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“Business Proposal” – Un incontro inaspettato

  • Genere: commedia romantica, rom-com
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 12
  • Cast principale: Ahn Hyo-seop, Kim Sejeong, Seol In-ah, Kim Min-kyu
  • Voto: 8

Siete alla ricerca di una serie simpatica e leggera, che vi faccia ridere a crepapelle ma allo stesso tempo sia ricca di boy-friend material e vi regali personaggi di cui potrete innamorarvi fin dal primo istante?

Business Proposal è la nuova serie SBS che una volta atterrata nell’universo Netflix è riuscita a far parlare di sé sin dalle sue prime puntate, riuscendo a scavalcare titoli come “Twenty-Five Twenty-one”  nelle classifiche e diventando già una delle serie di maggior successo del 2022!

Se avete già visto “Strong Woman Do Bong Soon” e “What’s wrong with secretary Kim?”, sarete felici di sapere che Business Proposal, sebbene rimanendo un titolo che già di per sé riesce a catturare l’attenzione, mi ha ricordato un sacco quelli che considero due dei meglio riusciti drama del genere rom-com, riportando alla luce la tipica storia d’amore tra il ricco e bel CEO di un’impresa e una ragazza comune in grado di farci sorridere e affezionare ai personaggi con una facilità tale da ritrovarci a tifare per loro sin dalle prime scene della serie.

Trama e personaggi

A confronto, la locandina della serie e la copertina del webtoon

Tratto dall’omonimo webtoon “A Business Proposal” scritto da Guava Farm / Perilla, disegnato da Narak e tratto a sua volta da un romanzo di Haehwa, il drama racconta la storia d’amore che si verrà a creare tra Shin Ha-ri e il presidente dell’azienda per cui lavora, Kang Tae-moo.

Shin Ha-ri (Kim Se-jeong, The Uncanny Counter) è una ricercatrice alimentare che lavora presso una delle più grandi aziende produttrici del mercato alimentare del Paese, la Go Food.

Figlia di proprietari di un piccolo ristorante di pollo fritto, vive assieme al fratello e ai genitori dividendo le sue giornate tra il lavoro d’ufficio e la gestione del locale di famiglia, condividendo gioie e dolori con la sua migliore amica Jin Young-seo (Seol In-an, Mr. Queen, Strong Woman Do Bong Soon), figlia di un ricco imprenditore poco incline ai rapporti umani che porta la ragazza a passare la maggior parte del tempo con la ben più modesta famiglia di Ha-ri, la cui vicinanza la fa sentire apprezzata molto più di quanto possa mai fare il padre, deciso a darla in sposa ad un ricco pretendente che possa poi ereditare la sua azienda.

È così che la povera Young-seo si ritrova a dover sopportare una serie di incontri al buio organizzati dal padre intento a presentarle l’uomo perfetto da sposare, quando invece tutto quello che desidera lei è innamorarsi di un ragazzo senza pensare alla sua posizione sociale o agli interessi economici della famiglia.

E quale miglior modo per mandare in fumo tutti gli incontri organizzati se non quello di chiedere alla sua migliore amica di fingersi lei e fare in modo che nessuno dei pretendenti le chieda la mano?

Uno dopo l’altro, le due amiche riescono nel loro intento e quindi ad allontanare tutti coloro interessati a conoscere Young-seo, ignari di avere in realtà di fronte la sua amica Ha-ri, ben felice di racimolare qualche soldo in più facendo peraltro contenta la sua migliore amica.

Tutto sembra andare per il meglio fino a quando Ha-ri accetta (seppur non troppo volentieri) quello che Young-seo dice essere l’ultimo favore che le avrebbe chiesto, l’ultima piccola messa in scena per scampare ancora una volta ai piani di suo padre.

Ma è proprio quando Ha-ri accetta e si presenta all’appuntamento al buio che la storia prenderà una direzione inaspettata quando si troverà seduto davanti a lei non altri che il capo dell’azienda per cui lavora, l’affascinante CEO Kang Tae-moo (Ahn Hyo-seop, Abyss).

Seppur resistergli si riveli un arduo compito, Ha-ri continua a recitare strepitosamente la sua parte: peccato che mentre lei pensa di aver inscenato la performance perfetta, Kang Tae-moo intanto sta pensando di sposarla subito dopo quello che è stato il loro primo e unico appuntamento, convinto che la ragazza che ha incontrato sia in realtà Young-seo.

È questo l’intreccio che ci porterà a seguire due bellissime storie d’amore che sbocceranno tra personaggi che difficilmente avrebbero potuto incontrarsi, due relazioni che si sviluppano parallelamente tra Kang Tae-moon e Shin Ha-ri e tra Jin Young-seo e Cha Sung-hoon (Kim Min-kyu, Queen: Love and War, Backstreet Rookie), segretario di Kang Tae-moo.

Cliché? Forse, ma con gusto 

Come forse vi ho già fatto capire, mentirei se vi dicessi che quella che guarderete è una storia originale o ricca di colpi di scena, devo dire che a livello di trama infatti la narrazione si accosta molto a quelle raccontate in altre serie del genere già viste in precedenza, contenente numerosi cliché e sequenze alquanto prevedibili.

Non poteva di certo mancare una scena con l’ombrello giallo, non credete?

Ma allora perché sta avendo così tanto successo, vi chiederete voi?

Beh la risposta sta proprio nel modo in cui la storia è stata scritta, mai pesante nelle sue dinamiche (seppur già viste) e arricchita da personaggi che difficilmente potranno non piacervi. Business Proposal, infatti, è stato uno di quei pochi drama che mi ha fatto amare non solo la coppia formata dai main characters, ma anche quella secondaria, un arduo compito che pochissimi titoli erano riusciti a portare avanti fino ad ora.

Il “선” e la dating culture coreana

Una cosa è certa: durante la visione, più e più volte ho notato quanto pressante potesse essere l’insistenza da parte dei genitori nel voler per forza controllare la vita sentimentale dei loro figli. Ma da dove nasce questa cultura degli incontri organizzati?

Se siete appassionati della cultura coreana, vi sarà capitato almeno una volta di imbattervi nel termine “Sogaeting”, una combinazione della parola “소개” (“so-gae” che significa letteralmente “introduzione/presentazione”) e “” (“ting” che deriva dall’ultima sillaba della parola inglese “meeting”).

Il “sogaeting” è infatti uno dei modi preferiti dai coreani per conoscere il loro futuro partner, tra amici è comunissimo far incontrare le proprie conoscenze ancora single sperando che tra di loro possa scoppiare la scintilla.

Ma in Business Proposal, quello che vediamo presentato in modo molto pressante è invece il “” (“seon”), metodo con il quale i genitori sono soliti scegliere una persona che si metta alla ricerca del partner perfetto per i propri figli secondo criteri che si basano su status sociale e background economico (le famiglie abbienti sono infatti le più inclini a praticarlo).

Nel caso di una commedia come questa, è divertente pensare a come i protagonisti si siano trovati proprio cercando di sfuggire a queste dinamiche imposte loro dalla società. Nella vita reale però, questo tipo di pressioni sociali sono molto sentite dalla popolazione, che vede l’essere single (soprattutto da una certa età in poi) come una nota negativa da cancellare tramite, appunto, questo tipo di incontri organizzati.

L’amore nell’aria

Ma non preoccupatevi, niente forzature nelle sequenze di questo drama, tutto risulta molto pulito e naturale e saranno tantissime le scene che vi faranno venire le farfalle allo stomaco: tra la chimica perfetta tra i due protagonisti e second leads, la storia scorre senza mai annoiare, regalando 12 puntate che vi faranno ridere e ogni tanto commuovere (ma soprattutto ridere, l’ho già detto?) in una narrazione leggera e piacevole che vi accompagnerà fino alla fine di questa storia senza mai farvi sentire il peso di scene superflue al filo conduttore del racconto.

Avete presente quei drama in cui continuate a pensare “ma perché non sono al posto della protagonista?” Ecco, l’ho detto.

Commento finale

Avendo iniziato questa serie incuriosita dalle tantissime recensioni positive lette online, posso finalmente dire a fine visione di non essermene assolutamente pentita. 

Molto piacevole e sempre divertente, era da tanto che un drama non mi faceva ridere così, e già averlo paragonato a Strong Woman (sì, avrà sempre un posto speciale nel mio cuore) per me vuol dire tanto, anzi, tantissimo!

Un cast fresco composto da ragazzi giovani e di talentoMa vogliamo poi parlare di Ahn Hyo-seop? Se ancora siete indecisi se iniziare o no questa serie, vi lascio qui sotto una galleria di immagini del cast che potrebbe aiutarvi a… Riflettere.

Su Netflix italiano è ancora on air, ma online potrete facilmente trovare tutte le 12 puntate complete!

E voi l’avete visto? Vorreste iniziarlo? Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

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K-Drama Recensioni

“Juvenile Justice”: qual è il peso della giustizia?

Titolo: Juvenile Justice (소년 심판)

Episodi: 10

Genere: Legal drama

Cast principale: Kim Hye-soo, Kim Mu-yeol, Lee Sung-min, Lee Jung-eun

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 9.5

Trama

Le persone tendono a mostrare la loro vera natura quando sono messe all’angolo. Per questo motivo le persone sono cattive.

(Ep. 1, min. 31:40)

Io odio i teppisti“: è questa una delle prime battute che sentiamo pronunciare a Sim Eun-seok (Kim Hye-soo, Tazza: The high rollers, Hyena), la giudice protagonista di questo K-drama, ed è già da queste poche parole che possiamo immaginare bene quale sarà il tenore dell’intera narrazione. Ma chi è Sim Eun-seok?

Donna dal passato misterioso e doloroso, all’inizio della serie viene trasferita al Tribunale minorile del distretto di Yeonwha: sin dalle prime scene appare come molto distante, fredda, una sorta di calcolatore apatico della legge – non a caso è conosciuta tra i suoi colleghi come “Judge Max” a causa della sua eccessiva rigidità nei giudizi -, e si trova a dover avere a che fare con casi molto complessi che, purtroppo o per fortuna, metteranno a dura prova anche le sue più profonde convinzioni, facendole scoprire un altro lato del proprio mestiere e della propria persona.

Accanto a Eun-seok troviamo il giudice Cha Tae-joo (Kim Mu-yeol, Forgotten, My beautiful bride), diametralmente opposto rispetto alla protagonista, infatti questi è molto più affabile, dalla mentalità aperta, sempre disposto ad offrire un’altra possibilità ai giovani delinquenti che si trovano al suo cospetto: mentre Eun-seok è più propensa ad un’applicazione ferrea delle regole, Tae-joo è più per la rieducazione e la riabilitazione dei trasgressori e questo porterà i due giudici a scontrarsi spesso su questioni etiche e metodologiche nella conduzione delle indagini e dei processi.

La serie affronta, nell’arco dei 10 episodi, fattispecie di reato differenti che spaziano dall’omicidio, alle baby gang fino alla violenza sessuale e domestica e, purtroppo, ciò che sconvolge, oltre alla crudeltà dei reati in sé, è la realisticità dei racconti, i quali non sono tratti dall’inventiva di Kim Min-seok, l’autore della serie, bensì dalla cronaca nera coreana: non a caso, il K-drama è vietato ai minori di 18 anni per le tematiche trattate e per le scene violente.

Juvenile justice è il secondo prodotto di questo genere proposto (e prodotto, in questo caso) ultimamente da Netflix, difatti l’anno scorso sempre in questo periodo era stato già mandato in onda il K-drama “Law school” (로스쿨) creato dalla JTBC che vedeva come protagonisti Kim Myung-min (Detective K, VIP, Six flying dragons), Kim Bum (Boys over flowers, Tale of the nine tailed, Ghost doctor), Ryu Hye-young (Reply 1988, The Mayor) e ultima, ma non per importanza, la stessa Lee Jung-eun (Parasite, My Holo love) che, in Juvenile justice non vestirà i panni di una docente della Hankuk Law School ma quelli di un Giudice supremo!

I due K-drama si assomigliano molto, sia per ambientazione che per tipologia di recitazione ma anche per i temi trattati: a dirla tutta, anche le stesse OST sono molto simili!

