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16/04/2014: il naufragio del Sewol

Breve introduzione all’argomento

Il 16 Aprile 2014 è una data fondamentale per la storia contemporanea coreana, data passata tristemente alla storia a seguito del naufragio della nave Sewol ed è ricordato come uno dei più grandi naufragi mai avvenuti in Corea e, soprattutto, uno degli eventi più disastrosi accaduti in tempi di pace.

A causa del naufragio perderanno la vita 304 persone, 250 dei quali erano studenti della Danwon High School di Ansan e i 172 sopravvissuti verranno tratti in salvo prevalentemente da pescherecci e navi civili, arrivate sul luogo almeno 40 minuti prima della Korean Coast Guard (해양경찰청, Haeyang-gyeongchal-cheong).

This aerial image shows part of the damaged Sewol ferry between two barges during a salvage operation Thursday.
Immagini aeree delle operazioni di recupero del Sewol avvenute nel 2017 (Credits to AFP/Getty Images)

Ricostruzione dell’evento

naufragio-korea

Il Sewol (세월) era un traghetto costruito in Giappone nel 1994, nel 2012 verrà acquistato dalla Cheonghaejin Marine Company e, a seguito di ciò, subirà delle modifiche rivelatesi poi illegali.

Il traghetto ha iniziato ad essere attivo il 15 Marzo del 2013, compiendo tre viaggi a settimana dal porto di Incheon all’isola di Jeju, tragitto di 425 km e della durata di 13 ore e mezza.

Il Sewol, al momento della partenza, trasportava 443 passeggeri, 33 membri dell’equipaggio e 185 macchine, per un totale di 2,142.7 tonnellate di carico, nonostante il peso massimo consentito fosse pari a 987 tonnellate: il carico che non rientrava in quello consentito non era stato adeguatamente messo in sicurezza e questo squilibrio di peso sarà una tra le tante motivazioni che porteranno all’infausto evento.

La partenza del Sewol avverrà alle ore 09:00 p.m. KST del 15 Aprile 2014 e, per buona parte della navigazione, tutto andrà secondo i piani; tuttavia, a circa tre quarti di viaggio, avverrà qualcosa che darà il via alla concatenazione di eventi che porteranno al naufragio: alle ore 08:27 a.m. KST, mentre il Sewol entra nel canale di Maenggol, l’ufficiale di coperta Park ordinerà al timoniere Cho di correggere la rotta da 135 a 140 gradi.

A questo punto, però, la vicenda inizierà a farsi confusionaria perché verranno presentate due versioni differenti degli avvenimenti che, all’esito delle indagini, permetteranno alla Corte di concludere che i tentativi di Cho hanno portato la nave ad affrontare una svolta di 15 gradi per 40 secondi e che Cho (spaventato dall’eccessiva velocità della nave nella risposta ai comandi quando gli era stato dato l’ordine da Park di cambiare la rotta di 145 gradi) stesse già cercando di svoltare a sinistra quando ha ricevuto le altre indicazioni dall’ufficiale di coperta, portando la prua della nave a girare rapidamente a destra.

Il susseguirsi di brusche manovre porterà buona parte del carico del Sewol a spostarsi su un lato, implicando la perdita di tutta la forza di reazione della nave, permettendo così all’acqua di fluire dentro tramite i portelloni laterali per l’ingresso delle automobili e del carico localizzati nella poppa. Ma dov’era, in tutto questo trambusto, il capitano della nave?

Il Capitano Lee, nel frattempo, si trovava nella sua cabina ma, una volta sentito dell’incidente, si precipiterà sul ponte di comando della nave, raggiunto poco dopo dal resto dell’equipaggio e sarà all’incirca in questo momento che il timoniere Cho spegnerà i motori dell’imbarcazione, lasciando che questa andasse alla deriva.

Mentre il Sewol iniziava ad affondare, i membri dell’equipaggio e il Capitano Lee ordineranno ai passeggeri tramite l’interfono della nave di rimanere fermi perché ogni minimo movimento sarebbe potuto essere pericoloso e, contestualmente, verrà effettuata la prima chiamata al numero nazionale di emergenza da Choi Duk-ha, uno studente della Danwon presente sul traghetto: l’equipaggio procederà con le dovute chiamate d’emergenza al servizio di assistenza al traffico marittimo o VTS soltanto qualche minuto dopo.

Di lì in poi inizierà un “botta e risposta” tra la Guardia Costiera e il Sewol circa lo status dell’imbarcazione, dei passeggeri e le procedure da seguire: alle 08:57 a.m. KST la Guardia costiera invierà il pattugliatore No. 123 sulla scena e lo incaricherà di seguire le procedure della Guardia costiera per il salvataggio dei passeggeri.

Questo passa parola di informazioni proseguirà fino alle 09:38 a.m. KST, quando si interromperanno definitivamente le comunicazioni tra la nave e il VTS: nel frattempo, qualche minuto prima lo stesso servizio di assistenza esorterà il Capitano a prendere una rapida decisione sul da farsi e questi ribadirà, un’ultima volta, l’ordine di rimanere fermi, ordine che condannerà definitivamente a morte buona parte dei passeggeri.

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Alle 09:46 a.m. KST il Capitano Lee e parte del suo equipaggio verrà tratto in salvo, abbandonando la nave e i suoi passeggeri al loro triste destino.

Le successive operazioni di recupero dei corpi delle vittime e dei loro oggetti da restituire a genitori e amici verranno condotte prevalentemente da sommozzatori civili, lasciati da soli nell’esecuzione di queste difficilissime e pericolose operazioni: il 10 Luglio 2014 il governo ordinerà improvvisamente ai sub di interrompere il tutto e di abbandonare il sito.

Cause principali del naufragio

Ma quindi, quali sono le cause di questo terribile incidente?

Per quanto cercare un solo colpevole sia – sostanzialmente – impossibile, siamo in grado, anche grazie alle indagini e ai processi che si sono svolti, di individuare alcune motivazioni che hanno portato a questo esito, innanzitutto possiamo imputare alla pericolosità della zona di mare del canale di Maenggol un primo motivo che avrebbe dovuto comportare una maggiore attenzione nella navigazione.

Purtroppo, però, in questo caso le cause e gli errori umani sono sicuramente quelli che hanno maggiormente influito nella determinazione degli eventi, partendo dalle modifiche inopportune al progetto originale del traghetto e al difetto nel meccanismo di governo del timone (informazione che era stata fatta presente dal Capitano Lee il 1 Aprile di quello stesso anno ma che era stata completamente ignorata dalla compagnia che gestiva la manutenzione della nave).

Un altro errore umano è stato quello commesso dall’ufficiale di coperta Park e dal timoniere Cho, dovuto all’improvvisa e irragionevole virata a tribordo tra le 08:48 e le 08:49 che ha causato lo scivolamento del carico a babordo (= sinistra) e a ciò si deve aggiungere la totale inesperienza e inadeguatezza dell’equipaggio nelle situazioni emergenziali: un’indagine sulla contabilità della Chonghaejin ha rivelato, poi, che l’azienda avesse speso appena 521 dollari per l’addestramento dell’equipaggio, comprese le esercitazioni per le evacuazioni.

