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Nido di vipere: recensione

Tratto dal romanzo originale Waranimosugaru Kemonotachi di Keisuke Sone, edito da Kodansha Ltd, Nido di vipere si propone come un thriller/black comedy dalle atmosfere noir ma ironiche dei film di Tarantino e dei fratelli Coen. Ma sarà riuscito nel suo intento?

Il film si struttura in sei capitoli, ognuno con un titolo specifico, e affronta le vicende di quattro personaggi molto diversi tra di loro ma tutti accomunati da un unico obiettivo: la sete di rivincita sulla vita e sulle esperienze che li hanno portati a condurre delle esistenze misere e annaspanti.

I capitoli sono:

  • Capitolo 1: debito (빛)
  • Capitolo 2: pollo (호구)
  • Capitolo 3: catena alimentare (먹이사슬)
  • Capitolo 4: squalo (상어)
  • Capitolo 5: Lucky Strike (럭키스트라이크)
  • Capitolo 6: borsa coi soldi (돈가방)

Se, dapprima, i titoli dei capitoli non hanno alcun senso e sembrano quasi scelti in maniera casuale, andando avanti con la narrazione tutti i dettagli e i tasselli iniziano a prendere posto nel puzzle, rivelando un complicatissimo intreccio di vite e storie che trascineranno lo spettatore nell’occhio del ciclone, impedendogli di uscirne.

Avevamo parlato di questo film in un altro articolo, quando ci è giunto l’invito alla visione della prima italiana del film e ora, dopo averlo visto in anteprima, proviamo a darvi la nostra opinione in merito.

Se vi siete persi l’articolo precedente, recuperatelo subito!

ATTENZIONE: SPOILER ALERT!

Il film inizia con il ritrovamento, negli spogliatoi di una sauna, di un borsone Louis Vuitton contenente numerose banconote da parte di Joong-man (interpretato da Bae Sung-woo): Joong-man è il primo personaggio che incontriamo e sin da subito scopriamo un pezzetto della sua storia, infatti dopo il fallimento della sua attività, riesce a sbarcare il lunario lavorando part-time in una sauna locale.

La sua vita non è affatto semplice, a stento riesce a pagare le tasse universitarie della figlia e ha a suo carico la madre (interpretata da una maestosa Youn Yuh-jung) sofferente del morbo di Alzheimer, e nonostante l’enorme tentazione di voler rubare il borsone misterioso, riesce a desistere e lo nasconde nel magazzino della sauna, in mezzo agli altri oggetti smarriti.

Joong-man (Bae Sung-woo)

Il secondo personaggio, invece, è Tae-young (interpretato da Jung Woo-sung), un ufficiale dell’immigrazione che deve ripagare un debito lasciatogli dalla fidanzata, sparita misteriosamente.

Il terzo personaggio è Mi-ran (interpretata da Shin Hyun-bin), una giovane prostituta incastrata in un matrimonio violento, la cui vita si incrocia con quella di un ragazzo conosciuto nel night club dove lavora, il quale le dà un barlume di speranza nel buio della sua esistenza.

Mi-ran (Shin Hyun-bin)

Tae-young, nel tentativo di liberarsi presto del debito contratto dalla fidanzata, architetta un grosso colpo e coinvolge un uomo, chiamato da lui “Carpa“, l’usciere del night club dove lavora Miran, ora nelle mani dei Park, gli uomini ai quali deve dei soldi: il colpaccio, però, non riesce e un astuto agente di polizia si inserisce nella vicenda, rendendo più intricata la storia.

Tae-young e “Carpa”

Proprio quando tutto sembra diventato quasi monotono e, in qualche modo, in ordine, appare il quarto personaggio, la proprietaria del night club Yeon-hee (interpretata da Jeon Do-yeon), che rimescolerà le carte in tavola e renderà la vicenda più caotica che mai.

Yeon-hee (Jeon Do-yeon)

Yeon-hee mostra da subito di avere molto a cuore la triste sorte di Mi-ran. Ma sarà davvero così?

Sarà a questo punto che la storia, nuovamente, prenderà una piega inaspettata e le vicende di tutti i personaggi si intrecceranno, quasi come il nodo scorsoio di un cappio, che via via si stringe intorno alle teste dei vari attori: l’intreccio si infittisce e la lotta per mettere le mani sul denaro diventa davvero all’ultimo sangue, senza esclusione di colpi.

In questo film, che sembra quasi una montagna russa nella follia umana, troviamo anche una morale, una lezione che ci viene impartita dall’anziana madre di Joong-man in un momento di sconforto, infatti questa affermerà che:

Un uomo grande e grosso come te non dovrebbe piangere. Durante la guerra di Corea, tutto il paese era in fiamme. L’importante è essere vivi, le cose poi s’aggiustano. Bastano due braccia e due gambe e si può ricominciare da capo.

Soon-ja (Youn Yuh-jung)

La fine del film, però, ci pone davanti ad un enorme e amletico quesito: il bene genera bene… o quasi?

Che dire di questo film?

Se pensavamo che non potesse esistere un film più disturbante, grottesco e folle di Parasite, ci sbagliavamo di grosso: Kim Yong-hoon è riuscito in un’impresa ardua ma grandiosa.

Il regista Kim Yong-hoon sul set

La storia è talmente surreale da diventare quasi fastidiosa, ma al tempo stesso cattura, in una sorta di gioco masochista che intrattiene lo spettatore e lo costringe a rimanere con gli occhi incollati allo schermo per capire fin dove possa spingersi la follia umana e la sete di rivincita.