Ma c’è anche un’altra somiglianza che non passa certo inosservata agli spettatori più attenti: ovviamente parliamo del famosissimo Vincenzo (빈센조), che vede come protagonisti attori del calibro di Song Joong-ki (Descendants of the sun, Arthdal Chronicles), Ok Taec-yeon (Bring it on, ghost, Save me), Jeon Yeo-been (Save me, Night in paradise), Kim Yeo-jin (Itaewon class, Extracurricular) e Kwak Dong-yeon (Gangnam Beauty, It’s Okay to not be okay), e anche in questo caso ci riferiamo ad una serie crime/legal drama che ci porta nei meandri della legge e del business.

Non trovate anche voi una certa somiglianza tra le tre OST qui proposte?

Che Netflix abbia capito che il genere legal drama piace ai suoi spettatori e abbia deciso di investirci maggiori finanze?

Il ruolo del giudice

Non è soltanto [una questione] di chi sia nel torto. L’obiettivo del Tribunale minorile è assicurarsi che i ragazzini non compiano nuovamente crimini.

(Ep. 2, min. 17:24)

Al di là dei singoli casi ed episodi, trattati in maniera magistrale nonostante siano romanzati, ciò che realmente offre questo K-drama è una serie di spunti di riflessione per il grande pubblico su questioni che, normalmente, vengono trattate all’interno delle aule delle scuole di Giurisprudenza e tra “tecnici del mestiere“, prima fra tutti il ruolo del giudice come rappresentante della legge.

Il giudice, nell’immaginario comune, è spesso visto o come una figura maestosa che sta al di sopra delle parti o come qualcuno troppo lontano dalla realtà, circondato comunque da un’aura di potere e di conoscenza: questa serie, invece, ci mostra quanto il giudice viva, giorno dopo giorno, nello svolgimento delle sue funzioni, a stretto contatto con la realtà e con la società, cercando di diventare il miglior interprete possibile tra questa e la legge stessa.

Nell’arco dei vari episodi abbiamo modo di osservare diversi modi di “fare legge” ma, soprattutto, è possibile osservare come si cerchi di sviscerare una questione fondamentale nello studio della legge, in particolare del diritto penale, cioè la funzione della pena, rispondendo alla domanda vecchia come il mondo “bastone o carota?“: se Eun-seok, all’inizio della narrazione, appare più vicina al bastone che picchia duramente chi commette un reato, nel corso degli eventi cambierà approccio, ritrovando un lato più umano, anche nella giustizia.

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Source: NETFLIX

Il mondo della giustizia e la sua bolla

In altre parole, questo significa che lo stato si poggia esclusivamente su sacrifici individuali. In un certo senso, la Corte è colpevole.

(Ep. 5, min. 46:10)

La citazione in sovraimpressione rappresenta uno dei problemi principali dell’apparato statale, cioè quanto le Corti, chi commette dei reati, le vittime e le loro famiglie siano abbandonate su una sorta di isola in mezzo al mare, in un mondo che funziona solo per loro e che, purtroppo, viene considerato troppo distante dalla realtà di tutti i giorni: due episodi, infatti, sono dedicati all’enorme ruolo e fatica svolto, in tutti i paesi, dalle case e istituti che si occupano di prendersi cura dei giovani criminali che vengono mandati dai Tribunali affinché ricevano assistenza, educazione e supporto psicologico perché non ricadano nel terribile incubo della recidiva.

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Che ne è di quelli che non tengono il passo e rimangono indietro? Che ne è delle vittime? Chi è responsabile per loro? [Questo] non è essere efficienti. Questo è essere irresponsabili. Perché non ha un po’ di senso del dovere?

(Ep. 10, min. 06:50)

Al tempo stesso, quando si parla di questi temi, si tende a ridurre tutto il discorso nei “banali” ruoli di reo e vittima, chi ha commesso il fatto e chi l’ha subito, dimenticando però dei protagonisti indiscussi della vicenda, spesso spettatori inermi e indifesi dell’intera pièce, cioè le persone vicine alla vittima e al carnefice, spesso si parla delle loro famiglie, inevitabilmente e indissolubilmente stravolte dagli eventi: purtroppo, però, quando si cerca di fare giustizia in maniera rapida – anche e soprattutto a causa dell’aumentare dei casi e delle pochissime risorse -, sono proprio questi personaggi secondari ad essere lasciati indietro, quasi come se il fatto non riguardasse anche loro, quasi come se non fossero anche loro coinvolti.

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Source: NETFLIX

Purtroppo, però, questa serie ci mette davanti ad una triste verità, ovvero che la legge non è in grado di salvare tutti e di proteggere tutte le vittime, nonostante i suoi sforzi e i suoi tentativi.

La vita di chi perde un caro per colpa di qualcun altro, la vita di chi subisce uno stupro, la vita di un figlio che viene allontanato dal genitore per evitare che continui a subire violenze, la vita di un giudice che ha il durissimo compito di valutare in maniera imparziale l’operato altrui, la vita di chi viene condannato a passare una buona fetta della propria vita in carcere: sono loro i veri protagonisti e destinatari della legge, sono loro quelli che devono essere protetti, in tutte le loro sfaccettature, sono loro quelli dei quali lo Stato deve occuparsi perché non si sentano lontani, non si sentano abbandonati nella loro sofferenza e nella loro “diversità”.

“Io sono la vittima. Ma perché sono io quella che viene ostracizzata? Quando potrò tornare alla mia vecchia vita? Potrò mai tornarci?”

“C’è una verità assoluta che ho realizzato lavorando in questo ambito. Chiunque può essere una vittima. E’ una cosa così scontata, ma nessuno lo capisce.”


(Ep. 10, min. 43:20)

Sotto questo punto di vista, Eun-seok ha proprio ragione: “Chiunque può essere una vittima” e questo K-drama ce l’ha ricordato, per l’ennesima volta.

Conclusioni

Gli attori, dai più giovani ai veterani del mestiere, sono di una bravura incredibile, capaci di trasmettere tutte le emozioni provate dai vari personaggi allo spettatore, rendendolo tristemente partecipe del susseguirsi degli eventi.

Questa serie vi farà piangere, rabbrividire, vi farà arrabbiare ma soprattutto riflettere, non solo su di voi ma anche su tante tematiche sempre presenti “sulle nostre tavole” ma spesso ritenute troppo spinose per essere affrontate: Juvenile justice vi obbligherà ad aprire gli occhi, a rendervi conto che queste realtà esistono ed è compito di tutta la comunità quello di riportare sulla corretta strada coloro che, per colpa o per diletto, se ne sono allontanati.

È una serie ben fatta, mai noiosa né banale, forse il ritmo è stato un po’ troppo rallentato – senza grande motivo – negli ultimi due episodi ma la cosa, nel complesso, non crea chissà quale problema e non è poi così fastidiosa: non sarà certamente la serie della vita, di quelle che si riguardano volentieri nei momenti di noia, ma rientra a gamba tesa tra i migliori prodotti dell’ultimo anno.

Se vi piace il genere legal drama, questa serie è un assoluto must-have nella vostra lista, non potete assolutamente perdervelo!

Avete visto questa serie? Cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

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“Our beloved summer”: certi amori fanno giri immensi e poi…

Titolo: Our beloved summer (그 해 우리는)

Network: SBS Tv

Episodi: 16

Genere: Romantic comedy

Cast principale: Choi Woo-shik, Kim Da-mi, Kim Sung-cheol, Roh Jeong-eui

Dove guardarlo: Netflix

Voto: 8/10

Trama

Our beloved summer” (그 해 우리는) è una serie rom-com diretta da Kim Yoon-jin e scritta da Lee Na-eun che racconta le vicende di due giovani, Kook Yeon-su (Kim Da-mi, Itaewon class) e Choi Ung (Choi Woo-shik, Train to Busan, Parasite), ex compagni di scuola e ex fidanzati che, ai tempi del liceo, si erano trovati ad improvvisarsi attori durante le riprese di un documentario girato proprio nella loro scuola.

Seppur in un primo momento i due protagonisti non riuscissero neanche a stare nella stessa stanza senza battibeccare, presto le cose prenderanno un’altra direzione e, come in tutti gli enemies-to-lovers che si rispettino, anche in questo caso i sentimenti avranno la meglio, infatti i due da acerrimi nemici inizieranno ad avvicinarsi sempre di più, diventando poi una coppia a tutti gli effetti.

Purtroppo, la fortuna non sempre gioca a loro favore e per una serie di motivazioni contingenti, incomprensioni, paure, si allontaneranno, promettendosi di non incontrarsi mai più.

Scherzi del destino e seconde chance

Passano cinque anni dalla loro rottura, Ung diventa un famosissimo illustratore sotto lo pseudonimo di “Go-oh” mentre Yeon-su, nonostante la difficile situazione economica familiare, riesce finalmente ad ottenere un lavoro che le permette di tirare un sospiro di sollievo: nel complesso, i due sono certi di non doversi incrociare mai più.

Il fato, però, ha altri piani per loro e ci dimostra, ancora una volta, come un incidente di percorso non debba sempre essere visto come un impedimento bensì come un’occasione per riflettere e riprendere fiato: un po’ come abbiamo già visto in molti altri K-drama e K-movies (ricordate quanto abbiamo dovuto soffrire per colpa del destino e delle infinite pene che ha afflitto ai poveri Mi-soo e Hyun-woo di “Tune in for love” oppure dell’amore -quasi- impossibile tra Se-Ri e Jeong-hyuk di “Crash landing on you”?), il Destino svolge un ruolo fondamentale nella narrazione e questo k-drama non è da meno. Perché?

Perché il caso vuole che il documentario girato al liceo sia nuovamente tornato alla ribalta grazie all’avvento dei social e molti netizen abbiano iniziato a chiedere sempre più insistentemente un sequel per sapere che fine avessero fatto i protagonisti, che ne fosse stato del loro rapporto: insomma, il mondo dell’internet aveva parlato e sappiamo tutti che non è affatto facile zittirlo!

Ed è in questo contesto che conosciamo un altro personaggio importantissimo, Kim Ji-Ung (Kim Sung-cheol, Prison playbook), regista e migliore amico di Choi Ung, con il quale condivide il nome e proprio questo, sin dall’inizio della loro amicizia, porterà ad una serie di situazioni esilaranti ma anche ad un eterno confronto tra i due, dovuto principalmente alla situazione familiare tutt’altro che pacifica in casa di Ji-ung.

Kim Ji-ung e Choi Ung

L’amore e il valore del tempo

“Everyone has unforgettable memories from a certain year of their life. They cherish those memories so much that it lasts a lifetime. And our year hasn’t ended yet.”

L’intera serie ruota intorno al concetto del tempismo, del momento perfetto e, a dirla tutta, ogni personaggio perde un’infinità di occasioni e possibilità di svoltare la propria vita per colpa di tante, troppe insicurezze e pensieri ingombranti: persino la rottura tra Ung e Yeon-su sarebbe stata evitabile se soltanto entrambi avessero colto la palla al balzo per non fare ingigantire gli eventi e per riprendere le redini della loro storia.

Questa serie ci insegna che, talvolta, andando avanti nella nostra vita, tendiamo a pensare di dover per forza fare una classifica delle nostre priorità, pensiamo di dover necessariamente scegliere dove focalizzare le nostre attenzioni, dimenticandoci però di essere umani e che, certe cose, non è proprio possibile eliminarle del tutto dalla nostra vita.

“10 things I hate about you”

Julia Stiles nei panni di Kat Stratford in “10 things I hate about you”

Richiamando un po’ l’emblematica scena del film omonimo con Heath Ledger e Julia Stiles, anche in questo caso ci troviamo dinnanzi ad una crisi o meglio, l’inizio di una crisi, infatti in questo episodio vediamo gli infiniti tentativi di Ji-ung, direttore incaricato dall’emittente televisiva alle riprese del documentario che vede come protagonisti i suoi due amici, di convincere il cast a partecipare al suo progetto, consapevole della rottura e del pessimo sangue che scorre tra i due ex fidanzati.

Questa volta, però, la situazione è ben più complessa perché, come ormai sappiamo, i coreani hanno una certa passione per le storie intricate e non sarebbe un vero K-drama senza una second-lead: ebbene sì, il nostro caro Ji-ung altro non è che innamorato, sin dal primo giorno di liceo, della giovane Yeon-su, la quale però non ha mai avuto occhi se non per Ung.

I sentimenti di Ji-ung nei confronti di Yeon-su diventeranno via via più forti e ingombranti, rendendogli il lavoro molto complesso, specie quando si renderà conto, molto prima dei diretti interessati, dell’amore ancora vivo tra i protagonisti, relegandolo ancora una volta al ruolo di osservatore esterno: questo perché, in più occasioni, Ji-ung ripeterà di essersi sempre sentito un semplice osservatore in molte situazioni della sua vita, quasi un estraneo nei confronti di chiunque, persino di se stesso.