I ritardi nelle operazioni di salvataggio rientrano sicuramente tra le concause di questa tragedia, infatti è stato notato come una maggiore repentinità nell’attivazione delle operazioni avrebbe sicuramente portato in salvo molte più persone rispetto ai numeri effettivi ma in questo caso si inserisce un’altra componente, cioè quella dell’insensatezza dell’ordine di rimanere a bordo da parte del Capitano Lee, ordine che è stato eseguito ad occhi chiusi dai passeggeri: da questa dinamica è stato, poi, tratto un articolo di critica sociale da parte del giornale Korea Times dal titolo Culture can’t explain it all, nel quale si affronta il ruolo della cultura e della rigida educazione coreana.

Ultimo, ma non per importanza, troviamo il comportamento del Capitano, il quale ha impiegato ben 40 minuti prima di rendersi conto dell’irrecuperabilità della situazione e non si è prodigato immediatamente per l’attivazione dei protocolli di salvataggio: a ciò va aggiunto, soprattutto, la sua decisione di mettersi in salvo prima di essersi assicurato del benessere dei propri passeggeri, violando quella che è una legge non scritta del mare, cioè “Il comandante affonda con la nave“.

Tra i vari responsabili, certamente non si può escludere la Guardia costiera, sospettata di aver deliberatamente ignorato il proprio manuale interno nello svolgimento delle operazioni di soccorso, infatti, secondo il Manuale di soccorso marittimo la polizia marittima è tenuta a designare un Coordinatore per supervisionare le operazioni: effettivamente, la Guardia costiera di Mokpo aveva sì inviato il vascello No. 123 ma senza dargli grandi spiegazioni sulla situazione, infatti questi non soltanto aveva una scarsissima conoscenza delle coordinate reali della nave, del numero dei passeggeri e – soprattutto – del nome del traghetto, ma anche non era a conoscenza delle comunicazioni avvenute tra il Sewol e il VTS di Jindo, così come non aveva ricevuto alcuna informazione dall’elicottero che era arrivato sulla scena dell’incidente 10 minuti prima.

Il vascello No. 123 è arrivato sulla scena totalmente impreparato, trovandosi davanti la nave già inclinata di 45 gradi, rendendo impossibili i tentativi di evacuazione con i mezzi che aveva a bordo e, inoltre, secondo il Manuale di soccorso, i sommozzatori sarebbero dovuti intervenire immediatamente appena giunti sul posto ma ciò non è avvenuto, anzi soltanto due sommozzatori hanno tentato di entrare nel traghetto verso le 11:24 a.m. KST, quando già il Sewol era capovolto e quasi totalmente affondato, rendendo vani i loro tentativi.

Proprio a causa dell’inadeguatezza della Guardia costiera coreana, l’ex Presidentessa Park Geun-hye dismetterà l’organismo in risposta alla fortissima pressione sociale e verrà ristabilito soltanto nel 2017 dal Presidente Moon Jae-in.

Il caso mediatico e il caos politico

La prima cosa che è apparsa agli occhi di tutti è stato il fallimento epocale della leadership e dell’apparato statale nella gestione della tragedia, pensiamo semplicemente al fatto che Park Geun-hye non è apparsa in pubblico per circa sette ore dopo l’avvenuto naufragio, rimanendo chiusa nella sua stanza da letto: il governo coreano verrà aspramente criticato in quei concitati giorni, non soltanto accusato di aver ritardato troppo i soccorsi, ma anche per le notizie imprecise – e talvolta false – date dalle fonti governative, tanto che il 27 Aprile 2014 il Primo Ministro Chung Hong-won darà le sue dimissioni dopo essersi scusato con la popolazione.

Park Gyun-hye si scuserà per essere stata incapace di gestire la situazione soltanto 13 giorni dopo l’evento, il 29 Aprile 2014, e visiterà la scuola di Ansan dalla quale provenivano gli studenti, promettendo alle testate giornalistiche e ai cittadini di avere l’intenzione di riformare il paese affinché un evento del genere non si verificasse più: tuttavia, questo sarà soltanto l’ennesimo tentativo del governo di proteggere maggiormente la propria reputazione che la verità.

Il 16 Novembre 2016 verrà pubblicato un report sulla tragedia del Sewol compilato dal Servizio nazionale di intelligence coreano diretto alla Presidentessa Park, nel quale ci si riferiva al naufragio come ad un “banale incidente di un traghetto” (그저 하나의 여객선 사고) e si affermava di dover “controllare le proteste in merito al naufragio” (여객선 사고를 빌미로 한 투쟁을 제어해야 한다): nel report non si fa alcun riferimento né alle indagini, né al recupero del relitto né al supporto verso le famiglie delle vittime ma, anzi, si incita al controllo delle proteste da parte dell’opposizione, suggerendo di manipolare l’opinione pubblica tramite manifestazioni organizzate dal governo stesso.

Il naufragio del Sewol contribuirà fortemente al crollo dell’amministrazione Park, infatti mentre aumentavano le critiche nei suoi confronti, l’amministrazione istituiva una commissione per monitorare e perseguire i detrattori: nel 2016 questo piano uscirà definitivamente allo scoperto e causerà lo scoppio di uno scandalo per corruzione che porterà all’avvio del procedimento di impeachment nei confronti di Park Geun-hye.

Dopo l’elezione di Moon Jae-in, verranno rivelati dei documenti che l’ex Presidentessa aveva creato contenenti una lista nera segreta di artisti cui era vietato ricevere ogni sorta di riconoscimento governativo o sponsorizzazione e, successivamente, si scoprirà che l’obiettivo iniziale di questa lista era proprio quello di censurare coloro che avevano commemorato le vittime del Sewol tramite la loro arte.

Gli indagati e il processo

Come in tutte le storie, anche in questo caso dobbiamo identificare i “cattivi”, o meglio, dobbiamo capire chi sono i responsabili e, in effetti, sin dal primo momento l’attenzione è ricaduta, giustamente, su alcuni soggetti specifici. Cioè?

  • Il Capitano della nave e 14 membri dell’equipaggio;
  • Il Governo (nella figura di Park Geun-hye e della Guardia costiera);
  • Il proprietario della Chonghaejin Marine, Yoo Byung-eun;

Cosa c’entra il proprietario della compagnia?

Dalle indagini è emerso che questi non fosse un soggetto particolarmente raccomandabile, anzi tutt’altro, infatti, era noto come il “milionario senza faccia” a causa delle sue rare apparizioni in pubblico: ex fotografo e membro del culto religioso chiamato Odaeyang (il che lo aveva reso sospetto nel caso del suicidio-omicidio di massa del 1987, in cui più di 30 persone del suo gruppo furono trovate morte, legate e imbavagliate in una fabbrica a sud di Seoul, senza però che gli investigatori trovassero alcuna prova del suo coinvolgimento), nei primi anni ’90 passerà quattro anni in prigione per il reato di frode.

Illustrato, quindi, il quadro sulla sua persona ma senza voler scadere nel “giudicare un libro dalla sua copertina”, non appare affatto strano che dietro il disastro del Sewol vi sia anche il suo zampino e, non a caso, non appena verrà rilasciato un mandato d’arresto nei suoi confronti, questi si darà alla macchia: per la sua ricerca verranno impiegati 9000 poliziotti, tuttavia, nel giugno del 2014 verrà trovato un cadavere a 415km a sud di Seoul corrispondente a quello dell’imprenditore (identificato per mezzo del suo DNA) ma le cause della morte rimarranno ignote. Che, quindi, sapesse più del previsto e che, quindi, la verità fosse ancora più sconvolgente di quanto fosse già emerso?

