenuti tra la fine del primo e l’inizio del secondo periodo Joseon, epoca in cui visse l’autore. Quest’opera è diventata un vero e proprio classico della letteratura coreana; una delle storie incluse nel volume ha ispirato il drama fantasy “The legend of the Blue Sea”, in cui una sirena si ritrova nella moderna Seoul.

“Fiabe e storie coreane” di Maurizio Riotto

Credits to Franco Muzzio Editore
  • Autore: Maurizio Riotto
  • Anno di pubblicazione: 2001
  • Edizione: Franco Muzzio Editore 

Le fiabe rappresentano una parte fondamentale della cultura di ogni Paese. Anche la Corea vanta una lunga tradizione di questi racconti legati al folklore: storie in cui si intrecciano la visione della famiglia, il legame con la natura e gli animali, la rigida struttura della società, l’aspetto spirituale legato ai culti sciamanistici. Questo volume, scritto da un grande orientalista, Maurizio Riotto, che insegna Storia della Corea e Culture Comparate alla Anyang University, raccoglie molte fiabe mai che finora non erano ancora state tradotte in italiano: è un testo di grande interesse sia per chi vuole avvicinarsi alla cultura e alla letteratura coreane, sia per chi invece conosce già molti autori classici e contemporanei. È un libro unico, che aiuta a conoscere e comprendere il substrato su cui si è sviluppata, nel corso dei secoli, la tradizione letteraria della Corea del Sud. 

“L’infinito mare dei vent’anni” di Hwang Seok-yeong

Credits to O barra O edizioni
  • Autore: Hwang Seok-yeong (황석영)
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: “Gaebapbaragibyeol” (개밥바라기별), 2008
  • Edizione italiana: traduzione di Andrea De Benedittis, O barra O edizioni, 2021

“L’infinito mare dei vent’anni” procede per giustapposizioni di ricordi, attraverso una serie di flashback che riguardano sia la vita di Chun che dei suoi amici. Siamo in Corea del Sud durante gli anni Sessanta, e al protagonista di questo romanzo spettano due giorni di congedo prima di partire per il Vietnam. Chun sa che potrebbe perdere la vita durante il conflitto, sa che le vere ragioni per cui combatterà sono molto diverse da quelle propagandate dagli americani, si interroga sulla vita e su se stesso, alla ricerca di un senso. Un romanzo di formazione in cui ogni racconto e ogni riflessione sono di grande realismo, e in cui le voci dei diversi personaggi costruiscono un’unica trama che lascia emergere le contraddizioni della società sudcoreana dell’epoca.

Il libro è ispirato alla storia personale dell’autore, che ha combattuto in Vietnam nel corpo di spedizione a supporto delle truppe americane.

“Prenditi cura di lei” di Shin Kyung-sook

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Credits to Neri Pozza
  • Autore: Shin Kyung-sook (신경숙)
  • Titolo originale e anno di pubblicazione: “Eommareul Butakhae” (엄마를 부탁해), 2008
  • Edizione italiana: traduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi, Neri Pozza, 2011

“Prenditi cura di lei” è un romanzo che parla della famiglia, soprattutto del rapporto tra madre e figlia, attraverso una vicenda in cui veniamo immersi fin dal primo istante di lettura. Il libro, infatti, inizia quando l’evento cruciale della narrazione è già accaduto: Park So-nyo, una donna di quasi settant’anni, è scomparsa in mezzo alla folla dell’ora di punta in una stazione della metropolitana. Suo marito, che l’ha accompagnata a Seoul per fare visita ai due figli, all’improvviso non l’ha più vista accanto a sé e non ha modo di rintracciarla. Mentre nessuno di loro sa cosa fare per ritrovare So-nyo, tutti quanti iniziano a ripercorrere la vita familiare e il rapporto con lei. I due figli, nelle prime parti del romanzo, poi il marito, per lasciare spazio, nel finale, proprio alla voce della donna. 

Un libro toccante e affatto banale, che esplora le sfaccettature del ruolo ricoperto dalla donna e del suo spirito di sacrificio, ma analizza anche i rapporti tra genitori e figli, tra moglie e marito, alla ricerca delle verità nascoste, di tutto ciò che non sappiamo delle persone, neppure quando abbiamo condiviso con loro tutta la vita.

Speriamo che i nostri consigli di lettura vi siano piaciuti. Fateci sapere se avete letto qualcuno di questi libri e quali sono i vostri preferiti. Al prossimo appuntamento con #K-book!

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K-Culture Korea

16/04/2014: il naufragio del Sewol

Breve introduzione all’argomento

Il 16 Aprile 2014 è una data fondamentale per la storia contemporanea coreana, data passata tristemente alla storia a seguito del naufragio della nave Sewol ed è ricordato come uno dei più grandi naufragi mai avvenuti in Corea e, soprattutto, uno degli eventi più disastrosi accaduti in tempi di pace.

A causa del naufragio perderanno la vita 304 persone, 250 dei quali erano studenti della Danwon High School di Ansan e i 172 sopravvissuti verranno tratti in salvo prevalentemente da pescherecci e navi civili, arrivate sul luogo almeno 40 minuti prima della Korean Coast Guard (해양경찰청, Haeyang-gyeongchal-cheong).

This aerial image shows part of the damaged Sewol ferry between two barges during a salvage operation Thursday.
Immagini aeree delle operazioni di recupero del Sewol avvenute nel 2017 (Credits to AFP/Getty Images)

Ricostruzione dell’evento

naufragio-korea

Il Sewol (세월) era un traghetto costruito in Giappone nel 1994, nel 2012 verrà acquistato dalla Cheonghaejin Marine Company e, a seguito di ciò, subirà delle modifiche rivelatesi poi illegali.

Il traghetto ha iniziato ad essere attivo il 15 Marzo del 2013, compiendo tre viaggi a settimana dal porto di Incheon all’isola di Jeju, tragitto di 425 km e della durata di 13 ore e mezza.

Il Sewol, al momento della partenza, trasportava 443 passeggeri, 33 membri dell’equipaggio e 185 macchine, per un totale di 2,142.7 tonnellate di carico, nonostante il peso massimo consentito fosse pari a 987 tonnellate: il carico che non rientrava in quello consentito non era stato adeguatamente messo in sicurezza e questo squilibrio di peso sarà una tra le tante motivazioni che porteranno all’infausto evento.