Il ruolo dei personaggi secondari

C’è da dire, però, che questa volta i coreani l’hanno proprio combinata grossa e hanno voluto rendere le cose ancora più complicate del solito, infatti non si parla più solo di second-lead ma ci troviamo davanti ad un enorme intreccio sentimentale: un po’ il classico “lui ama lei ma lei ama un altro e l’altro ama un’altra”.

Ecco un breve frame che raffigura il team di Mondocoreano mentre cerca di ricordarsi tutti gli intrighi amorosi:

Infatti, è proprio in questo contesto che troviamo l’inserimento di altri due personaggi fondamentali nello sviluppo della vicenda, cioè NJ (Roh Jeong-eui, 18 Again) e Jeong Chae-ran (Jeon Hye-won, Love (ft. Marriage and Divorce)): la prima è una famosissima idol senza amici né persone care che si infatua del giovane Choi Ung e della sua arte, mentre la seconda è una collaboratrice di Ji-ung che, come tutt* almeno una volta nella vita, si innamora del classico ragazzo “cattivo e inavvicinabile“.

Oltre a loro due, anche gli altri personaggi che ruotano intorno ai nostri protagonisti svolgono un ruolo fondamentale, infatti a differenza di tante altre serie, stavolta vediamo come anche i personaggi secondari hanno la possibilità di splendere, nella loro semplicità e unicità, rendendo il tutto molto più corale e piacevole allo spettatore: pensiamo al ruolo svolto dagli amorevoli genitori di Choi Ung, la scorbutica nonna di Yeon-su, così come Gu Eun-oh (Ahn Dong-goo, Sweet home), manager e amico di Ung, oppure Lee Sol-yi (Park Jin-joo, It’s okay to not be okay), migliore amica di Yeon-su e pessima imprenditrice.

What if…?

Una delle prime cose che notiamo è la strana abitudine di Yeon-su di fare domande ipotetiche nei momenti più improbabili e sulle questioni più disparate, portando allo stremo il povero letargico Ung: in realtà, anche in questo apparente dettaglio insignificante troviamo un riferimento tutt’altro che stupido, infatti la nostra Yeon-su, fintamente forte e indipendente, nasconde una profondissima fragilità e un estremo bisogno d’essere rassicurata. Perché?

Perché, purtroppo, nella sua vita non sempre tutto è andato per il verso giusto, anzi, tutt’altro: cresciuta senza genitori e con la sola nonna, si è sempre dovuta scontrare con la triste vita e realtà di chi non può permettersi molto e, soprattutto, di chi deve spaccarsi la schiena fino all’ultimo giorno della sua vita per andare avanti. Questo la porterà a diventare molto egoista, a mettere se stessa al primo posto, più per paura che gli eventi la trascinino in profondità, dimenticandosi però di essere solo una giovane ragazza con un’intera esistenza davanti a sé.

Il ruolo della famiglia, in questa serie, è particolarmente enfatizzato e abbiamo modo di vedere tutte le sfaccettature di questa dimensione, avendo così un quadro complesso di tutti i personaggi: pensiamo, per esempio, ai genitori di Ung che, nonostante il grande dolore che portano nel cuore, non hanno mai fatto mancare nulla al figlio, oppure pensiamo all’assente madre di Ji-ung.

Ji-ung è uno dei personaggi con la caratterizzazione più intricata e interessante, appare come un “cattivo” ma, anche lui, ha un passato molto difficile alle spalle, dovuto prevalentemente alle sparizioni costanti da parte della madre, sparizioni alle quali il ragazzo ha cercato di sopravvivere, costruendosi una corazza impenetrabile, convincendosi al tempo stesso di non essere meritevole di ricevere amore dagli altri.

Every life is a work of art. And it becomes complete when all the pieces come together. My life couldn’t be complete because of a piece I’ve never had before. I couldn’t see why though. A piece everyone has and isn’t that hard to obtain. I didn’t know why I was the only one who didn’t have that piece. […] so I got curious, I wanted to know the reason why I couldn’t have that piece. […] that’s when I realized that I was a useless piece in her life. The thing I wanted so desperately was hell for her. So I decided that I would never have that piece. My life wasn’t a work of art. It was just an episode of a boring documentary series that no one watches.

Ji-ung sul rapporto con la madre, ep. 15 “Three idiots”

Riferimenti cinematografici e scelte di regia

Parlando, ora, in termini più tecnici, una scelta molto interessante è stata quella della telecamera – quasi sempre – singola, in stile cinema verità, consistente nella narrazione oggettiva della realtà soggettiva, tipico dei documentari.

Va detto, inoltre, che non sono pochi i riferimenti alla cinematografia occidentale, ad esempio: avete notato la somiglianza tra la scena del bacio sotto la pioggia tra Ung e Yeon-su e l’emblematica scena di “Orgoglio e pregiudizio” tra Mr. Darcy ed Elizabeth Bennet? Esatto, infatti, non è un caso che proprio uno degli episodi si intitoli “Pride and prejudice”!

Oppure ancora, avete notato il riferimento al film “No strings attached”, diventato famoso per il “You said no flowers”, e la scena del corn-dog in riva al mare?

Protagoniste indiscusse: le OST!

Ultime, ma non per importanza, vanno analizzate le OST, fiore all’occhiello di questa serie, tra i cui autori spiccano nomi non da poco come V dei BTS e la cantante BIBI, in grado di creare il perfetto sottofondo musicale alla moltitudine di scene e vicende.

So, I’ll tell you
A million tiny things that
You have never known
It all gets tangled up inside
And I’ll tell you
A million little reasons
I’m falling for your eyes
I just want to be where you are

Christmas tree – V

Avete notato come V sia sempre pronto a fare nuove OST per gli altri membri della Wooga Squad?

만약에 우리 우연히
다시 또 만난다면
만약에 내가 널 위해
조금 달라진다면

Maybe if – BIBI

If, by some chance, we meet again
If I change a little bit for your sake
Even the reason why we had to part
I would try, try, try
Would I be able to hug you?

Conclusioni

Volgendo al termine di quest’analisi, cosa possiamo dire? Senz’altro è una serie piacevole da guardare, forse un po’ troppo lunga verso la fine, probabilmente avrebbero potuto tagliare qualcosa e chiudere con 12/13 episodi invece di 16.

Due ulteriori appunti meritano di essere fatti: in primis va detto che, seppur siamo ormai abituati all’eccessivo romanticismo coreano, in questo caso la serie, nonostante sia dolce come il miele, a tratti diventa stucchevole e quasi fastidiosa; in secondo luogo, alcune informazioni sono “too much” e non aggiungono nulla alla narrazione, quindi potevano essere eliminate e rendere il tutto un filo più scorrevole.

Nel complesso è gradevole da guardare e non richiede troppo sforzo, quindi può essere anche messo come sottofondo mentre si fanno altre cose!

Avete visto questo k-drama? Che ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

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“All of us are dead”: terrore tra i banchi di scuola

Dopo il successo dello scorso anno di “Squid Game”, “All of us are dead” scala le classifiche di più di 30 stati a livello globale, pronto a conquistare il mondo uno zombie alla volta

  • Genere: apocalittico, horror, action
  • Anno: 2022
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 12
  • Cast principale: Park Ji-Hu, Yoon Chan-Young, Cho Yi-Hyun, Park Solomon
  • Voto: 8,5

Vi siete mai chiesti cosa sarebbe successo se nel bel mezzo di una qualunque lezione la vostra scuola si fosse rivelata l’epicentro di un’epidemia zombie?

Se siete facilmente impressionabili, “All of us are dead” potrebbe non fare esattamente al caso vostro: questa ultima serie coreana di Netflix lascia ben poco all’immaginazione, mostrando a 360 gradi cosa significa essere uno studente liceale alle prese con una delle più feroci epidemie zombie viste finora in televisione.

Attenzione: può contenere tracce di spoiler!

La storia

All of us are dead” è un’opera che vede il suo principio nell’uscita dell’omonimo webtoon di Joon Dong-geun nel 2009.

Tutto ha inizio sul tetto di un edificio di Seoul, in una notte tempestosa la cui pioggia però non riesce a nascondere le orribili azioni che un gruppo di studenti sta compiendo nei confronti di un loro compagno di scuola.

I bulli se la stanno prendendo per l’ennesima volta con il povero ragazzo, ma qualcosa sta cambiando: i suoi occhi sono rossi, scure vene iniziano a rigargli il viso, e lui sembra finalmente reagire, anche se non riesce comunque ad avere la meglio sui suoi assalitori.

Il padre, venuto a conoscenza del fatto, corre all’ospedale dove trova miracolosamente il ragazzo ancora in vita, ma c’è qualcosa che non va in lui e l’uomo sembra essere l’unico a non essere stupito della cosa.

Appena il ragazzo inizia a mostrare i primi sintomi di una rabbia incontenibile che lo porta a voler uccidere il suo stesso padre, l’uomo prende una Bibbia che era appoggiata su uno scaffale lì vicino e la usa come arma per uccidere il figlio. Nell’intento di sbarazzarsi del corpo, però, il cadavere continua a muoversi. Noi pensiamo di aver capito cosa sta per succedere, e voi?

Un virus tra i banchi di scuola

Il padre del ragazzo, scopriremo essere non altri che il professore di scienze Lee Byeong-chan (Kim Byung-chul, Goblin) del liceo di Hyosan, l’istituto che vedrà al suo interno l’inizio dell’irrefrenabile contagio quando una studentessa fin troppo curiosa verrà morsa sul dito da un topolino portatore di un virus che in pochi secondi ha la capacità di trasformare una persona in un “mostro mangia uomini”.

Da sinistra verso destra, Nam-ra (Cho Yi-Hyun), Lee Suhyeok (Park Solomon), Cheong-san (Chan-Young Yoon) e On-jo (Park Ji-hoo)

A scuola, On-jo (Park Ji-hoo) e Cheong-san (Chan-Young Yoon) sono amici fin da quando erano piccoli, ma come spesso accade uno dei due sembra nascondere un sentimento che va oltre la semplice amicizia. Il tutto verrà fuori alla luce del sole quando On-jo deciderà di dichiararsi per Lee Suhyeok (Park Solomon), ex bullo che ora è uno dei ragazzi più ammirati della scuola, senza sapere che lui ha però come obiettivo la bella Nam-ra (Cho Yi-Hyun), capoclasse dal carattere taciturno che le rende difficile stringere amicizie con i suoi compagni.

I protagonisti della serie non sono altro che ragazzi del liceo alle prese con le difficoltà che ogni teenager deve affrontare in quel periodo della sua vita, ma presto dovranno imparare ad accantonare qualsiasi tipo di rancore o sentimento per fare squadra e cercare di sopravvivere a una minaccia che nessuno di loro avrebbe mai immaginato di dover affrontare.

Quando i primi contagiati iniziano ad irrompere nelle classi e correre per i corridoi dell’edificio, sarà già irrimediabilmente troppo tardi: da una singola ragazza, in pochi minuti sono centinaia gli zombie che inseguono e mordono chiunque si trovi per la loro strada. E così, luoghi di ritrovo come la mensa, la biblioteca, i campi sportivi o la palestra diventano sedi di puro terrore, tra ragazzini che corrono per le loro vite e violenti zombie assetati di sangue che non accennano a diminuire in numero.

Il caos regna zombie

Fin dalla prima puntata, e in seguito agli avvenimenti di cui avete appena letto, gli zombie saranno inarrestabili e la scuola diventerà il primo campo di battaglia di questa incontenibile epidemia.

Così i giovani studenti si troveranno per la prima volta da soli davanti ad un pericolo che non lascerà loro scampo, costretti a comportarsi da adulti quando quegli stessi adulti che dicevano loro che li avrebbero aiutati nel momento del bisogno questa volta non sembrano arrivare in loro soccorso.

“Non chiederò mai più nulla agli adulti”

Perché nella scuola intanto il tempo passa e i pochi superstiti che vediamo tentare di nascondersi dai migliaia di zombie che ormai popolano l’edificio, stanno ancora aspettando nella speranza che gli adulti arrivino a salvarli. Non importa se si tratta di quei genitori che avevano promesso loro di andare a prenderli, di poliziotti o i vigili del fuoco… Ogni giorno che passa quella speranza di un mondo dove gli zombie non hanno preso il sopravvento sembra farsi sempre più lontana.