Ad ogni modo, i principali sospettati sono 11 membri dell’equipaggio, accusati di negligenza professionale e di altri reati minori circa la sicurezza della nave, e 4 membri dell’equipaggio (il Capitano Lee, il Primo Ufficiale Kang, l’ufficiale in seconda Kim e il capo ingegnere Park), accusati di omicidio per grave negligenza, la cui pena nell’ordinamento giuridico coreano può anche corrispondere alla pena di morte.

Il processo per il disastro del Sewol inizierà qualche mese dopo e fondamentali saranno le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla tragedia e dei sommozzatori civili, specie per la ricostruzione degli eventi e per ridisegnare meglio i profili di responsabilità in capo all’equipaggio a bordo e alle autorità: ciò che, purtroppo, emergerà dalle loro testimonianze sarà l’ingiustificato ritardo nelle operazioni e i vaghi e insensati tentativi di camuffare la verità.

I want to question the high-ranking officials. I remember everything with acute pain. I cannot forget. But how come you, the élite of the society, claim that you don’t know and you don’t remember?
Kim Gwan-hong, civilian diver – First hearings for the Sewol ferry disaster 14-16/12/2015

Voglio fare una domanda alle persone importanti qui presenti [letteralmente “ai funzionari di alto rango]. Io ricordo tutto con estremo dolore. Non posso dimenticare [quello che ho visto]. Come fate voi, élite della società, ad affermare di non sapere e di non ricordare [di quel giorno]?
Kim Gwan-hong, sommozzatore civile – Prima udienza per il caso Sewol 14-16/12/2015

Durante una delle udienze, il pubblico ministero chiederà la pena di morte per il Capitano Lee, sostenendo fortemente la sua totale responsabilità nel non aver adempiuto ai suoi obblighi da capitano, mentre l’11 Novembre 2014 il Tribunale del distretto di Gwangju affermerà che questi fosse sì, colpevole di negligenza, ma che questa non fosse sostenuta dall’obiettivo di uccidere, condannandolo a 36 anni di carcere: nei vari appelli, poi, la sentenza è stata ulteriormente aumentata passando da 36 anni al carcere a vita, tuttavia questa sentenza non sarà affatto ben accetta dai cittadini, che sosterranno vivamente che la Corte abbia “anteposto la vita del Capitano a quelle dei loro figli“.

Anche gli altri imputati subiranno una condanna al carcere, seppur con qualche sconto di pena.

The “Yellow ribbon campaign”

Credits to Korea.net

The parents have been desperate to know the truth. But why are they trying so hard to hide it? I need to know the truth, and I want them to apologise sincerely.
Jeong Bu-ja, mother of late Shin Ho-seong

I genitori sono disperati di sapere la verità. Perché [loro, le autorità] stanno cercando così tanto di nasconderla? Ho bisogno di sapere la verità e voglio che si scusino sinceramente.
Jeong Bu-ja, madre del defunto Shin Ho-seong

Tra le cose che più lasciano di stucco davanti tragedie di questo calibro è l’utilizzo del cellulari, diventati involontariamente testimoni e strumento per raccontare l’agonia e la disperazione dei passeggeri del Sewol e proprio i video e i messaggi inviati dalle vittime ai propri cari sono stati ulteriore benzina per la già ustionante e divampante rabbia dei parenti delle vittime, assetati come non mai di giustizia e di verità: è proprio in quest’occasione che è nata la “Yellow ribbon campaign“. Cos’è?

Il fiocco giallo è, da sempre, usato come simbolo di speranza, così quando il Sewol è naufragato e divenne chiaro che le vittime non avrebbero fatto ritorno e i cittadini presero a interrogarsi circa le responsabilità del governo, i fiocchi assunsero il significato di resistenza civile e di democratizzazione.

Un gruppo di studenti universitari, noto come “Active Autonomous Alter Life Together” (ALT), durante i giorni successivi alla tragedia posterà online il progetto di un disegno che rappresentava un fiocco delineato in nero su uno sfondo giallo accompagnato dalla didascalia “Che possa un piccolo movimento generare un grande miracolo” e incoraggeranno tanti altri a partecipare alla campagna in sostegno delle vittime del Sewol: i fiocchi gialli riceveranno subito una grande risonanza, diventando un simbolo anti-governativo e delle proteste che scoppieranno di lì a poco.

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Credits to Korea Times

Durante una di queste proteste, i manifestanti marceranno verso il quartier generale della Korean Broadcasting System (KBS) per criticare la loro collaborazione alla rappresentazione distorta (e filo governativa) della tragedia, da lì la protesta si sposterà verso la Blue House, dove vive il presidente, chiedendo maggiore neutralità da parte del governo e delle commissioni istituite ad hoc per il caso Sewol: questa protesta alla Blue House durerà per ben 76 giorni, a seguito dei quali i manifestanti si sposteranno verso Gwanghwamun Square, luogo dal grande valore artistico e storico per i coreani.

Si può avere paura di un simbolo?

In questo caso sì, perché presto i fiocchi gialli verranno targhettizzati dal Governo come simboli di protesta e di ribellione e non come simboli di lutto e memoria e ne verrà vietato l’uso o l’esposizione nelle scuole.

La risposta del K-pop

Il mondo dell’arte, specie del K-pop, non rimarrà silente davanti questa tragedia e, a dimostrazione del fatto che arte e realtà camminano da sempre – e per sempre – fianco a fianco, negli anni saranno tanti i gruppi che si esporranno in favore della verità per le vittime del Sewol e, velatamente, contro l’operato del governo. Proviamo a fare qualche esempio:

I BTS, nel febbraio 2017 (circa un mese prima il recupero del relitto del Sewol), pubblicheranno il brano Spring day (봄날) il cui messaggio, già profondo di per sé, richiama la nostalgia nei confronti di qualcuno caro che magari non è più con noi, tuttavia ha un significato nascosto e che, in qualche modo, si può collegare alla vicenda del Sewol: infatti, molti ARMY hanno notato le numerosissime – e forse non poi così casuali – somiglianze con il naufragio del Sewol. Ad esempio?

Come illustra magnificamente il canale Youtube “Italian Army” nel video in sovraimpressione, già solo guardando la copertina dell’album cui fa parte la canzone – WINGS: You Never Walk Alone – è possibile notare la presenza di quattro fiocchi gialli su uno sfondo nero, così come sono molti i riferimenti sparsi qui e lì nel video, a partire dalla scena d’apertura che ritrae V che cammina su delle rotaie vuote, attendendo un treno che non arriverà mai (come il Sewol e i suoi passeggeri), la scena della lavanderia e degli oblò delle lavatrici che richiamano molto quelli di una nave ma anche la scena della giostra arrugginita alla quale sono attaccati tanti nastri gialli.

추운 겨울 끝을 지나
다시 봄날이 올 때까지
꽃 피울 때까지
그곳에 좀 더 머물러줘
머물러줘

Past the end of this cold winter
Until the spring comes again
Until the flowers bloom again
Stay there a little longer
Stay there

Non soltanto i BTS ma anche il gruppo femminile The Ark ha avuto modo di esprimere la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, infatti nel video della canzone The light viene rappresentato un amorevole rapporto madre/figlia, nel quale la madre viene vista lavorare e farsi in quattro per consentire alla figlia di vivere un’esistenza dignitosa, tuttavia quando questa si lamenta di voler comprare uno zaino nuovo, la madre glielo negherà: qualche giorno dopo, la figlia andrà in gita con la scuola, gita dalla quale non farà ritorno perché il bus sul quale viaggiava avrà un incidente, portando con sé tutti i passeggeri.