La partenza del Sewol avverrà alle ore 09:00 p.m. KST del 15 Aprile 2014 e, per buona parte della navigazione, tutto andrà secondo i piani; tuttavia, a circa tre quarti di viaggio, avverrà qualcosa che darà il via alla concatenazione di eventi che porteranno al naufragio: alle ore 08:27 a.m. KST, mentre il Sewol entra nel canale di Maenggol, l’ufficiale di coperta Park ordinerà al timoniere Cho di correggere la rotta da 135 a 140 gradi.

A questo punto, però, la vicenda inizierà a farsi confusionaria perché verranno presentate due versioni differenti degli avvenimenti che, all’esito delle indagini, permetteranno alla Corte di concludere che i tentativi di Cho hanno portato la nave ad affrontare una svolta di 15 gradi per 40 secondi e che Cho (spaventato dall’eccessiva velocità della nave nella risposta ai comandi quando gli era stato dato l’ordine da Park di cambiare la rotta di 145 gradi) stesse già cercando di svoltare a sinistra quando ha ricevuto le altre indicazioni dall’ufficiale di coperta, portando la prua della nave a girare rapidamente a destra.

Il susseguirsi di brusche manovre porterà buona parte del carico del Sewol a spostarsi su un lato, implicando la perdita di tutta la forza di reazione della nave, permettendo così all’acqua di fluire dentro tramite i portelloni laterali per l’ingresso delle automobili e del carico localizzati nella poppa. Ma dov’era, in tutto questo trambusto, il capitano della nave?

Il Capitano Lee, nel frattempo, si trovava nella sua cabina ma, una volta sentito dell’incidente, si precipiterà sul ponte di comando della nave, raggiunto poco dopo dal resto dell’equipaggio e sarà all’incirca in questo momento che il timoniere Cho spegnerà i motori dell’imbarcazione, lasciando che questa andasse alla deriva.

Mentre il Sewol iniziava ad affondare, i membri dell’equipaggio e il Capitano Lee ordineranno ai passeggeri tramite l’interfono della nave di rimanere fermi perché ogni minimo movimento sarebbe potuto essere pericoloso e, contestualmente, verrà effettuata la prima chiamata al numero nazionale di emergenza da Choi Duk-ha, uno studente della Danwon presente sul traghetto: l’equipaggio procederà con le dovute chiamate d’emergenza al servizio di assistenza al traffico marittimo o VTS soltanto qualche minuto dopo.

Di lì in poi inizierà un “botta e risposta” tra la Guardia Costiera e il Sewol circa lo status dell’imbarcazione, dei passeggeri e le procedure da seguire: alle 08:57 a.m. KST la Guardia costiera invierà il pattugliatore No. 123 sulla scena e lo incaricherà di seguire le procedure della Guardia costiera per il salvataggio dei passeggeri.

Questo passa parola di informazioni proseguirà fino alle 09:38 a.m. KST, quando si interromperanno definitivamente le comunicazioni tra la nave e il VTS: nel frattempo, qualche minuto prima lo stesso servizio di assistenza esorterà il Capitano a prendere una rapida decisione sul da farsi e questi ribadirà, un’ultima volta, l’ordine di rimanere fermi, ordine che condannerà definitivamente a morte buona parte dei passeggeri.

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Alle 09:46 a.m. KST il Capitano Lee e parte del suo equipaggio verrà tratto in salvo, abbandonando la nave e i suoi passeggeri al loro triste destino.

Le successive operazioni di recupero dei corpi delle vittime e dei loro oggetti da restituire a genitori e amici verranno condotte prevalentemente da sommozzatori civili, lasciati da soli nell’esecuzione di queste difficilissime e pericolose operazioni: il 10 Luglio 2014 il governo ordinerà improvvisamente ai sub di interrompere il tutto e di abbandonare il sito.

Cause principali del naufragio

Ma quindi, quali sono le cause di questo terribile incidente?

Per quanto cercare un solo colpevole sia – sostanzialmente – impossibile, siamo in grado, anche grazie alle indagini e ai processi che si sono svolti, di individuare alcune motivazioni che hanno portato a questo esito, innanzitutto possiamo imputare alla pericolosità della zona di mare del canale di Maenggol un primo motivo che avrebbe dovuto comportare una maggiore attenzione nella navigazione.

Purtroppo, però, in questo caso le cause e gli errori umani sono sicuramente quelli che hanno maggiormente influito nella determinazione degli eventi, partendo dalle modifiche inopportune al progetto originale del traghetto e al difetto nel meccanismo di governo del timone (informazione che era stata fatta presente dal Capitano Lee il 1 Aprile di quello stesso anno ma che era stata completamente ignorata dalla compagnia che gestiva la manutenzione della nave).

Un altro errore umano è stato quello commesso dall’ufficiale di coperta Park e dal timoniere Cho, dovuto all’improvvisa e irragionevole virata a tribordo tra le 08:48 e le 08:49 che ha causato lo scivolamento del carico a babordo (= sinistra) e a ciò si deve aggiungere la totale inesperienza e inadeguatezza dell’equipaggio nelle situazioni emergenziali: un’indagine sulla contabilità della Chonghaejin ha rivelato, poi, che l’azienda avesse speso appena 521 dollari per l’addestramento dell’equipaggio, comprese le esercitazioni per le evacuazioni.

I ritardi nelle operazioni di salvataggio rientrano sicuramente tra le concause di questa tragedia, infatti è stato notato come una maggiore repentinità nell’attivazione delle operazioni avrebbe sicuramente portato in salvo molte più persone rispetto ai numeri effettivi ma in questo caso si inserisce un’altra componente, cioè quella dell’insensatezza dell’ordine di rimanere a bordo da parte del Capitano Lee, ordine che è stato eseguito ad occhi chiusi dai passeggeri: da questa dinamica è stato, poi, tratto un articolo di critica sociale da parte del giornale Korea Times dal titolo Culture can’t explain it all, nel quale si affronta il ruolo della cultura e della rigida educazione coreana.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo il comportamento del Capitano, il quale ha impiegato ben 40 minuti prima di rendersi conto dell’irrecuperabilità della situazione e non si è prodigato immediatamente per l’attivazione dei protocolli di salvataggio: a ciò va aggiunto, soprattutto, la sua decisione di mettersi in salvo prima di essersi assicurato del benessere dei propri passeggeri, violando quella che è una legge non scritta del mare, cioè “Il comandante affonda con la nave“.