Il bullismo e la legge del più forte

“La scuola non interessa a nessuno, sennò ci avrebbero già salvati. Salvati dal bullismo.”

Azioni memorabili a parte, tra spietate orde di zombie e ingegnosi piani di fuga che saranno capaci di non annoiare mai lo spettatore davanti a 12 puntate di aule di scuola infestate, la vera sorpresa è il significato che si cela dietro l’origine e la creazione di questo virus: la serie, volutamente raccontata in modo da sottolineare e condannare più volte il bullismo che le scuole coreane (e non solo, purtroppo) continuano a nascondere, ci rende partecipi della storia del professore di scienze e ci rivela infatti, puntata dopo puntata, quale fosse il suo intento iniziale.

Ho messo gatto e topo nella stessa scatola. La maggior parte dei topi, pietrificati, tremavano di paura. Ogni tanto, però, c’era un topo che perdeva i sensi per la paura e attaccava il gatto. Io ho estratto e affinato l’ormone, l’ho fatto per tutti quei topi che tremano di paura. Credevo che trasformando la paura in rabbia, sarebbe diventato più forte.”

Questo non è un virus dall’origine sconosciuta o poco chiara, ma creato da una persona il cui scopo era salvare il figlio dalle angherie e dai torti che stava subendo, renderlo più forte in modo da non vederlo mai più succube di una violenza che non meritava: è il prodotto di un padre che ha studiato e ha trovato nel suo stesso studio la condanna dell’umanità, volendo trasformare la paura in un meccanismo di difesa in grado di rendere tutti quei soggetti più deboli finalmente capaci di contrattaccare e difendersi con le proprie forze.

Ma la legge della natura vuole che quando inizi a sfidare la natura stessa, questa ti si ritorcerà contro: un siero che doveva essere in grado di far combattere al figlio i mostri della sua vita non ha fatto altro che trasformare lui stesso nel peggiore dei mostri e, ora, la legge del più forte vede un virus letale fare sempre più vittime, lasciando ai più deboli sempre meno possibilità di sopravvivenza.

Capiranno le poche persone rimaste in vita che la più grande forza risiede solamente nell’unione e nella collaborazione di tutti? C’è speranza di salvezza oltre la scuola o il mondo è già caduto nelle mani degli zombie?

Commento finale

Un teen horror drama che regala molto più di quello che promette: 12 episodi ricchi di scene di azione davvero impressionanti, mai scontate e per nulla ripetitive. La narrazione è scorrevole, i cliffhanger a fine episodio invogliano lo spettatore a proseguire senza troppi indugi, merito anche di una fantastica interpretazione degli attori che hanno saputo mantenere alta l’attenzione fino alla fine del racconto.

Unico punto a sfavore è la poca caratterizzazione di alcuni personaggi, sarebbe stato infatti molto interessante se avessero aggiunto delle scene retrospettive laddove si è voluto invece dare spazio a storie secondarie poco accattivanti perché un po’ troppo parte di narrative già viste.

Last but not least: alcune morti sarebbero state totalmente evitabili.

Nonostante questi piccoli appunti, “All of us are dead” è un titolo assolutamente da non perdere: un mix di scene che vanno dal drammatico al comico, del tutto diverso da “Happiness“, simile sotto certi punti di vista a “Sweet Home” e talvolta memorabile quanto “Train to Busan“, “All of us are dead” riesce ancora una volta a cambiare le carte in gioco e a proporre qualcosa di nuovo che sarà sicuramente capace di appassionare chiunque gli darà una possibilità.

Otterrà secondo voi una seconda stagione? Il finale, almeno per ora, rimane aperto alla nostra interpretazione.

Il cast della serie in un poster ufficiale Netflix
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K-Drama Recensioni

“D.P.”: una complicata realtà

Nome: D.P.

Anno: 2021

Stagioni: 1

N° puntate: 6

Generi: Drammatico, Military fiction

Cast principale: Jung Hae-in ,Koo Kyo-hwan, Kim Sung-kyun ,Son Seok-koo .

Dove trovarlo: NETFLIX

Voto finale: 10

Come molti dei prodotti originali Netflix, D.P. (Deserter Pursuit) si discosta dalla maggior parte dei drama ai quali siamo abituati: scegliendo una tematica difficile e delicata, offre allo spettatore la possibilità di ascoltare storie profondamente commoventi di soldati schiacciati da un’istituzione opprimente, dal bullismo e dall’effetto che questo ha sulla salute mentale fino alle più ampie questioni sociali sul servizio militare obbligatorio in Corea.

Con coraggio Netflix denuncia un sistema di potere e di abusi che rimane nascosto all’interno dell’esercito ma che rispecchia anche molte delle strutture interne alla società coreana, aprendo un dialogo sulla necessità di importanti cambiamenti.

Durante la visione della seria potresti chiederti se questi avvenimenti sono davvero accaduti, se le storie sono state raccontate dalle più importanti testate giornalistiche… dunque D.P. è tratto da una storia vera?

No, ‘D.P.’ non è basato su una storia vera. Tuttavia, sebbene i personaggi e le loro storie specifiche abbiano una base fittizia, sembrano modellarsi su alcuni esempi di vita reale: la serie è un adattamento di ‘D.P: ‘Dog Days’, un popolare webtoon di Kim Bo-tong, che ha anche co-creato la serie insieme al regista Han Jun-hee, infatti quando Bo-tong ha creato il webtoon, si è ispirato ai suoi tempi nell’unità D.P.

Ogni persona di genere maschile della Repubblica di Corea deve svolgere fedelmente il servizio militare obbligatorio, come prescritto dalla Costituzione della Repubblica di Corea e da questo atto. Articolo 3 della legge sul servizio militare.”

Trama

Han Jun-ho, interpretato da Jung Hae-in, è un ragazzo costretto ad arruolarsi al servizio militare come tutti i giovani coreani, è calmo e distaccato con un occhio attento ai dettagli: il sergente Park Beom-Goo (Kim Sung-kyun) nota la sua tenacia e capacità di osservazione e decide di trasferirlo nel team D.P. (Deserter Pursuit), una squadra speciale il cui scopo è di arrestare i disertori e riportarli alla base.

Jun-ho verrà messo in squadra con il caporale Han Ho-yeol (interpretato da Koo Kyo-hwan) un uomo molto esuberante ma con le migliori conoscenze e competenze in campo di diserzione .

I due, durante le loro missioni, faranno presto i conti con la realtà, scoprendo che dietro la figura dei “disertori” c’era molto più di semplici uomini svogliati o pigri, infatti alcuni hanno una vera ragione per compiere questa scelta: hanno persone che vogliono proteggere, alcuni sono vittime di bullismo da parte di soldati anziani e altri vogliono disperatamente cambiare il sistema di corruzione e ingiustizia che apparentemente non è in grado di cessare nell’organizzazione.

Con il caporale Han al suo fianco, Jun-Ho scopre presto il lato oscuro dell’esercito.

Il dilemma se sia giusto disertare e, allo stesso tempo, se sia giusto riportarli indietro, costituisce il conflitto centrale della narrazione: il drama porta alla luce le varie forme di bullismo e nonnismo che, spesso, purtroppo i soldati sono costretti a subire, dall’aggressione al contraccolpo verbale; inoltre, D.P. pone l’attenzione anche sul sistema giudiziario inesistente e sui doppi standard applicati nei confronti dei disertori, da un lato, e di coloro che hanno commesso atti di bullismo e maltrattamenti vari.

Al rientro da queste operazioni di “caccia al disertore” li aspetta, però, la normale vita da caserma, alla mercé di militanti di alto grado che possono rendere la vita un inferno ai giovani commilitoni: questo è il caso del capitano Im Ji Sup (Son Seok Koo) vittima e carnefice di quegli stessi abusi che infliggeva ai suoi compagni e subiva, al tempo stesso, dai suoi superiori.

Capiamo, quindi, che la storia di Han Jun-ho è un loop inarrestabile, un perenne alternarsi di casi, persone da stanare e storie da raccontare, tutto scandito soltanto dal passare dei giorni e dall’avvicinarsi della data del congedo.

Dati e curiosità sul lato oscuro rivelato dalla serie (TRIGGER WARNING)

In Corea del Sud, disertare l’esercito disonora il soldato e le loro famiglie ed è illegale: vittime di bullismo, i soldati subiscono anche gravi danni fisici e mentali da parte dei loro superiori e questo è spesso motivo di diserzione.

Nel 2014, la CNN ha riferito che un soldato è morto per asfissia dopo essere stato forzato a nutrirsi di cibo congelato e costretto a mangiare la sua bile dai suoi ufficiali superiori.

Mentre alcuni sfuggono a queste condizioni disumanizzanti, in alcuni casi, le azioni degli ufficiali superiori, direttamente o indirettamente, finiscono per costare ad un soldato la sua vita: queste morti sono registrate come vittime non in combattimento e diventano semplici statistiche in un’istituzione militare oppressiva e, nonostante i casi siano diminuiti negli ultimi anni (se si deve credere ai rapporti), nel 2019 ben 62 persone hanno preferito il suicidio alla disumanizzazione, mentre quelli che non riescono ad adattarsi alla vita militare vengono inseriti in una “lista di controllo”.

Con i brandelli di prove a portata di mano, si può concludere che le storie oscure che popolano la serie sono abbastanza vicine alla realtà, anche se non documentano i singoli casi.

Cosa rende questo K-drama diverso dagli altri?

D.P. porta sullo schermo un livello di realismo e di crudeltà inaudito, svelando alcuni dei terrificanti segreti di un aspetto della cultura sudcoreana che non è stato visto prima in una serie televisiva.

I nostri due protagonisti si trovano a inseguire i tipi più diversi di disertori, ragazzi violenti, disperati, o confusi: l’ idea di abuso è molto profonda e infetta ogni parte di questa storia, ogni vicenda è ben scritta e mai scontata e la regia equilibrata riesce a gestire molto bene sia le scene più drammatiche e crude, che quelle più tranquille o “divertenti” arricchite da un pizzico di black humor per alleggerire la narrazione.

Primi pian claustrofobici, scene oniriche e sequenze di azione frenetiche con zuffe corpo a corpo perfettamente coreografate fanno di D.P. un drama coreano di grande qualità, sicuramente tra i migliori del 2021: in attesa della seconda stagione, tutte le storie della prima stagione di D.P. sono disponibili solo su Netflix, con soli 6 episodi, questa serie incisiva lascia sensazioni che vanno decisamente oltre i titoli di coda.

PS: assicurati di guardare la sequenza post-credit!

Se vuoi avere maggiori informazioni sul servizio militare in Corea del sud:

Tu hai già visto questa serie? Cosa ti ha colpito di più? Quali domande ti sei posto/a? Faccelo sapere lasciando un commento!

                                                                                                                                                                                    

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K-Drama Korea Recensioni

“Vagabond”: la verità dietro un disastro aereo

Cha Dal-Geon (Lee Seung-gi) e Go Hae-ri (Bae Suzy) in una scena della serie

Un cecchino in mezzo al deserto. Una donna scende da un’auto. Uno sparo nel buio.

E’ con questa sequenza di immagini che Vagabond, serie d’azione distribuita a livello mondiale da Netflix e rilasciata a partire dal 20 settembre 2019 nella stessa piattaforma, inizia la narrazione della sua storia.

Con i suoi 16 episodi, ci racconta una storia la cui trama colpisce sin dai primi 30 minuti di visione, tanto da ritrovarvi alla fine della prima puntata con talmente tante domande per la testa da non riuscire a non proseguire per capire dove si cela la verità della storia, la storia di un uomo che, per vendetta, sarà pronto a mettersi contro i più grandi poteri dello Stato.

Trama

Cha Dal-Geon e suo nipote Cha Hoon

Cha Dal-Geon (Lee Seung-gi) è un giovane stunt-man che cerca di crescere nel migliore dei modi suo nipote Cha Hoon, rimasto orfano dei genitori. 

Per tutta la sua vita tenta di offrire a Cha Hoon un’infanzia dignitosa e, presosi la responsabilità del piccolo, inizia perciò dopo vari tentativi falliti a fare lo stunt-man per varie produzioni, anche se questo presto si rivelerà essere un lavoro pericoloso e che non gli permette di passare molto tempo col nipote.

Questo creerà varie incomprensioni tra i due: da una parte Dal-geon che si sacrifica cercando di dare il massimo, dall’altra Cha Hoon che lo rimprovera dicendogli che dovrebbe essere più responsabile.