I know always got my back back,
And you know I always got you right back,
No matter what anyone says to me, now I’ll always be by your side.

Io so che mi hai sempre coperto le spalle,
E tu sai che io ti ho sempre con me,
Non importa quello che mi dicono gli altri, io sarò sempre al tuo fianco.

Anche le Red Velvet parteciperanno a questo movimento di massa, infatti nel 2016 pubblicheranno il brano One of these nights (7월 7일) il cui video reca molti riferimenti all’acqua, ai lunghi corridoi delle navi e persino, ad un certo punto, abbiamo modo di vedere una dei membri del gruppo giacere su di una piccola imbarcazione che, con il passare del tempo, va via via sprofondando: anche in questo caso, come in Spring day, troviamo come tema comune la nostalgia e la perdita di qualcuno a noi caro e il disperato bisogno di rivederlo.

Oh, I can’t forget easily
Even if I turn the calendar, I’m still in the same place

Oh, non posso dimenticare facilmente
Anche se giro [i fogli] del calendario, rimango sempre nello stesso posto

Infine bisogna citare Shin Yong Jae, membro dei 4MEN, il quale pubblicherà la canzone You who my love: la particolarità di questo brano sta nel fatto che è stato scritto da uno studente vittima del naufragio, grande fan del cantante, ed è stata inviata dai genitori dello studente perché questi la finisse e la pubblicasse.

Ulteriore materiale per conoscere meglio l’argomento

Nel caso in cui foste particolarmente interessati alla vicenda, vi consigliamo la visione dei seguenti prodotti:

Documentario sul naufragio del Sewol:

The truth shall not sink with Sewol” (= la verità non deve affondare con il Sewol), uno slogan che ne richiama un altro già noto a noi italiani, “Don’t clean up the blood“, diventato tristemente famoso dopo le vicende del G8 di Genova, slogan che invita a non dimenticare gli eventi e non lasciare che lo scorrere del tempo e lo svanire dei ricordi permetta alla mala politica e amministrazione di passarla liscia.

Intervista di Korea Now ad una sopravvissuta:

Ricostruzione della vicenda da parte del giornale “The New Yorker”:

“When we left the scene, there were small birds in the rain and wind. Those tiny birds… were flying around… in the storm. The birds were so tiny and beautiful. And their call so touching… But it sounded like the students’ wailing, asking me not to leave them behind.
Kim Gwan-hong (1973-2016), civilian diver

Quando abbiamo lasciato il sito, c’erano dei piccoli uccellini [che volavano] tra la pioggia e il vento. Quei piccoli uccelli… volavano… nella tempesta. Erano così piccoli e belli. E il loro canto era così emozionante… Ma quel canto suonava come i lamenti degli studenti che mi chiedevano di non lasciarli indietro [e di non abbandonarli].
Kim Gwan-hong (1973-2016), sommozzatore civile

Fonti

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K-Drama Recensioni

“Juvenile Justice”: qual è il peso della giustizia?

Titolo: Juvenile Justice (소년 심판)

Episodi: 10

Genere: Legal drama

Cast principale: Kim Hye-soo, Kim Mu-yeol, Lee Sung-min, Lee Jung-eun

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 9.5

Trama

Le persone tendono a mostrare la loro vera natura quando sono messe all’angolo. Per questo motivo le persone sono cattive.

(Ep. 1, min. 31:40)

Io odio i teppisti“: è questa una delle prime battute che sentiamo pronunciare a Sim Eun-seok (Kim Hye-soo, Tazza: The high rollers, Hyena), la giudice protagonista di questo K-drama, ed è già da queste poche parole che possiamo immaginare bene quale sarà il tenore dell’intera narrazione. Ma chi è Sim Eun-seok?

Donna dal passato misterioso e doloroso, all’inizio della serie viene trasferita al Tribunale minorile del distretto di Yeonwha: sin dalle prime scene appare come molto distante, fredda, una sorta di calcolatore apatico della legge – non a caso è conosciuta tra i suoi colleghi come “Judge Max” a causa della sua eccessiva rigidità nei giudizi -, e si trova a dover avere a che fare con casi molto complessi che, purtroppo o per fortuna, metteranno a dura prova anche le sue più profonde convinzioni, facendole scoprire un altro lato del proprio mestiere e della propria persona.

Accanto a Eun-seok troviamo il giudice Cha Tae-joo (Kim Mu-yeol, Forgotten, My beautiful bride), diametralmente opposto rispetto alla protagonista, infatti questi è molto più affabile, dalla mentalità aperta, sempre disposto ad offrire un’altra possibilità ai giovani delinquenti che si trovano al suo cospetto: mentre Eun-seok è più propensa ad un’applicazione ferrea delle regole, Tae-joo è più per la rieducazione e la riabilitazione dei trasgressori e questo porterà i due giudici a scontrarsi spesso su questioni etiche e metodologiche nella conduzione delle indagini e dei processi.

La serie affronta, nell’arco dei 10 episodi, fattispecie di reato differenti che spaziano dall’omicidio, alle baby gang fino alla violenza sessuale e domestica e, purtroppo, ciò che sconvolge, oltre alla crudeltà dei reati in sé, è la realisticità dei racconti, i quali non sono tratti dall’inventiva di Kim Min-seok, l’autore della serie, bensì dalla cronaca nera coreana: non a caso, il K-drama è vietato ai minori di 18 anni per le tematiche trattate e per le scene violente.

Juvenile justice è il secondo prodotto di questo genere proposto (e prodotto, in questo caso) ultimamente da Netflix, difatti l’anno scorso sempre in questo periodo era stato già mandato in onda il K-drama “Law school” (로스쿨) creato dalla JTBC che vedeva come protagonisti Kim Myung-min (Detective K, VIP, Six flying dragons), Kim Bum (Boys over flowers, Tale of the nine tailed, Ghost doctor), Ryu Hye-young (Reply 1988, The Mayor) e ultima, ma non per importanza, la stessa Lee Jung-eun (Parasite, My Holo love) che, in Juvenile justice non vestirà i panni di una docente della Hankuk Law School ma quelli di un Giudice supremo!

I due K-drama si assomigliano molto, sia per ambientazione che per tipologia di recitazione ma anche per i temi trattati: a dirla tutta, anche le stesse OST sono molto simili!

Ma c’è anche un’altra somiglianza che non passa certo inosservata agli spettatori più attenti: ovviamente parliamo del famosissimo Vincenzo (빈센조), che vede come protagonisti attori del calibro di Song Joong-ki (Descendants of the sun, Arthdal Chronicles), Ok Taec-yeon (Bring it on, ghost, Save me), Jeon Yeo-been (Save me, Night in paradise), Kim Yeo-jin (Itaewon class, Extracurricular) e Kwak Dong-yeon (Gangnam Beauty, It’s Okay to not be okay), e anche in questo caso ci riferiamo ad una serie crime/legal drama che ci porta nei meandri della legge e del business.

Non trovate anche voi una certa somiglianza tra le tre OST qui proposte?

Che Netflix abbia capito che il genere legal drama piace ai suoi spettatori e abbia deciso di investirci maggiori finanze?

Il ruolo del giudice

Non è soltanto [una questione] di chi sia nel torto. L’obiettivo del Tribunale minorile è assicurarsi che i ragazzini non compiano nuovamente crimini.