Un po’ come animali in cattività, i personaggi di Keisuke Sone prima e di Kim Yong-hoon dopo provano uno spietato odio nei confronti del prossimo, dovuto alle innumerevoli tristi vicende che hanno costellato le loro vite, rendendoli quasi incapaci di provare sentimenti che si avvicinino soltanto alla pietà e alla fiducia verso il genere umano.

E proprio per questa ragione, per questa abissale differenza (forse solo apparente) tra lo spettatore e i personaggi del film, la visione diventa ancora più entusiasmante. Lo spettatore sa di essere diverso da loro, sa bene che non sarebbe mai in grado di compiere nemmeno mezza delle azioni riprovevoli che compiono i vari protagonisti, eppure in un angolino recondito della sua coscienza, una domanda si fa sempre più spazio: “cosa faresti al loro posto?“.

Ed è proprio partendo da questa domanda che Kim Yong-hoon ha basato la costruzione dei suoi personaggi, non con l’obiettivo di creare compassione nello spettatore ma empatia, due sentimenti spesso fraintesi ma estremamente diversi e complicati a loro modo: lo spettatore non deve provare pietà del povero Joong-man costretto a svolgere un lavoro part-time per poter mantenere la famiglia o per la povera Mi-ran, vittima del suo matrimonio, ma deve immaginarsi nei loro panni, deve rabbrividire nell’indossare quelle vesti e ragionare, non con freddezza, ma a cuore caldo.

Cuore caldo proprio come quello di chi si trova davanti ad uno squalo toro e deve capire cosa fare per potersi trarre in salvo.

La metafora dello squalo toro, di per sé, è incredibile perché rappresenta in modo chiaro e forte quella che è una società che spesso non concede seconde possibilità, spazzando dal proprio cammino coloro che falliscono alla prima occasione.

Per la prima ora di film, la narrazione appare in qualche modo confusionaria, gli eventi si susseguono con un ritmo serratissimo ed è quasi difficile stare dietro a tutto quello che avviene ma, ad un certo punto, tutto inizia a prendere forma e l’unica frase che vi verrà in mente, guardando il film, sarà “Non possono averlo fatto davvero”.

Arrivati alla fine del film, vi renderete conto che tutta la narrazione avrebbe avuto più senso se fosse stato o un enorme flashback o se fosse stato montato al contrario ma questo avrebbe tolto buona parte del divertimento e della follia disarmante della proiezione.

I dialoghi e la fotografia

Bravo, bravo, bravo! Alcuni dialoghi sono a dir poco geniali, Kim Yong-hoon è riuscito a inserire in contesti totalmente inappropriati, se visti sul piano realistico, ma perfetti, dal punto di vista cinematografico, delle battute esilaranti, in pieno contrasto con l’atrocità o la ferocia della scena in atto, creando dell’ottimo black humour e black comedy.

Lo “sventratore”, Tae-young e lo strozzino Park Doo-man

Al pari dei dialoghi, on point per la puntualità e per la sagacia, un altro punto a favore di questo film è la fotografia, ad opera del direttore della fotografia Kim Tae-sung (vincitore del premio per la miglior fotografia ai 38° Golden Cinematography Awards), e la scenografia, ad opera dello scenografo Han Ah-rum: gli spazi rappresentati nel film sono una perfetta riproduzione della psicologia dei personaggi, pensiamo alla casa di Mi-ran, la cui vita è stata distrutta da un debito di gioco, un appartamento triste e malconcio nei pressi dei binari del treno, oppure il night club di Yeon-hee, pomposo e arzigogolato come la sua mente ma che nasconde oscuri segreti nella privacy delle sue stanze.

La recitazione

Se i nomi presenti nel cast non lasciavano alcun dubbio circa la riuscita dell’impresa, una volta visti all’opera non possiamo dire altro che ogni attore, dal più importante a quello più laterale, ha svolto un grandissimo lavoro: si vede in modo palese lo studio dietro la psicologia dei personaggi, l’attenzione ad eventuali tic o dettagli da evidenziare per rendere la narrazione più realistica e meno forzata.

Tae-young e Yeon-hee

Ottima interpretazione di Shin Hyun-bin (Mi-ran), che avevamo visto di recente nei panni della giovane e impacciata dottoressa in Hospital Playlist, ma soprattutto di Jeon Do-yeon (Yeon-hee), in grado di mettere in luce tutte le sfaccettature del suo personaggio, dal lato più vendicativo a quello più folle e pericoloso: ultimo ma non per importanza, va menzionato lo “Sventratore“, un personaggio che non proferisce parola durante l’intera storia ma che, con la sua sola presenza scenica e facce inquietanti, è stato in grado di farsi valere dignitosamente.

Lo “sventratore”

Conclusioni finali

Nido di vipere è un ottimo prodotto, divertente e mai noioso, in grado di attirare l’attenzione e di reggere per l’intera durata della pellicola: forse qualche scena avrebbe potuto essere accorciata ma non necessariamente, poiché il ritmo è, di per sé, molto rapido e scattante.

Merita di essere visto? Se piacciono le black comedy e non ci si impressiona facilmente, assolutamente sì!

La visione è assolutamente sconsigliata ad un pubblico sensibile e ai minori di 16 anni per argomenti trattati, linguaggio scurrile e violenza di alcune scene.

Per noi, Nido di vipere è 9/10.

E voi? Lo andrete a vedere? Fatecelo sapere nei commenti!

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