E’ così che, nel momento in cui il nipote deve prendere un aereo per il Marocco per andare in gita con la sua classe di taekwondo, i due si lasciano in malo modo, con il piccolo che raggiunge l’aeroporto senza salutare suo zio.
Quello che nessuno dei due poteva sapere però purtroppo, è che quel saluto mancato sarebbe potuto essere invece il loro ultimo addio: l’aereo sul quale era salito Cha Hoon, infatti, precipita, e così lui insieme ad altri 200 passeggeri perdono la vita.
Scoperta la notizia, la disperazione prende piede tra le famiglie delle vittime, ma quando questi partono per il Marocco per celebrare il funerale dei loro cari, è qui che Dal-geon nota qualcosa che sconvolge totalmente la loro visione del tragico incidente, che la stampa e le autorità avevano fin da subito catalogato come un disastro dovuto a un mero guasto tecnico: all’aeroporto, il protagonista va all’inseguimento di un uomo che ricorda aver già visto nell’ultimo video registrato dal nipote proprio sull’aereo in cui pochi istanti dopo avrebbe perso la vita.

Come poteva un passeggero di quel volo essere vivo e camminare come nulla fosse davanti a lui?

Questo sarà solo l’inizio della lotta disperata del nostro protagonista e di Go Hae-ri, un’agente dei servizi segreti che lo aiuterà nell’impresa, una squadra tanto forte da rovesciare i poteri di un intero Stato pur di portare a galla la verità di quanto accaduto.

Un duo perfetto in cerca di vendetta

Fin dove può spingersi un uomo colto dalla disperazione? 

Ovviamente qui si parla di una serie d’azione, ma i sentimenti che questa mostra nella caratterizzazione dei suoi personaggi sono molto forti. 

Se nella prima puntata ci viene mostrato chiaramente il percorso di Dal-geon e la tragica storia che spiega tutte le sue scelte future, il personaggio della bella e carismatica Go Hae-ri non solo ci verrà introdotto un po’ dopo, ma si farà scoprire poco a poco, puntata dopo puntata.

La ragazza, figlia di un marine deceduto in servizio, diventa un’agente della NIS (National Intelligence Service) per provvedere al sostentamento di sua madre ed i suoi fratelli, anche se il suo sogno sarebbe stato quello di diventare un semplice dipendente pubblico.

Nonostante sia la più giovane e inesperta all’interno della sua squadra, è molto sicura di sé ed è quindi alla ricerca della missione che possa conferirle un certo grado di accettazione e rispetto dai suoi compagni di team.

Quel giorno, all’aeroporto in cui atterra Dal-geon, ad attenderlo ci sarà proprio lei in quanto membro dell’ambasciata coreana incaricato ad accompagnare i parenti delle vittime durante il loro soggiorno in Marocco.

Sarà sempre lei, inoltre, ad apprendere la sconvolgente e inizialmente insensata spiegazione di Dal-geon all’incidente, lui che dopo aver rincorso il sospetto attentatore afferma che il tragico incidente nel quale è morto suo nipote è stato sicuramente, per l’appunto, un attentato. Ma progettato da chi?

Una scomoda verità

La storia che si cela dietro l’incidente aereo non è che un’intricata rete di corruzione che vede come protagoniste due delle più potenti aziende produttrici di armi militari: la Dynamic Systems e la John & Mark.

Jessica Lee (interpretata da Moon Jung-hee)

Alla presentazione di aerei da caccia che possano soddisfare i bisogni del nuovo piano militare della Corea del Sud in caso di attacchi offensivi da parte di Paesi nemici, Jessica Lee (Moon Jung-hee), presidente della John & Mark, appare alquanto infelice nel sentire che la concorrente Dynamic Systems propone dei caccia alquanto simili ad un prezzo di molto inferiore rispetto a quello proposto dalla sua compagnia.

Indovinate un po’? L’aereo che è precipitato, apparteneva proprio alla Dynamic Systems.

Tutti contro tutti

Come abbiamo già detto in precedenza, Cha Dal-Geon aveva ogni motivo per proseguire questa sua lotta contro la corruzione dei poteri forti, Go Hae-ri no.

Ma quando entra anche lei in possesso dell’ultimo video del povero Cha Hoon e capisce che questa è una vicenda ben più grande di quanto possa sembrare, decide di prendere in mano la situazione e sfruttare le sue conoscenze per aiutare Dal-geon in questa indagine contro non solo le azioni illegali di aziende potenti quanto la Dynamic Systems e la John & Mark, ma contro lo stesso Presidente della Casa Blu e il potere governante.

E se Go Hae-ri all’inizio accetta la missione per tentare la fortuna e farsi capo di un’operazione che potrebbe assicurarle una promozione all’interno della sua squadra investigativa, man mano che aiuta Dal-Geon ad avvicinarsi alla verità, non può che diventare anche per lei una questione personale, ormai sempre più partecipe nella vita dell’ex stunt-man e delle ragioni per le quali sta lottando, ma non solo; perché davanti a loro si sta aprendo un mondo di spionaggio e terrorismo che mai avrebbero pensato di scoprire, dove tutti sono contro tutti.

Un finale inaspettato

Senza rivelarvi troppo della trama (trovo infatti che le più belle emozioni legate a queste serie siano proprio quelle spontanee che derivano da un colpo di scena che non ci aspettavamo), posso solo dire che la mia reazione al finale è stata più o meno questa:

Senza parlarvene troppo, vi dirò solo che, a seguito della sua conclusione, la serie ha da subito ricevuto numerose domande riguardo un’ipotetica seconda stagione.

E le premesse ci sono davvero tutte: serie di successo dal budget elevatissimo con scene girate tra Corea e Marocco, un’opera distribuita a livello internazionale con effetti speciali da film di Hollywood e una trama mai scontata.

Agli spettatori sembrava ovvia la realizzazione di una seconda stagione, o per lo meno una conferma da parte dei suoi ideatori Jung Kyung-soon e Jang Young-chul.

Peccato che, arrivati a dicembre 2021, una conferma non sia mai arrivata.

Una seconda stagione nell’ombra

Ed è così che siamo ricaduti nel limbo di un altro drama spettacolare la cui fine ci lascia davvero con l’amaro in bocca, dopo 16 episodi ricchi di suspence e colpi di scena a non finire, uno sviluppo dei personaggi tale da stare sempre incollati allo schermo.

E poi ci si ritrova ad aspettare con la speranza che una seconda stagione sia ancora in programmazione: perché come non c’è stata una conferma non c’è nemmeno stata una smentita, giusto?

In molti credono che la colpa di questo ritardo sia da attribuire al Covid-19, ed effettivamente non sarebbe difficile da credere un continuo trascinarsi della realizzazione di una serie le cui scene sono spesso girate in Marocco.

Detto ciò, un sentito complimento va ai bravissimi attori della serie, sia ai due protagonisti che ai numerosissimi personaggi che hanno supportato e fatto da contorno alla storia, a loro e alla loro fantastica interpretazione.

Trailer della serie

E mentre aspettiamo una qualche notizia, voi cosa ne pensate? Avete già visto questa serie? Se si, cosa ne pensate del finale? Pensate che l’uscita di una seconda stagione sia ancora un’idea da considerare?

Voto finale: 9

  • Genere: action, spy, crime, mistery, thriller
  • Anno: 2019
  • Stagioni: 1
  • Episodi: 16
  • Cast principale: Lee Seung-gi, Bae Suzy, Shin Sung-rok, Lee ki-young
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K-Culture K-Drama Korea

La “Squid Game mania” e i giochi della tradizione coreana

Il successo della serie

Quante volte abbiamo sentito parlare di Squid Game in questi mesi?

Sembra quasi impossibile questa serie Netflix sia stata rilasciata soltanto lo scorso 17 settembre, eppure eccoci qui a parlare nuovamente di questo fenomeno che, a poco più di due mesi dalla sua uscita, è ormai diventato un vero e proprio trionfo globale. Era partita col raggiungere la prima posizione nelle classifiche dei contenuti più visti nei Paesi di tutto il mondo, e ora non si può far a meno che parlare di uno dei più grandi successi della tv in streaming degli ultimi anni, contando 132 milioni di spettatori nel suo primo mese d’uscita!

Ne abbiamo sentito parlare un po’ ovunque: per la prima volta, non solo i siti dedicati e gli account coreani parlavano di un “K-drama”, ma ci siamo ritrovati in pochissimo tempo a discuterne in radio, nei programmi e telegiornali nazionali, leggerne sui giornali, i social letteralmente invasi da video e contenuti ispirati alla serie coreana, da challenge di TikTok a youtuber intenti a ricreare i famigerati giochi nella vita reale.

Follia? Forse, ma Squid Game ha davvero cavalcato l’onda di un successo che nessuno avrebbe potuto immaginare, nemmeno lo stesso creatore che si è ritrovato a confermare la realizzazione di una seconda stagione che nemmeno era stata pensata, e che in quest’ultima intervista aveva già fatto notare (rivolto a tutti gli spettatori e ai fan della serie), che insieme al team di produzione la faranno “quasi come se non ci lasciaste scelta!

“C’è stata talmente tanta pressione, tanta richiesta, così tanto amore per una seconda stagione. Mi sento quasi come se non ci lasciaste scelta!”

Hwang Dong-Hyuk – creatore

Ma oltre a tutto questo meritato successo, la serie è stata anche oggetto di molte controversie: molti gli adulti (soprattutto genitori) che l’hanno ritenuta inappropriata e diseducativa dopo aver visto come anche i propri figli ne parlassero assiduamente, molte le polemiche online che hanno portato alla formazione di campagne volte alla cancellazione della serie, ovviamente con ben poche speranze di riuscita, ma dimostrazione di un malcontento forse dovuto ad una spaventosa diffusione mediatica che ha permesso a tutti (e si, anche ai più piccoli) di entrare a conoscenza e vedere con i loro occhi i violenti giochi.

I famosi “livelli” della sfida della serie, infatti, non sono altro che 6 giochi appartenenti alla tradizione coreana e che tutti i bambini del Paese (soprattutto quelli appartenenti alle vecchie generazioni) si sono ritrovati a giocare almeno una volta nella vita, tra cui alcuni come “Un, due, tre, stella” e il tiro alla fune fanno parte anche della nostra cultura.

Ed ecco che possiamo passare a scoprire uno ad uno i giochi che ci hanno accompagnato dal primo all’ultimo episodio e che rendono tanto speciale questa serie Netflix made in Corea del Sud.

I giochi di Squid Game

Ddakji (딱지)

Iranian games similar to those featured in 'Squid Game' :: KOREA.NET Mobile  Site
Gli attori Gong Yoo e Lee Jung-jae in una scena di Squid Game

Il ddakji è un gioco tradizionale coreano che si gioca con dei semplici fogli di carta. Oltre ad essere un gioco popolarissimo tra i bambini, insegna loro anche i principi e le tecniche base degli origami: per giocare infatti, bisogna piegare dei fogli di carta quadrata fino ad ottenere una tessera dalla forma ben precisa. Qui sotto trovate un video con tutti i passaggi:

Video tutorial di YouTube “How to make Ddakji”

Una volta ottenute queste tessere di carta (è raccomandabile preparare più ddakji visto che ad ogni vittoria il giocatore si appropria di quelli avversari), lo scopo del gioco è quello di capovolgere quella dello sfidante lanciando il proprio ddakji in direzione della medesima: se con un solo colpo il ddakji avversario si capovolge, allora si vince il turno.
Vincerà il gioco chi riuscirà a rubare per primo tutti i ddakji dell’opponente. 

Per quanto semplice, questo è un gioco che appassiona da anni i più piccoli in Corea e che può essere adattato a quanti giocatori si preferisce, con regole che variano a seconda delle preferenze del gruppo. Provateci anche voi!

Curiosità: sapevate che la fermata della metropolitana di Seoul dove è stata registrata la scena di Squid Game è ormai diventata meta obbligatoria per moltissimi fan della serie?

064. 신분당선 양재시민의숲역
Yangjae Citizen’s Forest Station (Gangnam-bound platform) – Squid Game filming

Un, due, tre, stella!

Red Light, Green Light / Squid Game Doll | Know Your Meme
La famosa bambola-robot in una scena di Squid Game

Anche chi Squid Game non l’ha proprio visto, saprà di certo che la scena più famosa della serie e contenuta nello stesso trailer è quella del primo gioco, il sanguinario “Un, due, tre, stella!” giocato davanti alla bambola robot la cui voce ormai è inconfondibile. Ma il gioco è proprio uguale alla nostra versione italiana?