Tra i vari responsabili, certamente non si può escludere la Guardia costiera, sospettata di aver deliberatamente ignorato il proprio manuale interno nello svolgimento delle operazioni di soccorso, infatti, secondo il Manuale di soccorso marittimo la polizia marittima è tenuta a designare un Coordinatore per supervisionare le operazioni: effettivamente, la Guardia costiera di Mokpo aveva sì inviato il vascello No. 123 ma senza dargli grandi spiegazioni sulla situazione, infatti questi non soltanto aveva una scarsissima conoscenza delle coordinate reali della nave, del numero dei passeggeri e – soprattutto – del nome del traghetto, ma anche non era a conoscenza delle comunicazioni avvenute tra il Sewol e il VTS di Jindo, così come non aveva ricevuto alcuna informazione dall’elicottero che era arrivato sulla scena dell’incidente 10 minuti prima.

Il vascello No. 123 è arrivato sulla scena totalmente impreparato, trovandosi davanti la nave già inclinata di 45 gradi, rendendo impossibili i tentativi di evacuazione con i mezzi che aveva a bordo e, inoltre, secondo il Manuale di soccorso, i sommozzatori sarebbero dovuti intervenire immediatamente appena giunti sul posto ma ciò non è avvenuto, anzi soltanto due sommozzatori hanno tentato di entrare nel traghetto verso le 11:24 a.m. KST, quando già il Sewol era capovolto e quasi totalmente affondato, rendendo vani i loro tentativi.

Proprio a causa dell’inadeguatezza della Guardia costiera coreana, l’ex Presidentessa Park Geun-hye dismetterà l’organismo in risposta alla fortissima pressione sociale e verrà ristabilito soltanto nel 2017 dal Presidente Moon Jae-in.

Il caso mediatico e il caos politico

La prima cosa che è apparsa agli occhi di tutti è stato il fallimento epocale della leadership e dell’apparato statale nella gestione della tragedia, pensiamo semplicemente al fatto che Park Geun-hye non è apparsa in pubblico per circa sette ore dopo l’avvenuto naufragio, rimanendo chiusa nella sua stanza da letto: il governo coreano verrà aspramente criticato in quei concitati giorni, non soltanto accusato di aver ritardato troppo i soccorsi, ma anche per le notizie imprecise – e talvolta false – date dalle fonti governative, tanto che il 27 Aprile 2014 il Primo Ministro Chung Hong-won darà le sue dimissioni dopo essersi scusato con la popolazione.

Park Gyun-hye si scuserà per essere stata incapace di gestire la situazione soltanto 13 giorni dopo l’evento, il 29 Aprile 2014, e visiterà la scuola di Ansan dalla quale provenivano gli studenti, promettendo alle testate giornalistiche e ai cittadini di avere l’intenzione di riformare il paese affinché un evento del genere non si verificasse più: tuttavia, questo sarà soltanto l’ennesimo tentativo del governo di proteggere maggiormente la propria reputazione che la verità.

Il 16 Novembre 2016 verrà pubblicato un report sulla tragedia del Sewol compilato dal Servizio nazionale di intelligence coreano diretto alla Presidentessa Park, nel quale ci si riferiva al naufragio come ad un “banale incidente di un traghetto” (그저 하나의 여객선 사고) e si affermava di dover “controllare le proteste in merito al naufragio” (여객선 사고를 빌미로 한 투쟁을 제어해야 한다): nel report non si fa alcun riferimento né alle indagini, né al recupero del relitto né al supporto verso le famiglie delle vittime ma, anzi, si incita al controllo delle proteste da parte dell’opposizione, suggerendo di manipolare l’opinione pubblica tramite manifestazioni organizzate dal governo stesso.

Il naufragio del Sewol contribuirà fortemente al crollo dell’amministrazione Park, infatti mentre aumentavano le critiche nei suoi confronti, l’amministrazione istituiva una commissione per monitorare e perseguire i detrattori: nel 2016 questo piano uscirà definitivamente allo scoperto e causerà lo scoppio di uno scandalo per corruzione che porterà all’avvio del procedimento di impeachment nei confronti di Park Geun-hye.

Dopo l’elezione di Moon Jae-in, verranno rivelati dei documenti che l’ex Presidentessa aveva creato contenenti una lista nera segreta di artisti cui era vietato ricevere ogni sorta di riconoscimento governativo o sponsorizzazione e, successivamente, si scoprirà che l’obiettivo iniziale di questa lista era proprio quello di censurare coloro che avevano commemorato le vittime del Sewol tramite la loro arte.

Gli indagati e il processo

Come in tutte le storie, anche in questo caso dobbiamo identificare i “cattivi”, o meglio, dobbiamo capire chi sono i responsabili e, in effetti, sin dal primo momento l’attenzione è ricaduta, giustamente, su alcuni soggetti specifici. Cioè?

  • Il Capitano della nave e 14 membri dell’equipaggio;
  • Il Governo (nella figura di Park Geun-hye e della Guardia costiera);
  • Il proprietario della Chonghaejin Marine, Yoo Byung-eun;

Cosa c’entra il proprietario della compagnia?

Dalle indagini è emerso che questi non fosse un soggetto particolarmente raccomandabile, anzi tutt’altro, infatti, era noto come il “milionario senza faccia” a causa delle sue rare apparizioni in pubblico: ex fotografo e membro del culto religioso chiamato Odaeyang (il che lo aveva reso sospetto nel caso del suicidio-omicidio di massa del 1987, in cui più di 30 persone del suo gruppo furono trovate morte, legate e imbavagliate in una fabbrica a sud di Seoul, senza però che gli investigatori trovassero alcuna prova del suo coinvolgimento), nei primi anni ’90 passerà quattro anni in prigione per il reato di frode.

Illustrato, quindi, il quadro sulla sua persona ma senza voler scadere nel “giudicare un libro dalla sua copertina”, non appare affatto strano che dietro il disastro del Sewol vi sia anche il suo zampino e, non a caso, non appena verrà rilasciato un mandato d’arresto nei suoi confronti, questi si darà alla macchia: per la sua ricerca verranno impiegati 9000 poliziotti, tuttavia, nel giugno del 2014 verrà trovato un cadavere a 415km a sud di Seoul corrispondente a quello dell’imprenditore (identificato per mezzo del suo DNA) ma le cause della morte rimarranno ignote. Che, quindi, sapesse più del previsto e che, quindi, la verità fosse ancora più sconvolgente di quanto fosse già emerso?

Ad ogni modo, i principali sospettati sono 11 membri dell’equipaggio, accusati di negligenza professionale e di altri reati minori circa la sicurezza della nave, e 4 membri dell’equipaggio (il Capitano Lee, il Primo Ufficiale Kang, l’ufficiale in seconda Kim e il capo ingegnere Park), accusati di omicidio per grave negligenza, la cui pena nell’ordinamento giuridico coreano può anche corrispondere alla pena di morte.