(Ep. 2, min. 17:24)

Al di là dei singoli casi ed episodi, trattati in maniera magistrale nonostante siano romanzati, ciò che realmente offre questo K-drama è una serie di spunti di riflessione per il grande pubblico su questioni che, normalmente, vengono trattate all’interno delle aule delle scuole di Giurisprudenza e tra “tecnici del mestiere“, prima fra tutti il ruolo del giudice come rappresentante della legge.

Il giudice, nell’immaginario comune, è spesso visto o come una figura maestosa che sta al di sopra delle parti o come qualcuno troppo lontano dalla realtà, circondato comunque da un’aura di potere e di conoscenza: questa serie, invece, ci mostra quanto il giudice viva, giorno dopo giorno, nello svolgimento delle sue funzioni, a stretto contatto con la realtà e con la società, cercando di diventare il miglior interprete possibile tra questa e la legge stessa.

Nell’arco dei vari episodi abbiamo modo di osservare diversi modi di “fare legge” ma, soprattutto, è possibile osservare come si cerchi di sviscerare una questione fondamentale nello studio della legge, in particolare del diritto penale, cioè la funzione della pena, rispondendo alla domanda vecchia come il mondo “bastone o carota?“: se Eun-seok, all’inizio della narrazione, appare più vicina al bastone che picchia duramente chi commette un reato, nel corso degli eventi cambierà approccio, ritrovando un lato più umano, anche nella giustizia.

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Source: NETFLIX

Il mondo della giustizia e la sua bolla

In altre parole, questo significa che lo stato si poggia esclusivamente su sacrifici individuali. In un certo senso, la Corte è colpevole.

(Ep. 5, min. 46:10)

La citazione in sovraimpressione rappresenta uno dei problemi principali dell’apparato statale, cioè quanto le Corti, chi commette dei reati, le vittime e le loro famiglie siano abbandonate su una sorta di isola in mezzo al mare, in un mondo che funziona solo per loro e che, purtroppo, viene considerato troppo distante dalla realtà di tutti i giorni: due episodi, infatti, sono dedicati all’enorme ruolo e fatica svolto, in tutti i paesi, dalle case e istituti che si occupano di prendersi cura dei giovani criminali che vengono mandati dai Tribunali affinché ricevano assistenza, educazione e supporto psicologico perché non ricadano nel terribile incubo della recidiva.

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Che ne è di quelli che non tengono il passo e rimangono indietro? Che ne è delle vittime? Chi è responsabile per loro? [Questo] non è essere efficienti. Questo è essere irresponsabili. Perché non ha un po’ di senso del dovere?

(Ep. 10, min. 06:50)

Al tempo stesso, quando si parla di questi temi, si tende a ridurre tutto il discorso nei “banali” ruoli di reo e vittima, chi ha commesso il fatto e chi l’ha subito, dimenticando però dei protagonisti indiscussi della vicenda, spesso spettatori inermi e indifesi dell’intera pièce, cioè le persone vicine alla vittima e al carnefice, spesso si parla delle loro famiglie, inevitabilmente e indissolubilmente stravolte dagli eventi: purtroppo, però, quando si cerca di fare giustizia in maniera rapida – anche e soprattutto a causa dell’aumentare dei casi e delle pochissime risorse -, sono proprio questi personaggi secondari ad essere lasciati indietro, quasi come se il fatto non riguardasse anche loro, quasi come se non fossero anche loro coinvolti.

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Source: NETFLIX

Purtroppo, però, questa serie ci mette davanti ad una triste verità, ovvero che la legge non è in grado di salvare tutti e di proteggere tutte le vittime, nonostante i suoi sforzi e i suoi tentativi.

La vita di chi perde un caro per colpa di qualcun altro, la vita di chi subisce uno stupro, la vita di un figlio che viene allontanato dal genitore per evitare che continui a subire violenze, la vita di un giudice che ha il durissimo compito di valutare in maniera imparziale l’operato altrui, la vita di chi viene condannato a passare una buona fetta della propria vita in carcere: sono loro i veri protagonisti e destinatari della legge, sono loro quelli che devono essere protetti, in tutte le loro sfaccettature, sono loro quelli dei quali lo Stato deve occuparsi perché non si sentano lontani, non si sentano abbandonati nella loro sofferenza e nella loro “diversità”.

“Io sono la vittima. Ma perché sono io quella che viene ostracizzata? Quando potrò tornare alla mia vecchia vita? Potrò mai tornarci?”

“C’è una verità assoluta che ho realizzato lavorando in questo ambito. Chiunque può essere una vittima. E’ una cosa così scontata, ma nessuno lo capisce.”


(Ep. 10, min. 43:20)

Sotto questo punto di vista, Eun-seok ha proprio ragione: “Chiunque può essere una vittima” e questo K-drama ce l’ha ricordato, per l’ennesima volta.

Conclusioni

Gli attori, dai più giovani ai veterani del mestiere, sono di una bravura incredibile, capaci di trasmettere tutte le emozioni provate dai vari personaggi allo spettatore, rendendolo tristemente partecipe del susseguirsi degli eventi.

Questa serie vi farà piangere, rabbrividire, vi farà arrabbiare ma soprattutto riflettere, non solo su di voi ma anche su tante tematiche sempre presenti “sulle nostre tavole” ma spesso ritenute troppo spinose per essere affrontate: Juvenile justice vi obbligherà ad aprire gli occhi, a rendervi conto che queste realtà esistono ed è compito di tutta la comunità quello di riportare sulla corretta strada coloro che, per colpa o per diletto, se ne sono allontanati.

È una serie ben fatta, mai noiosa né banale, forse il ritmo è stato un po’ troppo rallentato – senza grande motivo – negli ultimi due episodi ma la cosa, nel complesso, non crea chissà quale problema e non è poi così fastidiosa: non sarà certamente la serie della vita, di quelle che si riguardano volentieri nei momenti di noia, ma rientra a gamba tesa tra i migliori prodotti dell’ultimo anno.

Se vi piace il genere legal drama, questa serie è un assoluto must-have nella vostra lista, non potete assolutamente perdervelo!

Avete visto questa serie? Cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

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K-Drama Recensioni

“Our beloved summer”: certi amori fanno giri immensi e poi…

Titolo: Our beloved summer (그 해 우리는)

Network: SBS Tv

Episodi: 16

Genere: Romantic comedy

Cast principale: Choi Woo-shik, Kim Da-mi, Kim Sung-cheol, Roh Jeong-eui

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 8/10

Trama

Our beloved summer” (그 해 우리는) è una serie rom-com diretta da Kim Yoon-jin e scritta da Lee Na-eun che racconta le vicende di due giovani, Kook Yeon-su (Kim Da-mi, Itaewon class) e Choi Ung (Choi Woo-shik, Train to Busan, Parasite), ex compagni di scuola e ex fidanzati che, ai tempi del liceo, si erano trovati ad improvvisarsi attori durante le riprese di un documentario girato proprio nella loro scuola.

Seppur in un primo momento i due protagonisti non riuscissero neanche a stare nella stessa stanza senza battibeccare, presto le cose prenderanno un’altra direzione e, come in tutti gli enemies-to-lovers che si rispettino, anche in questo caso i sentimenti avranno la meglio, infatti i due da acerrimi nemici inizieranno ad avvicinarsi sempre di più, diventando poi una coppia a tutti gli effetti.

Purtroppo, la fortuna non sempre gioca a loro favore e per una serie di motivazioni contingenti, incomprensioni, paure, si allontaneranno, promettendosi di non incontrarsi mai più.