Risposta affermativa: le regole sono esattamente le stesse. Viene scelto un giocatore il cui scopo è stare girato con gli occhi chiusi e pronunciare la frase “Un, due, tre, stella!” mentre gli altri devono cercare di avanzare e raggiungerlo senza farsi vedere mentre si stanno muovendo.

L’unica cosa che cambia qui è.. proprio la frase! Infatti la famosissima filastrocca canticchiata dalla bambola non è la traduzione letterale di “Un, due, tre, stella!”, ma bensì significa “Il fiore di ibisco è sbocciato”.

“무궁화 꽃이 피었습니다” (mugunghwa kkochi piotsseumnida)

“Il fiore di ibisco è sbocciato”

A quanto sembra, non ha un significato preciso vista la sua origine incerta, sappiate solo che l’ibisco viene considerato da molti il fiore simbolo della Corea del Sud.

Ma, pensandoci, anche il nostro motto italiano ha delle origini discutibili: anche se ad oggi è di utilizzo comune dire “Un, due, tre, stella!”, sembra che questa frase derivi da quello che una volta era “Un, due, tre, ste’là!”, frase del dialetto piemontese che significherebbe “Un, due, tre, stai là!”! Avrebbe più senso non credete?

La verità è che sebbene il gioco sia praticato in quasi tutto il mondo, ogni Paese ha la sua versione della famosa frase: un’altra ancora è quella dell’inglese “Red light, Green light” (semaforo rosso, semaforo verde).

Curiosità: la bambola di metallo dall’aspetto innocente (ma anche inquietante) che è posta di fronte ai 456 giocatori si rifà ad uno dei personaggi più conosciuti della letteratura per bambini della Corea del Sud, Younghee, il personaggio principale di una serie di libri di testo diffusi negli anni ’70 e ’80 in tutto il Paese.

Copertina di un libro di testo sud coreano con Younghee e il suo amico Chulsoo

Dalgona (달고나) o ppopgi (뽑기)

Quello della seconda prova è il Dalgona (la parola significa letteralmente “dolce”), un dolcetto la cui semplicissima ricetta prevede come unici ingredienti lo zucchero e il bicarbonato: fate sciogliere 2 cucchiai di zucchero in un pentolino, aggiungeteci un pizzico di bicarbonato una volta che vedete il composto diventare dorato ed il gioco è fatto! Colate il composto su carta da forno e imprimeteci una formina a vostra scelta. 

Video YouTube che mostra il processo di realizzazione del Dalgona

Una volta lasciato raffreddare, lo scopo del gioco è proprio quello di riuscire a intagliare con l’aiuto di un ago la forma disegnata senza romperla! Sembra facile vero?
Invece provate per credere, non è affatto semplice! Il composto si rompe davvero facilmente ed è un attimo ritrovarsi in mano pezzi di un Dalgona completamente rotto! Veloce da preparare, fin dagli anni ‘60 il Dalgona (originario della città di Busan) è stato un famosissimo passatempo dei bambini coreani che, usciti da scuola, trovavano per strada signori intenti a prepararli e venderglieli per giocare con gli amici: se il bambino riusciva a rimuovere la forma senza romperla, aveva diritto a un altro Dalgona gratis o a non pagare quello che aveva preso!

Tiro alla fune (줄다리기)

Interpretation of "Squid Game": If the tug-of-war is lost, how can the old  man keep himself alive? - MINNEWS

Un po’ come il gioco dell’ “Un, due, tre, stella!”, il terzo gioco di Squid Game, ovvero il gioco del tiro alla fune, non differisce in alcun modo da quello che siamo abituati a giocare noi in Italia.  

Le regole sono identiche così come la stessa competizione: due squadre composte dallo stesso numero di giocatori si posizionano agli estremi di una fune e tirano finché uno dei due team non riesce a far cadere l’altro, o a tirare tanto da fargli raggiungere e superare la metà della corda. 

Tradizionalmente, in Corea vedeva impiegate corde molto grandi, così da coinvolgere interi villaggi di persone, ed era un modo per promuovere l’unità e la solidarietà della comunità.

Una prova che vede la forza il vero elemento chiave per vincere la sfida ma, se pensavate fosse l’unico, nella serie vediamo come Oh Il-Nam (l’anziano signore che un po’ tutti abbiamo amato) avesse consigliato al suo team una strategia che non tutti conoscono: posizionarsi alternativamente a sinistra e a destra della corda, con le gambe divaricate e inclinati all’indietro con il corpo. Che sia davvero un trucco vincente?

Il gioco delle biglie

The world of 'Squid Game': an architecture of oppression, excess, desire,  and savagery

Il quarto gioco è stato indiscutibilmente luogo di alcune delle scene più strazianti della serie. Ma in cosa consisteva? Ad ogni giocatore è stato consegnato un sacchetto contenente 10 biglie e i partecipanti, divisi in coppie, dovevano scegliere autonomamente un gioco da svolgere con le biglie il cui perdente tra i due sarebbe poi, inevitabilmente, stato ucciso. 

Sono stati molti i giochi che abbiamo visto fare con le biglie, ma sono due quelli che sono stati principalmente i protagonisti del tempo libero dei bambini coreani negli anni ‘70: quello del bomdeulgi (봄들기) e del holjjang (홀짱). Il primo consiste nel lanciare a turno le biglie all’interno di un buco nel terreno e il giocatore che ha più biglie all’interno o vicino al buco vince; mentre il secondo consiste nello scommettere, sempre a turno, le biglie giocando a pari e dispari: gli avversari si giocano un determinato numero di biglie che vince chi riesce a indovinare se il numero che l’opponente tiene in mano è pari o dispari. Il primo che riesce a rubare tutte le biglie, vince.

Il ponte di vetro

The Squid Game: glass bridge was real and caused terror - LatinoMag

Personalmente, questo è stato il mio gioco preferito. Nella serie, vediamo i 16 poveri partecipanti intenti a dover superare un lungo ponte formato da due file di pannelli di vetro, la metà dei quali sotto il loro peso si romperà e li farà cadere nel vuoto. Per raggiungere la fine del percorso, dovranno uno ad uno tentare l’impossibile, ovvero indovinare quale tra il pannello sinistro e quello destro sia quello che li farà proseguire.

Chiaramente questo tra tutti è il gioco meno verosimile, non paragonabile di certo a un vero gioco per l’infanzia. Tuttavia, la sua origine è da attribuirsi al cosiddetto “Fiume di Pietre”, un gioco che vede i bambini tagliare dei fogli di carta e piazzarli a terra cercando di saltare dall’uno all’altro seguendo un percorso definito in precedenza. Chi sbaglia un passo, viene eliminato.

Il gioco del calamaro

Come si vince il "gioco del calamaro" che ha ispirato la serie cult Squid  Game - la Repubblica

Ecco che siamo arrivati all’ultima sfida, il finale di tutti i giochi e quello da cui la serie prende nome: il gioco del calamaro!

Il gioco del calamaro, quello che più ci è sconosciuto, è un altro gioco tradizionale coreano che i bambini erano soliti giocare molti anni fa.

Il gioco ci viene descritto fin da subito come una sfida molto fisica, quasi violenta: i partecipanti sono divisi tra attacco e difesa. All’inizio del gioco, la difesa può correre liberamente all’interno della figura disegnata a terra (che ricorda, per l’appunto, la sagoma di un calamaro) mentre l’attacco, costretto a muoversi all’esterno, può muoversi su una sola gamba. La difesa perderà il vantaggio una volta che la squadra d’attacco riuscirà ad entrare e a farsi strada oltre la metà del calamaro. 

Una volta che l’attacco avrà varcato la soglia, sarà compito della difesa non lasciar arrivare la squadra avversaria alla testa del calamaro, altrimenti avrà perso.

Gli altri giochi della tradizione

Gonggi (공기)

Korean Game: How To Play Gonggi 공기놀이 하는법 - YouTube

Il Gonggi è un gioco molto semplice con cui i bambini coreani si divertivano sin dai tempi dei regni di Corea e consiste nel riuscire a lanciare con la mano un certo numero di pietre e prenderle subito dopo non facendone cadere neanche una.

Un tempo veniva giocato con dei sassi di dimensioni simili, oggi invece vengono venduti dei tappi in plastica realizzati appositamente per il gioco. L’obiettivo è quello di raggiungere un certo numero di “anni”, o punti, che i giocatori decidono tra loro prima dell’inizio del gioco.

Tuho (투호)

Korea.net honorary reporters officially begin their duties : Korea.net :  The official website of the Republic of Korea

Il gioco del Tuho è un gioco che nacque in Cina e si diffuse solo successivamente in Corea ed in Giappone: i giocatori sono divisi in due squadre e devono lanciare, a circa dieci passi di distanza dall’obiettivo, delle frecce all’interno di un contenitore di legno formato da tre fori diversi, ognuno dei quali dà un determinato punteggio al giocatore. A seconda dei punteggi raggiunti, venivano date bevande alcoliche ai vincitori.

Jegichagi (제기차기)

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Il Jegichagi (제기차기) è un gioco di palleggi in cui viene calciato il jegi (제기), un oggetto simile a un volano che non deve mai toccare terra. Si può giocare sia in coppia (chi fa più calci consecutivi vince) sia in gruppo, dove i giocatori si dispongono in cerchio ed il jegi viene passato di persona in persona. Il primo che lo lascia cadere perde, e così via fino a quando non rimane una persona sola.

Quali di questi pensate che potrebbero aggiungere all’interno della seconda stagione?

Ovviamente la trama è tutta da scoprire visto che la serie è solo all’inizio del suo processo di pianificazione ma, nel caso in cui il nostro Gi-Hun dovesse tornare a giocare nuovamente ai famigerati giochi, o dovesse entrare a far parte addirittura di chi muove i meccanismi del gioco e quindi trovarsi dall’altra parte della medaglia, secondo voi quali di questi altri giochi coreani potrebbero essere parte della stagione in uscita? 

E quali, invece, avrebbero giocato i nostri protagonisti se avessimo dovuto scegliere tra giochi italiani?

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K-Drama

Momento no? Comfort drama!

Capita a tutti di sentirsi giù di morale, di avere quei momenti in cui non si ha voglia di fare nulla se non guardare qualche film o serie che possa rimediare a questa sensazione ed è in serate come queste che vengono in nostro soccorso quei k-drama in grado di coccolarci e avvolgerci con il loro calore.

Mondocoreano ha preparato una lista di 6 k-drama che rientrano perfettamente in questa categoria.

Pronti? Iniziamo!

  1. WHAT’S WRONG WITH SECRETARY KIM

Cosa troverete in questo k-drama? Romanticismo e tante risate!

What’s Wrong With Secretary Kim (김비서가 왜 그럴까) è un k-drama diretto da Park Joon Hwa, andato in onda nel 2018, ed è tratto dall’omonimo romanzo di Jung Hyung Youn che ha ispirato anche un webtoon pubblicato nel 2016: la serie è attualmente disponibile sub ita sulla piattaforma streaming VIKI .

Lee Young Joon (Park Seo-Joon) è il vicepresidente dell’azienda di famiglia Yoomyung Group, è un bell’uomo, carismatico, intelligente ma oltremisura narcisista infatti è consapevole delle sue qualità e dell’effetto che fa alle persone, tuttavia ha non poche difficoltà a relazionarsi con gli altri: al suo fianco, da ben nove anni, vi è la fedelissima segretaria Kim Mi So (Park Min Young) che, a causa del suo lavoro, ha finito per rinunciare ad avere tempo da dedicare a se stessa e a vivere la sua vita, finché un giorno decide di licenziarsi.

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Dobbiamo veramente stare qui a ricordarvi il nostro amore per Park Seo-joon? E vogliamo parlare della bellezza di Park Min Young?

Elemento interessante che farà da filo conduttore nel drama è un evento del passato che ha segnato la vita dei due protagonisti, inserendo in questo calderone anche storie di personaggi secondari, come quello del fratello di Young Joon, lo scrittore Lee Sung Yeon (Lee Tao Hwan) fondamentale per ricostruire nella narrazione gli eventi passati e dare una spinta dinamica al rapporto dei due protagonisti principali.        

L’attrazione tra i due protagonisti viene rappresentata in maniera molto passionale, al contrario di altre produzioni, non escludendo scene molto romantiche: un esempio ne sono i baci tra i protagonisti che sono baci veri e propri, al contrario di altri drama in cui sono accennati o appena evocati con trucchi della fotografia o stop action.