Il processo per il disastro del Sewol inizierà qualche mese dopo e fondamentali saranno le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla tragedia e dei sommozzatori civili, specie per la ricostruzione degli eventi e per ridisegnare meglio i profili di responsabilità in capo all’equipaggio a bordo e alle autorità: ciò che, purtroppo, emergerà dalle loro testimonianze sarà l’ingiustificato ritardo nelle operazioni e i vaghi e insensati tentativi di camuffare la verità.

I want to question the high-ranking officials. I remember everything with acute pain. I cannot forget. But how come you, the élite of the society, claim that you don’t know and you don’t remember?
Kim Gwan-hong, civilian diver – First hearings for the Sewol ferry disaster 14-16/12/2015

Voglio fare una domanda alle persone importanti qui presenti [letteralmente “ai funzionari di alto rango]. Io ricordo tutto con estremo dolore. Non posso dimenticare [quello che ho visto]. Come fate voi, élite della società, ad affermare di non sapere e di non ricordare [di quel giorno]?
Kim Gwan-hong, sommozzatore civile – Prima udienza per il caso Sewol 14-16/12/2015

Durante una delle udienze, il pubblico ministero chiederà la pena di morte per il Capitano Lee, sostenendo fortemente la sua totale responsabilità nel non aver adempiuto ai suoi obblighi da capitano, mentre l’11 Novembre 2014 il Tribunale del distretto di Gwangju affermerà che questi fosse sì, colpevole di negligenza, ma che questa non fosse sostenuta dall’obiettivo di uccidere, condannandolo a 36 anni di carcere: nei vari appelli, poi, la sentenza è stata ulteriormente aumentata passando da 36 anni al carcere a vita, tuttavia questa sentenza non sarà affatto ben accetta dai cittadini, che sosterranno vivamente che la Corte abbia “anteposto la vita del Capitano a quelle dei loro figli“.

Anche gli altri imputati subiranno una condanna al carcere, seppur con qualche sconto di pena.

The “Yellow ribbon campaign”

Credits to Korea.net

The parents have been desperate to know the truth. But why are they trying so hard to hide it? I need to know the truth, and I want them to apologise sincerely.
Jeong Bu-ja, mother of late Shin Ho-seong

I genitori sono disperati di sapere la verità. Perché [loro, le autorità] stanno cercando così tanto di nasconderla? Ho bisogno di sapere la verità e voglio che si scusino sinceramente.
Jeong Bu-ja, madre del defunto Shin Ho-seong

Tra le cose che più lasciano di stucco davanti tragedie di questo calibro è l’utilizzo del cellulari, diventati involontariamente testimoni e strumento per raccontare l’agonia e la disperazione dei passeggeri del Sewol e proprio i video e i messaggi inviati dalle vittime ai propri cari sono stati ulteriore benzina per la già ustionante e divampante rabbia dei parenti delle vittime, assetati come non mai di giustizia e di verità: è proprio in quest’occasione che è nata la “Yellow ribbon campaign“. Cos’è?

Il fiocco giallo è, da sempre, usato come simbolo di speranza, così quando il Sewol è naufragato e divenne chiaro che le vittime non avrebbero fatto ritorno e i cittadini presero a interrogarsi circa le responsabilità del governo, i fiocchi assunsero il significato di resistenza civile e di democratizzazione.

Un gruppo di studenti universitari, noto come “Active Autonomous Alter Life Together” (ALT), durante i giorni successivi alla tragedia posterà online il progetto di un disegno che rappresentava un fiocco delineato in nero su uno sfondo giallo accompagnato dalla didascalia “Che possa un piccolo movimento generare un grande miracolo” e incoraggeranno tanti altri a partecipare alla campagna in sostegno delle vittime del Sewol: i fiocchi gialli riceveranno subito una grande risonanza, diventando un simbolo anti-governativo e delle proteste che scoppieranno di lì a poco.

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Credits to Korea Times

Durante una di queste proteste, i manifestanti marceranno verso il quartier generale della Korean Broadcasting System (KBS) per criticare la loro collaborazione alla rappresentazione distorta (e filo governativa) della tragedia, da lì la protesta si sposterà verso la Blue House, dove vive il presidente, chiedendo maggiore neutralità da parte del governo e delle commissioni istituite ad hoc per il caso Sewol: questa protesta alla Blue House durerà per ben 76 giorni, a seguito dei quali i manifestanti si sposteranno verso Gwanghwamun Square, luogo dal grande valore artistico e storico per i coreani.

Si può avere paura di un simbolo?

In questo caso sì, perché presto i fiocchi gialli verranno targhettizzati dal Governo come simboli di protesta e di ribellione e non come simboli di lutto e memoria e ne verrà vietato l’uso o l’esposizione nelle scuole.

La risposta del K-pop

Il mondo dell’arte, specie del K-pop, non rimarrà silente davanti questa tragedia e, a dimostrazione del fatto che arte e realtà camminano da sempre – e per sempre – fianco a fianco, negli anni saranno tanti i gruppi che si esporranno in favore della verità per le vittime del Sewol e, velatamente, contro l’operato del governo. Proviamo a fare qualche esempio:

I BTS, nel febbraio 2017 (circa un mese prima il recupero del relitto del Sewol), pubblicheranno il brano Spring day (봄날) il cui messaggio, già profondo di per sé, richiama la nostalgia nei confronti di qualcuno caro che magari non è più con noi, tuttavia ha un significato nascosto e che, in qualche modo, si può collegare alla vicenda del Sewol: infatti, molti ARMY hanno notato le numerosissime – e forse non poi così casuali – somiglianze con il naufragio del Sewol. Ad esempio?

Come illustra magnificamente il canale Youtube “Italian Army” nel video in sovraimpressione, già solo guardando la copertina dell’album cui fa parte la canzone – WINGS: You Never Walk Alone – è possibile notare la presenza di quattro fiocchi gialli su uno sfondo nero, così come sono molti i riferimenti sparsi qui e lì nel video, a partire dalla scena d’apertura che ritrae V che cammina su delle rotaie vuote, attendendo un treno che non arriverà mai (come il Sewol e i suoi passeggeri), la scena della lavanderia e degli oblò delle lavatrici che richiamano molto quelli di una nave ma anche la scena della giostra arrugginita alla quale sono attaccati tanti nastri gialli.