Scherzi del destino e seconde chance

Passano cinque anni dalla loro rottura, Ung diventa un famosissimo illustratore sotto lo pseudonimo di “Go-oh” mentre Yeon-su, nonostante la difficile situazione economica familiare, riesce finalmente ad ottenere un lavoro che le permette di tirare un sospiro di sollievo: nel complesso, i due sono certi di non doversi incrociare mai più.

Il fato, però, ha altri piani per loro e ci dimostra, ancora una volta, come un incidente di percorso non debba sempre essere visto come un impedimento bensì come un’occasione per riflettere e riprendere fiato: un po’ come abbiamo già visto in molti altri K-drama e K-movies (ricordate quanto abbiamo dovuto soffrire per colpa del destino e delle infinite pene che ha afflitto ai poveri Mi-soo e Hyun-woo di “Tune in for love” oppure dell’amore -quasi- impossibile tra Se-Ri e Jeong-hyuk di “Crash landing on you”?), il Destino svolge un ruolo fondamentale nella narrazione e questo k-drama non è da meno. Perché?

Perché il caso vuole che il documentario girato al liceo sia nuovamente tornato alla ribalta grazie all’avvento dei social e molti netizen abbiano iniziato a chiedere sempre più insistentemente un sequel per sapere che fine avessero fatto i protagonisti, che ne fosse stato del loro rapporto: insomma, il mondo dell’internet aveva parlato e sappiamo tutti che non è affatto facile zittirlo!

Ed è in questo contesto che conosciamo un altro personaggio importantissimo, Kim Ji-Ung (Kim Sung-cheol, Prison playbook), regista e migliore amico di Choi Ung, con il quale condivide il nome e proprio questo, sin dall’inizio della loro amicizia, porterà ad una serie di situazioni esilaranti ma anche ad un eterno confronto tra i due, dovuto principalmente alla situazione familiare tutt’altro che pacifica in casa di Ji-ung.

Kim Ji-ung e Choi Ung

L’amore e il valore del tempo

“Everyone has unforgettable memories from a certain year of their life. They cherish those memories so much that it lasts a lifetime. And our year hasn’t ended yet.”

L’intera serie ruota intorno al concetto del tempismo, del momento perfetto e, a dirla tutta, ogni personaggio perde un’infinità di occasioni e possibilità di svoltare la propria vita per colpa di tante, troppe insicurezze e pensieri ingombranti: persino la rottura tra Ung e Yeon-su sarebbe stata evitabile se soltanto entrambi avessero colto la palla al balzo per non fare ingigantire gli eventi e per riprendere le redini della loro storia.

Questa serie ci insegna che, talvolta, andando avanti nella nostra vita, tendiamo a pensare di dover per forza fare una classifica delle nostre priorità, pensiamo di dover necessariamente scegliere dove focalizzare le nostre attenzioni, dimenticandoci però di essere umani e che, certe cose, non è proprio possibile eliminarle del tutto dalla nostra vita.

“10 things I hate about you”

Julia Stiles nei panni di Kat Stratford in “10 things I hate about you”

Richiamando un po’ l’emblematica scena del film omonimo con Heath Ledger e Julia Stiles, anche in questo caso ci troviamo dinnanzi ad una crisi o meglio, l’inizio di una crisi, infatti in questo episodio vediamo gli infiniti tentativi di Ji-ung, direttore incaricato dall’emittente televisiva alle riprese del documentario che vede come protagonisti i suoi due amici, di convincere il cast a partecipare al suo progetto, consapevole della rottura e del pessimo sangue che scorre tra i due ex fidanzati.

Questa volta, però, la situazione è ben più complessa perché, come ormai sappiamo, i coreani hanno una certa passione per le storie intricate e non sarebbe un vero K-drama senza una second-lead: ebbene sì, il nostro caro Ji-ung altro non è che innamorato, sin dal primo giorno di liceo, della giovane Yeon-su, la quale però non ha mai avuto occhi se non per Ung.

I sentimenti di Ji-ung nei confronti di Yeon-su diventeranno via via più forti e ingombranti, rendendogli il lavoro molto complesso, specie quando si renderà conto, molto prima dei diretti interessati, dell’amore ancora vivo tra i protagonisti, relegandolo ancora una volta al ruolo di osservatore esterno: questo perché, in più occasioni, Ji-ung ripeterà di essersi sempre sentito un semplice osservatore in molte situazioni della sua vita, quasi un estraneo nei confronti di chiunque, persino di se stesso.

Il ruolo dei personaggi secondari

C’è da dire, però, che questa volta i coreani l’hanno proprio combinata grossa e hanno voluto rendere le cose ancora più complicate del solito, infatti non si parla più solo di second-lead ma ci troviamo davanti ad un enorme intreccio sentimentale: un po’ il classico “lui ama lei ma lei ama un altro e l’altro ama un’altra”.

Ecco un breve frame che raffigura il team di Mondocoreano mentre cerca di ricordarsi tutti gli intrighi amorosi:

Infatti, è proprio in questo contesto che troviamo l’inserimento di altri due personaggi fondamentali nello sviluppo della vicenda, cioè NJ (Roh Jeong-eui, 18 Again) e Jeong Chae-ran (Jeon Hye-won, Love (ft. Marriage and Divorce)): la prima è una famosissima idol senza amici né persone care che si infatua del giovane Choi Ung e della sua arte, mentre la seconda è una collaboratrice di Ji-ung che, come tutt* almeno una volta nella vita, si innamora del classico ragazzo “cattivo e inavvicinabile“.

Oltre a loro due, anche gli altri personaggi che ruotano intorno ai nostri protagonisti svolgono un ruolo fondamentale, infatti a differenza di tante altre serie, stavolta vediamo come anche i personaggi secondari hanno la possibilità di splendere, nella loro semplicità e unicità, rendendo il tutto molto più corale e piacevole allo spettatore: pensiamo al ruolo svolto dagli amorevoli genitori di Choi Ung, la scorbutica nonna di Yeon-su, così come Gu Eun-oh (Ahn Dong-goo, Sweet home), manager e amico di Ung, oppure Lee Sol-yi (Park Jin-joo, It’s okay to not be okay), migliore amica di Yeon-su e pessima imprenditrice.

What if…?

Una delle prime cose che notiamo è la strana abitudine di Yeon-su di fare domande ipotetiche nei momenti più improbabili e sulle questioni più disparate, portando allo stremo il povero letargico Ung: in realtà, anche in questo apparente dettaglio insignificante troviamo un riferimento tutt’altro che stupido, infatti la nostra Yeon-su, fintamente forte e indipendente, nasconde una profondissima fragilità e un estremo bisogno d’essere rassicurata. Perché?

Perché, purtroppo, nella sua vita non sempre tutto è andato per il verso giusto, anzi, tutt’altro: cresciuta senza genitori e con la sola nonna, si è sempre dovuta scontrare con la triste vita e realtà di chi non può permettersi molto e, soprattutto, di chi deve spaccarsi la schiena fino all’ultimo giorno della sua vita per andare avanti. Questo la porterà a diventare molto egoista, a mettere se stessa al primo posto, più per paura che gli eventi la trascinino in profondità, dimenticandosi però di essere solo una giovane ragazza con un’intera esistenza davanti a sé.