Durante la visione del drama capiamo un aspetto fondamentale della cultura coreana: l’importanza del lavoro e di quanti sacrifici possa fare una persona per poter affermarsi e dare una stabilità alla propria famiglia. Ma fino a che punto si spingono? Sono disposti a rinunciare a tutto?

In definitiva, perché vederlo? Se alla sola presenza del fantastico Park Seo-Joon non vi abbiamo convinti, sappiate che questo è uno dei k-cult che almeno una volta bisogna vedere, quindi perché non approfittare di un momento di tristezza per riempirlo di risate e dolcezza?

2. ROMANCE IS A BONUS BOOK

Cosa imparerete da questo k-drama? La FRIENDZONE si può combattere!

Se siete amanti dei libri e delle storie d’amore, questo è il drama che fa per voi! Romance is a bonus book è una commedia romantica coinvolgente che trovate su NETFLIX, dai toni leggeri ma dai messaggi profondi.

Protagonisti del drama sono Cha Eun-ho (Lee Jong-suk), un giovane scrittore e insegnante, caporedattore di una casa editrice di successo, e Kang Dan-i (Lee Na-young), un’esperta di marketing che fatica a trovare un impiego, dopo essere rimasta fuori dai giochi per crescere la figlia: i due erano molto amici, tuttavia dopo il matrimonio di Dan-i il loro rapporto cambierà ma il destino avrà altri piani per i nostri personaggi.

Dan-i è una donna che, a prima vista, potrebbe sembrare la classica principessa da salvare, tuttavia, è poco propensa a ricoprire questo ruolo: lei vuole salvarsi da sola, perché sa che solo così si sentirà davvero felice e appagata.

Molto interessanti sono anche le storie dei personaggi secondari, come i second-lead, cioè Ji Seo-joon (Wi Ha-joon), grafico apprezzato e richiesto da molte case editrici, interessato a Dan-i, e Song Hae-Rin (Jung Yoo-jin), editor principale per lo sviluppo di vari contenuti all’interno della casa editrice, interessata da tempo al suo sunbae Eun-ho.

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Non vi abbiamo convinti neanche dopo aver visto i nostri “fantastici 4”?

Il messaggio che il drama vuole dare è espresso attraverso le parole dello scrittore Kang, il quale afferma che “una singola persona, come un libro, non cambierà il mondo, ma può essere capace di consolare gli altri e scaldare loro il cuore.

3. RUN ON

Cosa aspettarsi da questo k-drama? Un crescente di colpi di scena, unito ad un’insolita chimica tra due protagonisti atipici!

Run On, drama disponibile su NETFLIX, racconta la storia di Ki Seong Myon (Yim Si-wan), campione della squadra nazionale di atletica leggera, e di Oh Mi-Joo (Shin Se-kyung), traduttrice freelance, che si trovano a intrecciare le loro vite fino ad allora vissute come due rette parallele, impossibili a incontrarsi: come la corsa, anche il drama parte con uno sprint capace di tenere incollati allo schermo!

In questo drama vengono affrontati temi importantissimi quali la comunicazione e la disparità di genere nel mondo del lavoro e il tema principale è la comunicazione, infatti la serie viene definita come «un dramma romantico sull’intreccio di persone che hanno difficoltà a comunicare, anche se parlano la stessa lingua».

Oh Mi Joo e Ki Sun Gyeom si incontrano per caso e la ragazza avverte da subito una forte sensazione e l’incontro, infatti, per Oh Mi Joo, diventa un segno del destino e anche per Ki Sun Gyeom conoscere la ragazza sarà un evento che cambierà il suo modo di vedere le cose e lo porterà a imparare a osservare con attenzione tutto ciò che ha ignorato quando correva.

In questo drama la protagonista femminile emerge tanto, quasi da sovrastare  la personalità del protagonista maschile, invertendo più o meno i ruoli e lasciando che sia lui ad aggrapparsi a lei in un drama che possiamo definire “di crescita“.

La seconda coppia di protagonisti dà un equilibro alla serie, senza il quale il drama non sarebbe risultato lo stesso, rischiando anche (talvolta) di sfociare nella noia: Seo Dan-ah (Choi Soo-young) è la CEO di un’agenzia e, di fatto, è l’unica erede del gruppo Seomyeong ma, in quanto donna, viene esclusa dalla società e dovrà lottare con forza per riconquistare ciò che è suo per diritto di nascita e proprio attraverso il personaggio di Seo Dan-ah viene tratteggiato anche il tema della fatica che le donne fanno per affermarsi nel mondo del lavoro, invece Lee Yeong-hwa (Kang Tae Oh) è uno studente d’arte e appassionato di cinema, un tipo molto brillante e, naturalmente, anche tra questi personaggi scatterà qualcosa.

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In questo k-drama c’è l’imbarazzo della scelta: ci si innamora di più dei protagonisti maschili o delle protagoniste?

Run On ha un tipo di romanticismo a combustione lenta ma comunque molto appassionante.

4. START-UP

Parole chiave? Crescita, cooperazione, amore.

Start-up, disponibile su NETFLIX, si concentra soprattutto sull’importanza che le nuove tecnologie hanno per l’economia della Corea del Sud e ci trasporta in un k-drama sognante che dipinge un mondo capace di raccontare la storia di giovani alla ricerca di se stessi e di un lavoro.

Di cosa parla? Ambientato nella fittizia Silicon Valley della Corea del Sud, chiamata Sandbox, Start-Up racconta la crescita di piccoli imprenditori nel mondo delle startup: Seo Dal-mi (Bae Suzy) è una giovane donna brillante e ambiziosa, una ragazza che ha dovuto affrontare molte difficoltà e il suo personaggio rispecchia la classica Cenerentola che subisce ogni genere di sopruso, perché povera e per nulla raccomandata, a differenza della sorella In-jae (Kang Han-na), adottata da un ricco e potente uomo d’affari.

Idealista e onesta la prima, opportunista e “scorretta” la seconda, entrambe cercano di imporsi nel mondo del business che, specialmente in Corea, è ad appannaggio maschile, infatti Dal-mi sogna di riscattare la memoria del padre, genio delle start-up caduto nel dimenticatoio dopo la sua morte, e diventare la “prima Steve Jobs donna” del suo Paese, sfidando un sistema sciovinista fondato sulla figura del chaebol, ovvero l’erede maschio di un impero aziendale a conduzione familiare, troppo abusato nei drama.

Nam Do-san (Nam Joo-hyuk) è, invece, il fondatore delle Samsan Tech e si rifà allo stereotipo del genio timido ed insicuro: promettente stella della matematica e orgoglio della sua famiglia, ha mollato tutto per dedicarsi a un programma in grado di riconoscere cosa contiene un’immagine grazie all’AI (Intelligenza Artificiale) e, poiché la sua attività non riesce a sfondare, è considerato un “outcast” dalla società locale.

Per una serie di fraintendimenti, Dal-mi crede che il suo amico di penna di quando era piccola, del quale è da tempo innamorata, sia proprio Nam Do-san e Han Ji‑pyeong (Kim Seon Ho), investitore e genio delle start up, è pronto a fare di tutto per portare avanti questa finzione a causa di un “debito” morale da saldare nei confronti della nonna di Dal-Mi.

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Start-Up mostra come tutti abbiano bisogno di una mano nel viaggio verso il successo, infatti Sandbox, incubatore di piccole imprese, vuole aiutare le startup nella loro crescita, selezionando le più promettenti, e mettendo a disposizione i massimi esperti nel settore, per permettere loro di provare cose nuove e anche di fallire senza gravi conseguenze, un po’come cadere sulla sabbia, dove puoi alzarti illeso e pronto a riprovare.

Il drama è consigliato a chi ama le commedie romantiche e cerca una “fiaba moderna”.

5. HOMETOWN CHA-CHA-CHA

Una stimata e rispettata dentista, Yoon Hye Jin (Shin Min-a), perde improvvisamente il proprio lavoro a Seoul e si trova a dover affrontare un nuovo inizio: una serie di eventi fortuiti la porteranno ad aprire una clinica tutta sua a Gongjin, una piccola cittadina sul mare dove ha trascorso momenti indimenticabili della sua infanzia e dove la vita è totalmente diversa dalla frenetica Seoul, infatti qui la piccola comunità vive come un’unica vera e propria famiglia.

Personalità di spicco del paese è Hong Du Sik (Kim Seon Ho), un uomo intelligente e dai numerosissimi talenti, che vive di mille espedienti portando aiuto a chiunque ne abbia bisogno nella cittadina: Yoon Hye Jin sarà costretta ad adattarsi bruscamente a una vita completamente diversa da quella che ha vissuto fino a quel momento, trovandosi anche ad affrontare la curiosità e le interferenze dei suoi nuovi compaesani, ma imparando ad apprezzare il bello delle piccole cose e di una comunità impicciona ma calorosa.

La coppia di protagonisti è senza dubbio il maggiore punto di forza di questo drama: Kim Seon Ho si guadagna finalmente un ruolo da protagonista dopo aver raggiunto una fama incredibile grazie al suo ruolo in Start Up e il suo personaggio cresce con costanza all’interno del drama.

Se potessimo scegliere un nome per questa coppia quale sarebbe? Beh, sicuramente #teamfossette!

I due protagonisti vengono affiancati da un cast ampio e variegato e, come al solito, è facile innamorarsi (anche) del second-lead Ji-Seong hyun (Lee Sang Yi), amico dai tempi dell’università di Hye Jin, diventato un famosissimo regista di varietà che deciderà di girare uno show proprio a Gongjin.

Hometown Cha Cha Cha porta sullo schermo una storia semplice e piena di leggerezza che vi scalderà il cuore, riuscirete facilmente ad affezionarvi a tutti i personaggi della serie, anche quelli più anziani come ad esempio al personaggio ben caratterizzato di Kim Young-ok.

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6. YUMI’s CELLS

Cosa troverete in questo k-drama? Amore, comicità e animazione.

Yumi’s cells, disponibile su Viki, è una commedia romantica e avvincente che ha dato una nuova svolta a situazioni comuni viste spesso in altre serie dello stesso genere.

Il drama è basato sull’omonimo webtoon, scritto da Lee Dong-gun, e la sua particolarità e ben riuscita stanno sicuramente nel suo cast a dir poco eccezionale e nella presenza dell’animazione 3D alternata bene con la live-action, che mantiene sempre viva la narrazione e aggiungendo quel tocco super divertente che vi farà morire dalle risate.

Ma di cosa parla? Viene raccontata la storia di una normale impiegata, Kim Yumi (Kim Go-eun) con particolare attenzione alle sue avventure amorose.

La trama scivola serenamente tra il mondo ordinario di Yumi e la vita nel mondo animato delle sue cellule, infatti il suo cervello ospita un villaggio di cellule (un po’ come nel film Disney Inside Out), che diventano le vere e proprie protagoniste del drama, soprattutto grazie alla comicità delle cellule xxx e della cellula della fame.

Dall’ultima volta in cui Yumi è uscita con un ragazzo sono ormai passati tre anni e, a causa di un’improvvisa rottura, ha deciso che non si sarebbe più innamorata e, di fatti, la sua cellula dell’amore è caduta in coma in seguito allo shock della relazione fallita: di recente, però, un suo collega Choi Woogie (Minho, degli Shinee) ha attirato la sua attenzione e la cellula dell’amore pian piano ha iniziato a risvegliarsi ma la sua eccitazione è destinata a svanire e finisce nel momento in cui scopre il segreto di Woogie.

Tuttavia, prima che possa affrontare quest’ulteriore delusione, Woogie le propone un appuntamento al buio con un suo amico intimo e Yumi, nonostante non sia molto propensa a prendere in considerazione tale proposta, alla fine decide di parteciparvi.

Malgrado un inizio imbarazzante e una prima impressione negativa, al loro primo appuntamento Kim Yumi e Goo Woong (Ahn Bo-hyun) vanno straordinariamente d’accordo: nonostante Woong non abbia alcun senso della moda o dell’umorismo e non parli spesso, è un ragazzo molto schietto, affascinante, gentile e premuroso ma che, soprattutto, conosce tutti i ristoranti migliori della zona (un punto a favore per Yumi e la sua cellula della fame).