추운 겨울 끝을 지나
다시 봄날이 올 때까지
꽃 피울 때까지
그곳에 좀 더 머물러줘
머물러줘

Past the end of this cold winter
Until the spring comes again
Until the flowers bloom again
Stay there a little longer
Stay there

Non soltanto i BTS ma anche il gruppo femminile The Ark ha avuto modo di esprimere la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, infatti nel video della canzone The light viene rappresentato un amorevole rapporto madre/figlia, nel quale la madre viene vista lavorare e farsi in quattro per consentire alla figlia di vivere un’esistenza dignitosa, tuttavia quando questa si lamenta di voler comprare uno zaino nuovo, la madre glielo negherà: qualche giorno dopo, la figlia andrà in gita con la scuola, gita dalla quale non farà ritorno perché il bus sul quale viaggiava avrà un incidente, portando con sé tutti i passeggeri.

I know always got my back back,
And you know I always got you right back,
No matter what anyone says to me, now I’ll always be by your side.

Io so che mi hai sempre coperto le spalle,
E tu sai che io ti ho sempre con me,
Non importa quello che mi dicono gli altri, io sarò sempre al tuo fianco.

Anche le Red Velvet parteciperanno a questo movimento di massa, infatti nel 2016 pubblicheranno il brano One of these nights (7월 7일) il cui video reca molti riferimenti all’acqua, ai lunghi corridoi delle navi e persino, ad un certo punto, abbiamo modo di vedere una dei membri del gruppo giacere su di una piccola imbarcazione che, con il passare del tempo, va via via sprofondando: anche in questo caso, come in Spring day, troviamo come tema comune la nostalgia e la perdita di qualcuno a noi caro e il disperato bisogno di rivederlo.

Oh, I can’t forget easily
Even if I turn the calendar, I’m still in the same place

Oh, non posso dimenticare facilmente
Anche se giro [i fogli] del calendario, rimango sempre nello stesso posto

Infine bisogna citare Shin Yong Jae, membro dei 4MEN, il quale pubblicherà la canzone You who my love: la particolarità di questo brano sta nel fatto che è stato scritto da uno studente vittima del naufragio, grande fan del cantante, ed è stata inviata dai genitori dello studente perché questi la finisse e la pubblicasse.

Ulteriore materiale per conoscere meglio l’argomento

Nel caso in cui foste particolarmente interessati alla vicenda, vi consigliamo la visione dei seguenti prodotti:

Documentario sul naufragio del Sewol:

The truth shall not sink with Sewol” (= la verità non deve affondare con il Sewol), uno slogan che ne richiama un altro già noto a noi italiani, “Don’t clean up the blood“, diventato tristemente famoso dopo le vicende del G8 di Genova, slogan che invita a non dimenticare gli eventi e non lasciare che lo scorrere del tempo e lo svanire dei ricordi permetta alla mala politica e amministrazione di passarla liscia.

Intervista di Korea Now ad una sopravvissuta:

Ricostruzione della vicenda da parte del giornale “The New Yorker”:

“When we left the scene, there were small birds in the rain and wind. Those tiny birds… were flying around… in the storm. The birds were so tiny and beautiful. And their call so touching… But it sounded like the students’ wailing, asking me not to leave them behind.
Kim Gwan-hong (1973-2016), civilian diver

Quando abbiamo lasciato il sito, c’erano dei piccoli uccellini [che volavano] tra la pioggia e il vento. Quei piccoli uccelli… volavano… nella tempesta. Erano così piccoli e belli. E il loro canto era così emozionante… Ma quel canto suonava come i lamenti degli studenti che mi chiedevano di non lasciarli indietro [e di non abbandonarli].
Kim Gwan-hong (1973-2016), sommozzatore civile

Fonti

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FKFF: la nostra esperienza

Questo weekend, come avete ben potuto vedere e seguire dalle storie Instagram, siamo state a Firenze per il Florence Korea Film Fest. Che cos’è?

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Il Florence Korea Film Fest è un festival del cinema coreano organizzato nella città di Firenze dal 2003 dall’Associazione culturale Taegukgi, ideato con lo scopo di promuovere la cultura cinematografica e artistica coreana in Italia, non solo tramite la proiezione di film, documentari e cortometraggi ma anche tramite incontri con gli autori stessi.

Inoltre, dal 2007, il FKFF si prodiga per l’esportazione del cinema italiano in Corea del sud, collaborando con il JIFF – Jeonju International Film Festival e il BIFF – Busan International Film Festival: proprio in ragione di ciò, in sala era presente tra gli ospiti d’onore il direttore del BIFF!

Come redazione, appena abbiamo saputo di questo evento, ci siamo mobilitate sin dall’inizio affinché potessimo partecipare, richiamate da questo filo conduttore tra l’Italia e la Corea, che è un po’ il nostro stesso leitmotiv e obiettivo.

Ospite d’eccezione, tra i tanti grandissimi attori e registi presenti nelle varie giornate, c’era Lee Jung Jae, ormai sulla bocca di tutti e su tutte le copertine e red carpet a seguito del successo planetario della serie Squid Game: un attore e persona disponibile, molto sorridente e aperto al dialogo con il quale abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere durante la permanenza al Festival!

Lee Jung Jae è stato presente in sala in due diverse occasioni, la prima venerdì sera a seguito della proiezione del film che lo vede nel ruolo di co-protagonista, Deliver us from evil, a seguito del quale ha risposto ad alcune domande del pubblico, e la seconda volta alla masterclass di sabato mattina, durante la quale ha dispensato consigli, opinioni e ha risposto a tantissime domande, dimostrandosi molto umile e alla mano.

Deliver us from evil – 다만 악에서 구하소서

Deliver us from evil è un film d’azione del 2020 diretto dal regista Hong Won-Chan: il film è ambientato in Thailandia e narra le vicende di un ex agente segreto, diventato un mercenario, il quale partirà alla ricerca disperata di una persona a lui cara che è stata rapita, purtroppo, però, questo rapimento si intreccerà con il cammino di un efferato e violento criminale con il quale il protagonista ha un conto in sospeso.

Il nostro Lee Jung Jae riveste il ruolo dell’antagonista – un cattivo cattivissimo – che darà non poco filo da torcere al protagonista, interpretato da Hwang Jung-min: se vi aspettate di trovare il genuino Gi-Hun di Squid Game vi sbagliate di grosso, perché in questo lungometraggio vedrete il “lato oscuro” di Lee Jung Jae, infatti darà caratterizzazione ad un personaggio spietato, determinato a raggiungere i propri obiettivi criminali.