Il ruolo della famiglia, in questa serie, è particolarmente enfatizzato e abbiamo modo di vedere tutte le sfaccettature di questa dimensione, avendo così un quadro complesso di tutti i personaggi: pensiamo, per esempio, ai genitori di Ung che, nonostante il grande dolore che portano nel cuore, non hanno mai fatto mancare nulla al figlio, oppure pensiamo all’assente madre di Ji-ung.

Ji-ung è uno dei personaggi con la caratterizzazione più intricata e interessante, appare come un “cattivo” ma, anche lui, ha un passato molto difficile alle spalle, dovuto prevalentemente alle sparizioni costanti da parte della madre, sparizioni alle quali il ragazzo ha cercato di sopravvivere, costruendosi una corazza impenetrabile, convincendosi al tempo stesso di non essere meritevole di ricevere amore dagli altri.

Every life is a work of art. And it becomes complete when all the pieces come together. My life couldn’t be complete because of a piece I’ve never had before. I couldn’t see why though. A piece everyone has and isn’t that hard to obtain. I didn’t know why I was the only one who didn’t have that piece. […] so I got curious, I wanted to know the reason why I couldn’t have that piece. […] that’s when I realized that I was a useless piece in her life. The thing I wanted so desperately was hell for her. So I decided that I would never have that piece. My life wasn’t a work of art. It was just an episode of a boring documentary series that no one watches.

Ji-ung sul rapporto con la madre, ep. 15 “Three idiots”

Riferimenti cinematografici e scelte di regia

Parlando, ora, in termini più tecnici, una scelta molto interessante è stata quella della telecamera – quasi sempre – singola, in stile cinema verità, consistente nella narrazione oggettiva della realtà soggettiva, tipico dei documentari.

Va detto, inoltre, che non sono pochi i riferimenti alla cinematografia occidentale, ad esempio: avete notato la somiglianza tra la scena del bacio sotto la pioggia tra Ung e Yeon-su e l’emblematica scena di “Orgoglio e pregiudizio” tra Mr. Darcy ed Elizabeth Bennet? Esatto, infatti, non è un caso che proprio uno degli episodi si intitoli “Pride and prejudice”!

Oppure ancora, avete notato il riferimento al film “No strings attached”, diventato famoso per il “You said no flowers”, e la scena del corn-dog in riva al mare?

Protagoniste indiscusse: le OST!

Ultime, ma non per importanza, vanno analizzate le OST, fiore all’occhiello di questa serie, tra i cui autori spiccano nomi non da poco come V dei BTS e la cantante BIBI, in grado di creare il perfetto sottofondo musicale alla moltitudine di scene e vicende.

So, I’ll tell you
A million tiny things that
You have never known
It all gets tangled up inside
And I’ll tell you
A million little reasons
I’m falling for your eyes
I just want to be where you are

Christmas tree – V

Avete notato come V sia sempre pronto a fare nuove OST per gli altri membri della Wooga Squad?

만약에 우리 우연히
다시 또 만난다면
만약에 내가 널 위해
조금 달라진다면

Maybe if – BIBI

If, by some chance, we meet again
If I change a little bit for your sake
Even the reason why we had to part
I would try, try, try
Would I be able to hug you?

Conclusioni

Volgendo al termine di quest’analisi, cosa possiamo dire? Senz’altro è una serie piacevole da guardare, forse un po’ troppo lunga verso la fine, probabilmente avrebbero potuto tagliare qualcosa e chiudere con 12/13 episodi invece di 16.

Due ulteriori appunti meritano di essere fatti: in primis va detto che, seppur siamo ormai abituati all’eccessivo romanticismo coreano, in questo caso la serie, nonostante sia dolce come il miele, a tratti diventa stucchevole e quasi fastidiosa; in secondo luogo, alcune informazioni sono “too much” e non aggiungono nulla alla narrazione, quindi potevano essere eliminate e rendere il tutto un filo più scorrevole.

Nel complesso è gradevole da guardare e non richiede troppo sforzo, quindi può essere anche messo come sottofondo mentre si fanno altre cose!

Avete visto questo k-drama? Che ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

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K-Music K-Pop

BTS (방탄소년단): from zero to hero

8 anni di carriera, 57 daesangs, 9 album, 6 hot 100 n°1s, 3 apparizioni alle Nazioni Unite, milioni di fan in tutto il mondo, qualifica di inviati presidenziali, tour sold-out: queste sono soltanto alcune delle notizie che si possono citare quando si parla dei BTS, il più grande gruppo K-Pop che ha fatto, e continua a fare, la storia della musica pop.

Per chi si approccia per la prima volta all’onda coreana (hallyu, 한류), i BTS sono quasi una tappa obbligatoria. Ma chi sono e perché sono così importanti?

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I Bangtan Sonyeondan (방탄소년단, 防彈少年團), conosciuti con l’acronimo di BTS, sono una boy band formatasi nel 2013 sotto l’agenzia Big Hit Entertainment (ora HYBE) composta da 7 membri (Jin, Suga, J-hope, RM, Jimin, V e Jungkook): il nome, in un primo momento, aveva il significato di “Bulletproof Boyscout“, un gruppo che si poneva come obiettivo quello di fermare gli stereotipi “proteggendo” gli adolescenti e i loro sentimenti, mentre, in seguito ad un processo di re-branding (per il quale hanno anche vinto l’iF Product Design Award nel 2018), è stato cambiato in “Beyond the scene“, a dimostrazione del cambiamento e del nuovo volto, non soltanto dei membri, ma anche degli adolescenti nel loro percorso di crescita.

La scalata verso il successo dei BTS è stata tutt’altro che semplice e priva d’imprevisti, anzi sono stati più gli ostacoli e le avversità che hanno dovuto affrontare, partendo proprio dalla provenienza da un’agenzia non famosissima (ai tempi del loro debutto, la Big Hit Entertainment, oggi quotata in borsa, non soltanto non rientrava tra le major agencies ma soprattutto si era trovata a dover attraversare una grossa crisi finanziaria che li avrebbe condotti, nella peggiore delle ipotesi, alla bancarotta) per arrivare poi alle infinite ostilità della scena musicale stessa nei confronti dei componenti del gruppo (i membri RM, Suga e J-hope erano, per esempio, già ben noti prima del loro debutto nella scena hip-hop underground e proprio questo “cambio di genere” dall’hip-hop al pop ha creato non poche difficoltà ai giovani).

Gli ARMY (nome del fandom dei BTS con il significato di “Adorable Representative M.C. for Youth“) di vecchia data conosceranno bene il video caricato qui sopra che mostra il gruppo intento a promuovere, per le strade di Los Angeles, un loro concerto gratuito nel lontano 2013: è assurdo pensare come, a otto anni di distanza, siano cambiate tantissime cose e come, al giorno d’oggi, aggiudicarsi un biglietto per una loro data sia diventato più complesso di vincere alla lotteria.

Ebbene sì, di strada ne hanno fatta: eccome se ne hanno fatta!

Il 22 novembre 2021 hanno partecipato agli American Music Awards, ai quali erano candidati in tre differenti categorie:

  • Favorite pop duo or group
  • Favorite pop song (“Butter”)
  • Artist of the year

E hanno vinto tutti e tre i premi, compreso il tanto agognato ATOY, contro mostri sacri della musica occidentale del calibro di Ariana Grande, Drake e Taylor Swift. Ma cosa sono gli AMAs?