Il cancello del cuore di Yumi, che era stato chiuso per tanto tempo dopo la rottura con Ji U-gi (Lee Sang-yi), si apre all’amore nei confronti del nostro protagonista maschile: seppur con qualche battibecco, in particolare ogni volta che la collega di Woong, Sae-yi (Park Ji-hyun) entra in scena, la loro relazione è  “liscia come il burro” ma il diavolo è nei dettagli e, quando la coppia si avvicina rapidamente al punto di crisi, ci rendiamo conto che questi problemi sono sempre esistiti.

Un altro personaggio che fa la sua comparsa nel corso del drama è il collega di Yumi, Yoo Ba-bi/Bobby (Park Jin-young dei GOT7), premuroso e gentile nei confronti della protagonista: ma quale sarà il suo ruolo? Woong riuscirà finalmente a intascare il suo orgoglio oppure entrerà in scena qualcos’altro?

Per la risposta a queste e altre domande, dovremo aspettare il prossimo anno, quando tornerà questo dramma affascinante e di disarmante efficacia.

Qual è il vostro comfort drama del cuore? Avete già visto alcuni di questi k-drama o aggiungerete tutto alla lista di quelli da guardare? Fatecelo sapere nei commenti!

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

                                                                                                                                                                                                                        

                                                                                                                                                                                                       

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K-Drama

“Tune in for love”: finché destino non ci separi

Quante volte ci è capitato di dire, magari parlando con degli amici, che quella persona era “la persona giusta al momento sbagliato“? E quante volte ci siamo svegliati nel bel mezzo della notte e ci siamo chiesti come sarebbe andata se le cose avessero preso un’altra piega, se avessimo risposto in un altro modo, se avessimo preso una scelta diversa?

Tutte queste domande, tutti quegli interrogativi che, almeno una volta, ci hanno fatto perdere il sonno e la pazienza e ci hanno garantito solo tante arrabbiature e rimproveri da parte dei nostri amici più cari, stanchi delle nostre lamentele, li troviamo racchiusi in una pellicola da 2 ore e 2 minuti. Di che film parliamo?

Niente poco di meno che “Tune in for love“, k-movie romantico/drammatico del 2019 frutto dell’estro creativo di Jung Ji-woo, regista coreano, disponibile sulla piattaforma Netflix.

Di che tratta il film?

Non è la classica storia d’amore, è più travagliata del previsto (niente al quale la visione di tanti k-drama non ci abbia preparato) e, forse, proprio per questo, è ancor più particolare perché la rende estremamente reale e realistica, lasciando che gli utenti siano veri e propri spettatori degli struggimenti d’amore dei due protagonisti: ambientata negli anni ’90, nel bel mezzo della crisi finanziaria asiatica del 1997, narra le vicende di Mi-soo (Kim Go-eun) e Hyun-woo (Jung Hae-in), due giovani ragazzi le cui strade si incroceranno all’improvviso, “come un miracolo“, e da quel momento non smetteranno d’intrecciarsi, di allontanarsi, ritrovarsi e pensare di perdersi per sempre.

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Hyun-woo (Jung Hae-in) e Mi-soo (Kim Go-eun)

Galeotto l’annuncio di un nuovo presentatore radio, Mi-soo e Hyun-woo inizieranno così la loro stramba storia, fatta di occasioni perse, di mani ritrovate nel buio della notte, di telefonate mancate e di spiegazioni troppo complesse da dare: per il pubblico, così come per i nostri giovani, sarà una montagna russa di emozioni, con momenti estremamente sentimentali e altri nei quali la fiducia nell’amore e nel destino vacillerà tremendamente.

Nota dell’autrice: se il vostro cuore si scioglie come burro fuso (“smooth like butter” chi?) alla sola vista di video di gattini e cagnolini che dormono in posizioni carine, preparate un-… due pacchi di fazzoletti.

Sarà un massacro per le vostre emozioni.

Esattamente, andrà così: siete stati avvertiti!

Tornando al nostro film, come tutte le favole che si rispettino, abbiamo anche altri personaggi che bazzicano nella scena, a partire dalla “zia” di Mi-soo, Eun-ja, con la quale gestisce una piccola panetteria di quartiere e che svolgerà il ruolo di aiutante nella turbolenta storia d’amore che farà sempre in modo di non far perdere d’animo i due protagonisti: altri personaggi molto interessanti sono Jong-woo, il capo di Mi-soo, che rivestirà il ruolo dell’antagonista o, se vogliamo chiamarlo con termini a noi più noti, “second-lead“, oppure gli stessi amici di Hyun-woo che fungeranno da spettro del passato, interferendo di tanto in tanto con il placido scorrere dell’affetto tra i due giovani.

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Eun-ja, Mi-soo e Hyun-woo

Questo film ci pone un quesito fondamentale: l’amore può davvero superare qualunque difficoltà?

La risposta spontanea, entro i limiti del masochismo, è e sarà sempre sì, ma questo film metterà alla prova anche la nostra pazienza e, alla fine, porterà l’audience tutta a chiedersi se e cosa avrebbero fatto nei panni dei due protagonisti: avrebbero atteso? Sarebbero andati avanti?

Ma, soprattutto, “l’amor che move il sole e l’altre stelle“, quell’amore dantesco tanto bramato, esiste veramente? Ed è sufficiente per poter affrontare qualunque intemperia?

Perché quello di cui parliamo in questo caso, e quello che ci vuole mostrare il regista, è proprio questo, cioè quelle situazioni nelle quali, nonostante l’amore ci sia, sia lì, presente e vivo, la vita ci metta davanti a tante di quelle difficoltà per le quali, alla fine, la cosa meno dolorosa sarà mollare la presa e andare avanti, consapevoli del fatto che sarà difficile ripartire da zero.

Questo ce lo fa capire molto bene una scena in particolare: siamo verso la fine del film e la storia sembra andare avanti con il suo classico “prendi e lascia” costante al quale lo spettatore si è ormai abituato (e che talvolta potrebbe anche risultare un po’ noioso), quando all’improvviso abbiamo un rocambolesco cambio di scena e di ritmo della pellicola, che obbligherà tutti a rimanere con il fiato sospeso, attendendo le sorti dei nostri amati e amanti.

Questione molto interessante è, inoltre, l’aspetto della “fisicità“, infatti in tutto il film non sono pochi i momenti in cui i protagonisti si scambiano gesti d’affetto e abbiamo anche l’abbozzo di una scena di sesso: che finalmente i coreani si stiano lasciando andare e stiano sciogliendo tanti tabù legati al sesso che per anni li hanno ingabbiati nel nome di una morale e di un’etica che non combaciano più con il mondo attuale?

Complessivamente, per tirare le somme di questa – speriamo – interessante analisi, è un film molto valido, coinvolgente e che lascia qualche interrogativo sul quale riflettere: non ci sono particolari limiti d’età, le tematiche trattate vanno bene per un pubblico misto, anche se sicuramente potrà essere maggiormente apprezzato da chi si trova già ad aver passato almeno la metà della propria adolescenza, non tanto per la complessità degli argomenti ma proprio perché presuppone l’aver già vissuto certe sensazioni che, altrimenti, sarebbero difficili da figurare.

Che voi possiate sempre trovare, almeno una volta nella vita, qualcuno per cui valga la pena attendere e lottare, consapevoli del fatto che anche l’altro farà altrettanto per voi.

다시 보고 싶은그사람.

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K-Drama

“My name”: l’inizio di una nuova era?

Che stia cambiando qualcosa nell’approccio cinematografico e nelle scelte di regia e sceneggiatura del blocco coreano è ormai palese da molto tempo, infatti negli ultimi anni non sono state poche le novità che hanno stravolto gli schermi coreani e “My name”, serie prodotta da Netflix, i cui primi tre episodi sono stati trasmessi in anteprima al BIFF (Busan International Film Festival), uscita ufficialmente nella piattaforma il 15 ottobre rientra sicuramente in questa categoria.

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Il cast principale di “My name” con il direttore Kim Jin-min al 26th BIFF

Ci troviamo nuovamente davanti ad una serie thriller/noir che ha come tema di fondo la vendetta e la voglia di rivalsa da parte di una giovane donna, Yoon Jiwoo, che dopo aver assistito alla morte violenta del padre, inizia un percorso alla ricerca di risposte a infiniti quesiti che la porteranno ad esplorare tanto le fazioni del bene quanto quelle del male, creando un forte conflitto all’interno del suo stesso animo.

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Yoon Jiwoo interpretata da Han So-hee

La serie ruota tutta intorno alla psiche e alle (dis)avventure della protagonista che, certa di alcune verità, si affilierà ad una potentissima organizzazione criminale, sotto lo stretto controllo del gangster Choi Mu-jin, per rivendicare la morte del padre ai danni di un membro del corpo di polizia, presunto responsabile e pianificatore dell’omicidio del padre: ma non è tutto oro quel che luccica e all’improvviso Jiwoo si renderà conto di aver sempre visto il mondo soltanto accecata dalla rabbia, ignorando alcuni evidenti tranelli.

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Choi Mu-jin interpretato da Park Hee-soon

Per proseguire nelle sue indagini e nella sua ricerca, Jiwoo cambierà identità, presentandosi sotto lo pseudonimo di Oh Hye-jin, e inizierà la sua scalata all’interno dei ranghi della polizia, passando dal reparto “crimini violenti” a quello della “narcotici”, dove incontrerà il suo collega e, come in tutte le storie enemies-to-lovers, fiamma Jeon Pil-do, un detective con il quale avrà un brusco inizio e un rapporto altalenante.

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Jeon Pil-do interpretato da Ahn Bo-hyun

Allenata a combattere fino allo sfinimento e con qualsiasi tipologia di arma, non sarà difficile per Jiwoo infiltrarsi per bene tra le schiere della polizia ma la sua strategia inizierà a vacillare così come le sue certezze, una volta capisaldi della sua sete di vendetta, prenderanno la via del declino, crollando una per volta e portandola ad aprire gli occhi: ben presto i sospetti sul suo conto spingeranno Pil-do e il capo della Narcotici, Cha Gi-Ho, a metterla alle strette.

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La serie è ben strutturata, conta soltanto 8 episodi ma sono sufficienti per costringere lo spettatore a rimanere incollato allo schermo e a terminare l’intera visione in un unico pomeriggio, il ritmo è veloce e le scene violente sono molto autentiche, sintomo della grande attenzione e talento degli sceneggiatori ma anche degli stessi attori.

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Han So-Hee l’avevamo già vista nei cast Netflix e sugli schermi di molti nel drama di recente uscita “Nevertheless”, serie tv più adatta ad un pubblico più giovane e sicuramente meno impegnata e impegnativa come visione, sia per tematiche trattate che per tipologia di recitazione, e nonostante il grande successo della serie, è sorto il dubbio che il grande talento dell’attrice non si fosse rivelato soltanto una falsa verità, un enfant-prodige che navigava comodamente nella mediocrità ma questa serie ha sgomberato ogni sorta di perplessità, mostrando come il genere giusto può fare veramente la differenza.

Vedere come sia stata capace di modificare, non soltanto il suo fisico, ma anche e soprattutto la sua stessa mente alla psicologia del personaggio e aderire perfettamente nelle sue vesti, diventando un tutt’uno con Jiwoo è stato un piacere per gli occhi perché finalmente abbiamo avuto modo di osservare il suo vero potenziale e talento: non è soltanto un’ottima attrice ma anche una grande comunicatrice perché, specie in alcune scene, è stata in grado di mostrare allo spettatore le vere sensazioni provate dalla protagonista, creando una maggiore empatia e connessione tra i due mondi, davanti e dietro lo schermo.

Una standing ovation, invece, sarebbe totalmente meritata per gli altri due protagonisti indiscussi della serie, Choi Mu-jin, il cattivo per eccellenza che si rivela essere il peggiore dei mostri, e Jeon Pil-do, il classico cavaliere senza macchia e senza paura: una menzione ulteriore va fatta nei confronti di quest’ultimo, specie se si considera che prima di questa serie e della serie on-air in questo momento “Yumi’s cell” che lo vede come protagonista, lo abbiamo visto nelle vesti del cattivo in “Itaewon class” ed è stata quindi una sorpresa vedere come, anch’egli, sia in grado di essere così versatile e camaleontico.

Consigliamo questa serie?

Assolutamente sì, se siete amanti del genere e non siete particolarmente sensibili alle scene violente e più sanguinolente perché questa serie ne è piena: probabilmente la visione è consigliata ad un pubblico più adulto perché alcune tematiche trattate, come la violenza, il lutto e la vendetta, possono risultare eccessivamente traumatiche per il modo con cui sono state affrontate.