Il film sicuramente non è adatto ai deboli di cuore e ai soggetti facilmente impressionabili, c’è tanto sangue e tanta violenza, ma se vi piace il genere e volete vedere un po’ di azione a regola d’arte, è il film che fa per voi.

Masterclass con Lee Jung Jae

Sabato mattina, invece, alla presenza di una platea gremita – e probabilmente sold-out – si è tenuta la Masterclass che vedeva come ospiti Lee Jung Jae e il regista di Squid Game, Hwang Dong-hyuk, un’occasione per ripercorrere le carriere dei due artisti, per scoprire i segreti nascosti dietro il loro successo e avere un momento di confronto e unione: seppure il regista non abbia potuto partecipare e abbia dovuto lasciare il Festival prima del previsto, l’intento di questo incontro è comunque riuscito, dando luogo ad una splendida chiacchierata “tra amici“, dal tenore sereno e piacevole.

L’intera masterclass è stata concentrata sulla fama internazionale dell’attore, fama che non nasce con Squid Game ma molti anni addietro, infatti già dagli anni ’90 Lee Jung Jae è diventato tra i maggiori e più famosi artisti dell’industria cinematografica e televisiva coreana, grazie anche ad opere d’arte della televisione come The young man e Sandglass, serie tv che l’hanno consacrato sull’altare dei big dello schermo, ma anche e soprattutto il film City of the rising sun (태양은 없다) del 1998.

Tra le questioni più interessanti trattate durante l’incontro c’è sicuramente l’attenzione dell’industria cinematografica e televisiva coreana nei confronti delle differenze sociali e della narrazione di queste ultime, infatti non è raro vedere nei K-drama e K-movies scorci di vita quotidiana dei coreani di tutte le classi sociali, raccontate in modo onesto, crudo e imparziale: questa è una scelta che, ai nostri occhi, appare quasi curiosa, in quanto molto lontana dal nostro modo di raccontare, per esempio, le periferie – spesso eccessivamente romanzate o criticate aspramente senza troppe possibilità di trovare un compromesso – .

La scelta delle differenze sociali, a dire di Lee Jung Jae, non è affatto una scelta casuale ma, tutt’al più, è un modo per esorcizzare la paura, uno spunto di riflessione per rendersi conto che quelle sfortune, quei crolli, quelle crisi possono accadere a chiunque, in qualunque momento e proprio per questo motivo, come società, dobbiamo impegnarci tutti affinché si possa costruire un mondo più a portata di tutti, cercando di ridurre al minimo queste possibilità di esclusione sociale, di ghettizzazione e di allontanamento dalla “vita normale”: in quest’ottica può essere rivisto anche lo stesso Squid Game, infatti, non deve essere inteso come un gioco al massacro fine a se stesso quanto piuttosto deve essere analizzato come la più lampante manifestazione del bisogno reciproco che abbiamo tutti della presenza e dell’aiuto altrui.

“Proviamo a pensare di più al prossimo come leitmotiv di Squid Game.”

Lee Jung Jae

Strettamente collegata alla questione delle differenze sociali troviamo anche la narrazione della violenza, talvolta portata all’estremo nei K-drama, e anche in questo caso deve essere vista da una prospettiva differente, perché, sempre secondo l’attore, la violenza narrata non è mai fine a se stessa, non è “violenza per la violenza“, bensì è un modo per realizzare l’esistenza di un problema, primo passo per comprenderlo e capire come risolverlo: quindi, anche qui, occorre un’analisi sociale molto più profonda che non può fermarsi alla banale violenza fisica mostrata sullo schermo ma che presuppone un’attenzione particolare alla pressione sociale dei genitori, della società, dei social media nei confronti di ogni individuo.

All’attore è stato, poi, chiesto come costruisse i suoi personaggi, quale fosse lo studio affrontato per poter creare nei minimi dettagli la psicologia dei soggetti che interpreta, cosa li rende così speciali e diversi e unici gli uni dagli altri. Sapete il suo segreto?

Osservare le persone comuni, andare in giro per la città ma, soprattutto, tanto allenamento fisico! Perché? Perché “faticare e sudare fa avere nuove idee”!

Al termine della Masterclass, l’attore si è reso disponibile per fare una breve sessione di autografi, confermando il suo animo gentile e disponibile ma anche il suo amore per i fan italiani.

A song for my dear – 그대어이가리

E se due giorni non erano sufficienti, domenica non abbiamo potuto proprio farne a meno e siamo tornate nuovamente al cinema per un’altra proiezione: questa volta, però, abbiamo visto un film drammatico. Di quale parliamo?

Abbiamo assistito alla proiezione di A song for my dear, film indipendente del 2021 diretto dal regista Lee Chang-Yeoul, che narra la triste vicenda di una coppia sposata da tanti anni e che vive la propria esistenza con i soliti alti e bassi, fin quando un fulmine non piomba sulle loro teste, perché alla moglie viene diagnosticata una grave forma di Alzheimer e al marito toccherà prendersi cura di lei, fin quando gli sarà possibile, assistendo al lento e doloroso degenero della malattia e delle condizioni dell’amore della sua vita.

Si tratta di un film molto profondo ed emozionante, l’intera sala era in lacrime e non mancano di certo gli spunti di riflessione.

A rendere il tutto ancora più emozionante è stata la presenza degli attori e del regista in sala durante la proiezione, i quali hanno ringraziato il pubblico per aver assistito al loro lavoro e hanno esternato il loro amore per l’Italia e per il Florence Korea Film Fest.

Opinioni complessive sul Festival

Che peccato averne scoperto l’esistenza solo quest’anno!

Un’esperienza unica nel suo genere, è stato entusiasmante vedere così tanti appassionati alla Corea del Sud, italiani e non: è un festival ben organizzato, con una programmazione interessante, fresca e colma di occasioni per poter scoprire nuovi attori, registi e pellicole magari meno note al vasto pubblico.

Vedere che, finalmente, l’Italia sta iniziando ad aprirsi alla Corea del Sud, stringendo rapporti sempre più stretti, è un piacere per chi ama entrambi i paesi e spera in una maggiore vicinanza e connessione tra le due nazioni: che l’arte diventi il ponte che unisce Occidente e Oriente?

Nel dubbio, noi sappiamo già che il prossimo anno saremo nuovamente in prima fila! Verrete con noi?

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K-Travel Korea

Ready, set… 가자! Cosa fare in Corea?