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Gli American Music Awards sono uno dei tre premi musicali più importanti insieme ai Billboard music awards e ai Grammy Awards, fondati nel 1973 da Dick Clark per competere contro i Grammy e la loro particolarità sta nel fatto che i vincitori, dal 2006, non sono scelti solo dai membri dell’industria musicale (sulla base delle vendite e diffusione radiofonica), ma anche dalla giuria popolare, la quale può contribuire alla votazione tramite il sito stesso degli AMAs. Perché questo premio è così importante per i BTS e per il mondo del K-Pop in generale?

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I BTS durante la loro prima apparizione agli AMAs nel 2017 con l’esibizione “DNA”.

Perché, soltanto a distanza di 4 anni dalla prima vera apparizione nella scena musicale americana da parte dei BTS, abbiamo e hanno avuto realmente contezza di quanto, finalmente, il panorama musicale occidentale si stia lentamente aprendo alla musica proveniente da altri luoghi al di fuori dell’America, consentendo così una maggiore “contaminazione” e globalizzazione in ambito artistico e culturale. Perché culturale?

Perché i BTS non si possono più relegare al “semplice” ruolo di boy band, bensì sono diventati veri e propri esportatori di cultura nel mondo e, con la nomina a inviati presidenziali guadagnata nel settembre ’21, questo non fa che accrescere la loro importanza per il mondo artistico: a dimostrazione di ciò, abbiamo anche il comunicato stampa ufficiale del Presidente Moon Jae-In mediante il quale si è sentitamente congratulato con il gruppo per il grande risultato ottenuto.

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Il tweet dall’account ufficiale del Presidente Moon Jae-In.

Inoltre, il Presidente Moon non ha perso l’occasione per lanciare un piccolo suggerimento al governo coreano che, ancora, sta temporeggiando circa la decisione sull’arruolamento o meno dei membri del gruppo nell’esercito: infatti, com’è noto a molti, i maschi coreani tra i 18 e i 28 anni devono prestare servizio nell’esercito per una durata di 18/20 mesi e anche i Bangtan, teoricamente, sarebbero inclusi in questa categoria.

Eppure, la storia non è così semplice perché i BTS hanno ricevuto dal presidente Moon, nel 2018, l’Ordine al Merito culturale, un riconoscimento per i servizi svolti in ambito sociale e artistico che hanno contribuito alla promozione della Corea del sud nel mondo e, non a caso, in quello stesso periodo il Primo Ministro Lee Nak-yon ha suggerito una revisione della legge sulla leva militare per ragioni legate al cambiamento della società coreana e, al tempo stesso, la legislazione di Seoul ha approvato una revisione alla legge sulla leva militare obbligatoria, consentendo ai K-Pop idol particolarmente meritevoli di posticipare il proprio arruolamento sino al compimento dei 30 anni.

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I BTS durante la consegna della corona fiorata.

L’argomento ha, da sempre, scatenato non poche polemiche e non sono stati rari i casi in cui i netizens si sono schierati contro l’arruolamento del gruppo: polemiche alla quale è seguito, però, il silenzio della politica e la lentezza della burocrazia, lasciando gli idol e i fan stessi in una landa desolata, senza alcuna conoscenza circa il proprio futuro.

Ecco, di seguito, alcuni dei commenti più ricorrenti nelle ultime ore in molte piattaforme social:

“It’s honestly discrimination at this point.. ㅋㅋ they’ve done more for this country than 10 thousand gold medals… it’s time to grant them exemptions ㅋㅋ”

“They have done more for this country than any gold medal at the Olympics.”

“We have never had something as big as BTS that has done so much for our pop culture. I’m not a BTS fan but they’ve influenced our economics in such a positive way and that should be enough in itself to grant them exemptions. Jo Sung Jin may be an amazing pianist but he has never brought any economic value in exports or anything to our country like BTS has.”

I Bangtan boys, tuttavia, non si sono fermati solo alle tre vittorie agli AMAs, bensì per il secondo anno consecutivo hanno ottenuto una nomination ai Grammy nella categoria “Best pop duo/group” e, anche quest’anno, questa nomina ha riacceso l’infinita diatriba tra gli ARMY e la Recording Academy, infatti già nella precedente edizione, l’esito aveva avuto modo di mostrare i (non pochi) lati oscuri e ambiguità dell’industria musicale americana, la quale svariate volte si è mostrata solamente interessata ad artisti “classici” rispetto ad altri più innovativi e meno “convenzionali”: dopo la mancata vittoria, gli ARMY (e probabilmente gli stessi giovani artisti) si aspettavano più di una nomination nell’edizione del 2022, eppure anche in questo caso le aspettative non sono state accontentate, portando ancor di più all’esasperazione i rapporti tra i fan e i Grammy.

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Negli ultimi giorni, la frase che sta spopolando sempre di più su Twitter e tanti altri social è “BTS wants a Grammy but Grammy needs BTS“. Perché?

Perché la redazione dei Grammy è ben consapevole della potenza dei BTS e della sua fanbase (basti pensare che il giorno dell’annuncio delle categorie e delle nomination, essendo i BTS tra i presentatori, i partecipanti alla livestream superavano più di 1 MILIONE di persone, tuttavia nel momento in cui questi hanno ricevuto una sola nomination e hanno fatto la loro presentazione, le visualizzazioni sono scese a 400.000 nel giro di pochi minuti) e non sono stati rari i tentativi di addolcire i rapporti tra il fandom, iperprotettivo nei confronti del gruppo, e la Recording Academy al fine di sfruttarne il potere mediatico.

E la verità è proprio questa: i Grammy hanno più bisogno dei BTS di quanto i BTS abbiano bisogno di un Grammy, specie dopo le due performance agli AMAs (fonti incerte su Twitter hanno affermato che una buona percentuale dei presenti nel pubblico degli AMAs fossero ARMYs) e, soprattutto, dopo le 4 date sold-out al SoFi Stadium di Los Angeles. Che saranno mai 4 date?

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Bene, giusto per fare due conti, la capienza massima per i concerti al SoFi Stadium è di 70.000 persone: i biglietti per le quattro date (27-28/11 e 1-2/12) sono andati sold-out prima dell’apertura ufficiale delle vendite, cioè la totalità dei biglietti è stata fatta fuori solamente con le prevendite, compresi coloro che avevano già acquistato un biglietto per il tour mondiale che è stato cancellato qualche mese fa, dopo l’ennesima riprogrammazione.

Al di là di quali siano i rapporti tra i Bangtan (e gli ARMY) e l’industria dell’intrattenimento in tutte le sue sfaccettature, il loro impatto a livello culturale è assolutamente innegabile, non a caso il mantra più recente è “BTS paved the way” e, in effetti, non si potrebbe essere più d’accordo e del loro stesso successo ne stanno beneficiando molti gruppi k-pop che, al momento, si stanno trovando sulla cresta dell’onda, pensiamo per esempio ai recenti annunci dei tour mondiali da parte degli ATEEZ, degli NCT e delle Twice: che piacciano o meno, i BTS hanno distrutto e impostato nuovi record, non soltanto nella scena musicale coreana ma anche internazionale, creando un nuovo modo d’intendere la musica, l’arte e il rapporto con il pubblico, ponendo le basi per un diverso modo di vedere l’industria musicale.

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Cosa ci aspetterà in futuro? I BTS dovranno arruolarsi? Faranno un nuovo tour prima di farlo?

Tutte queste domande, purtroppo, non trovano ancora una risposta: nel frattempo, noi continuiamo a goderci la loro musica, approfittando di ogni occasione per avvicinarci al loro mondo.