Lo sappiamo, è l’ennesimo articolo che scriviamo sul nostro futuro viaggio in Corea.

Lo sappiamo, non ne potete più neanche voi. Fosse per noi, saremmo già con le valigie in mano, pronte a partire per un fantastico viaggio alla scoperta di questo paese del quale tanto parliamo e che vorremmo conoscere in ogni sua sfaccettatura.

Però, sembra proprio che gli astri stiano iniziando posizionarsi al posto giusto e forse il nostro sogno sta per realizzarsi. Ma come? Non lo sapete?

Già da un paio di giorni, la Corea ha aperto le sue frontiere agli stranieri vaccinati, permettendo una lenta riapertura del traffico turistico internazionale, dopo ben due anni di stop e di lentissime riprese!

Quando abbiamo letto questa notizia, non stavamo nella pelle e abbiamo cercato i primi voli disponibili per Seoul, immaginandoci già al gate dell’aeroporto, pronte a salire sul nostro aereo per Incheon.

Però, mentre fantasticavamo su questo momento tanto agognato, ci siamo rese conto di una cosa: cosa faremo una volta atterrate?

Proprio per questo motivo, abbiamo creato, insieme a voi una guida di #cosechefaremoincorea!

Siete pronti a partire con noi? Kajaa!

PS. Per essere sicuri e avere informazioni certe su possibili evoluzioni, vi consigliamo di consultare sempre il sito del Ministero degli Esteri!

Qui sotto, trovate la guida…

Fate un Click per averla gratuitamente!

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K-book

#K-book: “Pachinko” – La moglie coreana

Benvenuti al primo appuntamento di #K-book, una rubrica originale di Mondocoreano, incentrata interamente su libri di autori coreani consigliati dalla redazione!

Giusto qualche giorno fa è uscito ufficialmente “Pachinko”, K-drama che vede il ritorno sugli schermi di Lee Min Ho, e potevamo non cogliere l’occasione per parlarvi dell’omonimo libro dal quale è tratto?

Certo che no! Ovviamente vorremmo parlarvi di questo libro senza fare troppi spoiler, lasciandovi il piacere della lettura: partiamo allora da alcune considerazioni sui personaggi e le loro vicende.

“La Storia ci ha traditi, ma non importa”

Il libro si apre con questa frase: “La Storia ci ha traditi, ma non importa.” e, in effetti, fin da subito, è chiaro che i protagonisti di Lee Min Jin sono persone semplici, che possiedono poco o niente e che spesso non sanno neppure leggere: insomma, persone su cui la Storia con la “s” maiuscola sembra accanirsi, per trasformarle in vittime. Ma vittime non sono e, a dirlo, è la stessa autrice in un’intervista per la PBS: sono persone che hanno coraggio, che si danno da fare, che si ingegnano per cavarsela e per dare ai figli la possibilità di riscattarsi, di farcela. E se nessuno ha raccontato di loro è perché hanno lasciato poche tracce sui sentieri che battuti dagli storici. 

Tutto questo accade nelle pagine iniziali di “La moglie coreana”, titolo con cui è stato pubblicato in Italia “Pachinko” di Lee Min Jin (traduzione di Federica Merani, edizioni Piemme): un romanzo storico che si snoda lungo quasi ottant’anni e che racconta ben quattro generazioni, dai genitori di Sunja fino ai suoi nipoti.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza…

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Sunja, la protagonista del romanzo, viene alla luce quando sua madre, Yangjin, ha già perso tre figli e cresce in una famiglia umile che possiede una locanda a Yeongdo, un isolotto non distante dalla città di Pusan, nella Corea del primo Novecento governata dai giapponesi.

Il padre di Sunja, Hoonie, ha il labbro leporino e un piede storto, ma è un uomo buono e generoso, benvoluto da tutti, devoto sia alla moglie che alla figlia ma questi, purtroppo, non avrà vita lunga perché morirà a causa della tubercolosi, lasciando Sunja e Yangjin a occuparsi dei pensionanti, con l’aiuto delle altre dipendenti; nella locanda, le giornate di Sunja sono tutte uguali, ore e ore in cui pulisce i pavimenti, lava piatti e vestiti, cucina e serve i pasti.

Poi qualcosa, o meglio, qualcuno, cambia per sempre il corso della sua esistenza: si innamora e si concede senza pensare alle conseguenze, senza sapere che Koh Hansu ha già una moglie e delle figlie in Giappone, a Osaka. Incinta di un uomo che non può sposarla, Sunja sembra avere il destino ormai segnato, ma un altro evento rimescola le carte. Cioè?

Una volta sposatasi con un giovane pastore, che accetta di fare da padre al bambino, sale su un battello che la porterà proprio a Osaka.

La diaspora coreana e la difficile relazione con i giapponesi

Quando arriva a Osaka, Sunja va a vivere con suo marito a casa del cognato e della moglie, che abitano a Ikaino, il ghetto coreano: un dedalo di stradine sporche e case tirate su alla bell’e meglio, in cui spesso persone e animali condividono pochi metri quadri.

La giovane donna deve confrontarsi con i pregiudizi che la società giapponese nutre verso i coreani e che, a volte, sono alimentati anche dagli stessi suo connazionali: è il cognato, infatti, che le raccomanda di non fidarsi dei vicini, di non prestare loro del denaro né offrire loro del cibo, ricordandole che la maggior parte degli abitanti di Ikaino vive di espedienti e non si fa scrupolo a rubare o a commettere altre illegalità. 

In tutti i contesti, per i coreani, la vita è difficile. A scuola e sul lavoro le opportunità non sono le stesse, come sperimenteranno i figli di Sunja, e anche la fatica non sempre porta al riscatto sociale: al tempo stesso, però, un ritorno in Corea è quasi impossibile, a causa della povertà, prima, e poi della situazione politica successiva alla Seconda guerra mondiale.

Se per la maggior parte dei coreani, però, la loro condizione è motivo di astio verso la nazione che li governa, per alcuni il cruccio è invece non essere giapponese, dunque da un lato c’è la consapevolezza che non tutti i giapponesi si comportano male con gli immigrati, ma soprattutto è legittimo chiedersi come debba considerarsi chi appartiene alla seconda o terza generazione: poiché il romanzo copre un arco temporale molto ampio, c’è modo anche di parlare dei coreani nati in altri paesi (la stessa autrice è cresciuta negli Stati Uniti), che fanno ritorno in Asia.

In questo contesto vale la pena ricordare una riflessione fatta, sul finale, da uno dei protagonisti:

L’identità di una persona non dipende solo dal sangue.” 

Il pachinko e le sale da gioco

Dal momento che molti lavori sono preclusi agli immigrati, molti coreani entrano in contatto con la yakuza o si dedicano ad attività ritenute losche, pericolose, non da gente perbene.

Una di queste è la gestione delle sale di pachinko ed ecco che entra in ballo anche ciò che dà il titolo originale al libro. Cos’è il pachinko?

Il pachinko è un gioco d’azzardo giapponese che si pratica con una macchina simile al flipper e che si è diffuso subito dopo la guerra, nella seconda metà del Novecento: fa il suo ingresso nella seconda metà del libro e diventa man mano sempre più presente, perché diversi personaggi sono coinvolti nella gestione delle sale.

Un business che può assicurare ricchezza e donne a chi è disposto a rischiare tutto e che rappresenta un po’ la metafora della vita: in fondo, proprio come nel gioco d’azzardo, si può vincere o perdere qualunque cosa in un istante.

L’autrice di “Pachinko”: Lee Min Jin

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La scrittrice Lee Min Jin (이민진) è nata a Seoul nel 1958, ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 1976, insieme alla sua famiglia. Ha studiato storia alla Yale University e legge alla Georgetown University, e ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2004, “Axis of happines”, per la quale ha ricevuto il premio del Narrative Magazine. Nel 2007 debutta come romanziera con “Free food for millionaires” (“Amori e pregiudizio”, nella traduzione italiana del 2008), che racconta la comunità coreana di New York attraverso le vicende delle due protagoniste. Sebbene il romanzo sia diventato subito un best seller, abbia ricevuto un’accoglienza calorosa e numerosi riconoscimenti, è con “Pachinko”, del 2017, che Lee Min Jin si fa conoscere al grande pubblico dei lettori internazionali. Alcune vicende e idee di questo libro erano già state scritte da Lee Min Jin in un racconto breve uscito nel 2002, intitolato “Motherland”.

Dal romanzo alla serie tv: “Pachinko” arriva su Apple tv+

  • Genere: Drama
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 8
  • Cast principale: Lee Min-ho, Jin Ha, Anna Sawai, Minha Kim, Soji Arai, Kaho Minami 

Il 25 marzo è andato in onda su Apple tv+ il primo episodio di “Pachinko”, tratta dal romanzo di Lee Min Jin, una produzione con un budget che in pochi potevano permettersi: rispetto al libro, in cui le vicende sono narrate secondo un andamento lineare, ha una narrazione in cui le diverse storie di intrecciano e le linee temporali si sovrappongono. Ma la vera particolarità (e una delle sfide per tutti quelli che vi hanno lavorato) è che è recitato in tre lingue: coreano, giapponese e inglese.

Per concludere, a noi sono piaciuti sia il romanzo che i primi episodi della serie e, nonostante sia un libro di oltre 500 pagine, la voglia di scoprire cosa succederà le fa scorrere molto veloci. Voi lo avete letto? Cosa ne pensate?

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K-Travel Korea

#K-living: c’era una notte a Seoul

La giornata in giro per Seoul a scoprire tutte le sue bellezze, nascoste e non, volge al termine, è tempo di tornare al vostro alloggio per prepararvi, fare una doccia veloce, cambio d’outfit e pronti a tornare in giro. Perché tutto questo trambusto?

Beh, è ovvio: perché è sabato sera!

Ma cosa si fa il sabato sera a Seoul?

Vi saranno già forse familiari le serate all’insegna del soju viste in qualche K-drama, infatti i coreani amano andare al BBQ e brindare a suon di shot: che sia Seoul, Busan o qualsiasi altra città della Corea, le serate al BBQ saranno un must del vostro soggiorno!

Se il barbecue vi dovesse stufare, potete rimediare con un buon 지맥, pollo fritto e birra, un altro must-have per vivere la vostra esperienza come i veri locals!

Ok, ma dopo aver mangiato che si fa?

Finita la cena, è ora di spostarsi nei club. La meta preferita dei giovani (sia coreani, sia stranieri) è Hongdae e tra i club più popolari ci sono sicuro “FF“, “Sinkhole“, “La Bamba” (per gli amanti del reggaeton), “Seoul Pub” e “GoGo” e qui non mancheranno di certo divertimento e musica per rilassarsi con gli amici dopo una lunga settimana!

#Mondocoreanoconsiglia: tutte le ragazze all’ascolto, state molto attente! Essere una ragazza occidentale, alle volte, potrebbe farvi passare per un “obiettivo facile“, quindi occhi sempre aperti e non fidatevi troppo!

La “giungla di Hongdae“, dopo un po’, potrebbe risultare noiosa, ma non preoccupatevi perché quartieri come Itaewon vi faranno subito tornare la voglia di far festa, infatti il suo carattere multietnico e i numerosi club rendono Itaewon una valida alternativa ad Hongdae: un locale da visitare ad Itaewon è sicuramente il “Fountain“, situato nella via principale dei club!

Amanti della musica techno, a rapporto: segnatevi quanto appena detto perché ad Itaewon potreste trovare proprio quello che cercate!

E se avessimo un budget un po’ più elevato?

Come Itaewon e Hongdae, anche Gangnam rappresenta una valida alternativa per il sabato sera, però qui i prezzi per entrare nei club sono decisamente più elevati (30-40K won = un equivalente di 25/30 euro) e l’atmosfera nelle discoteche è un po’ più fancy, infatti alcuni chiedono anche un dress code, nonostante ciò, il clima di festa non manca affatto!

E se non ci piace andare a ballare, che facciamo?

Seoul, in generale, è una città molto viva, sia di giorno che di notte, molti ristoranti e sale giochi sono aperti 24/7, dunque se volete trascorrere una serata più “tranquilla” i 노래방 (karaoke) fanno proprio al vostro caso: li troverete letteralmente ad ogni angolo delle città!

Non sapete il coreano? Non importa! Il 90% dei karaoke hanno canzoni in inglese, alle volte anche italiane!

Insomma, se non fosse chiaro: il weekend non accetta scuse, se siete a Seoul, si esce! Non importa che sia una cena tra amici, una serata in discoteca o un’intera nottata ad urlare canzoni – inventando tre quarti delle parole -, l’importante è che usciate perché Seoul saprà regalarvi delle gran belle serate che difficilmente dimenticherete!

Dopo aver visto Seoul di giorno e di notte, dove vi porterà la rubrica #K-living? Rimanete sintonizzati perché vi attendono grandi sorprese!